Avere un’idea è soltanto l’inizio. Prima di capire se può diventare un progetto bisogna fermarsi, fare domande, capire quale problema si vuole davvero risolvere e soprattutto per chi. È un cambio di prospettiva che gli studenti del «Creo-Lab» di UniBg sperimentano direttamente sul campo, lavorando a progetti che nascono da una challenge aziendale oppure da un bisogno individuato durante il percorso.
L’obiettivo non è soltanto imparare a fare impresa. Il valore dell’esperienza, spiega il professor Tommaso Minola, sta innanzitutto nel metodo: «Siamo abituati a ragionare sulla soluzione, mentre qui si dedica molto più tempo a capire il bisogno e la specifica necessità o inefficienza a cui ci si vuole rivolgere». Un approccio che all’inizio può sembrare più lento, ma che permette di arrivare alla soluzione con maggiore consapevolezza.
È quello che hanno sperimentato quattro studenti, alle prese con progetti molto diversi tra loro ma accomunati dalla necessità di mettere in discussione le proprie idee.
Dal problema alla soluzione
Nel percorso dedicato alla voce, Lucrezia e il suo gruppo sono partiti da una challenge proposta da alcune aziende sulla balbuzie. La domanda, però, si è presto allargata: il miglioramento della voce può riguardare anche chi non ha un disturbo del linguaggio, ma si sente insicuro quando parla o non è soddisfatto del proprio timbro?
Da qui è nato un progetto sul benessere della voce, che ha richiesto di studiare i competitor, verificare l’esistenza di un bisogno e capire come trasformarlo in una proposta concreta. Un lavoro che, per Lucrezia, ha avuto un valore particolare perché le ha permesso di fare qualcosa di diverso rispetto alla normale esperienza universitaria. «All’università tante volte non si fanno tante cose pratiche: studi da solo, fai la tua interrogazione, finito. Invece qua devi sviluppare un progetto insieme ad altre persone» racconta la studentessa.
Nel suo gruppo, inoltre, c’erano studenti con percorsi differenti, dall’ingegneria alla comunicazione. È proprio la multidisciplinarità uno dei cardini del Creo Lab, dove competenze, linguaggi e metodologie diverse vengono messe a confronto.
Non fermarsi alla prima idea
Stefano si è invece confrontato con una challenge aziendale legata al lavoro dei commerciali. Il gruppo ha immaginato uno strumento capace di raccogliere, attraverso un messaggio vocale, le informazioni emerse durante una visita al cliente e utilizzarle per organizzare le attività successive. «La difficoltà iniziale non era tanto trovare una soluzione, quanto capire quale fosse davvero il problema – riferisce Stefano – l’azienda ha dato la sua challenge e poi noi abbiamo cercato di ampliarla, di sezionarla e capire bene quale fosse il vero problema». Anche il gruppo era multidisciplinare: un ingegnere gestionale, un ingegnere informatico, uno studente di economia. Persone che all’inizio dovevano imparare a conoscersi e a trovare un modo efficace per lavorare insieme.
«Qui partivi da zero», racconta. A differenza di alcuni progetti universitari inseriti all’interno di un insegnamento, in cui esiste già una traccia da seguire, «nel Creo Lab la challenge rappresenta soltanto il punto di partenza. Il resto va costruito attraverso tentativi, confronti e correzioni».
E qui entra in gioco anche il rapporto con i mentor e i docenti. Stefano, per esempio, non aveva mai costruito un business model: «il confronto con chi mi seguiva mi ha permesso di capire non soltanto che cosa fosse, ma come utilizzarlo concretamente. In università fai le cose teoriche, ma poi metterle in pratica è tutta un’altra storia », conclude.
Quando il problema lo trovi tu
Per Francesca il punto di partenza è stato ancora diverso. Nel suo percorso dedicato alla sostenibilità, gli studenti non hanno ricevuto una challenge aziendale: sono stati loro a chiedersi quali fossero alcuni dei problemi che sentivano più vicini.
Tra questi, la difficoltà degli studenti a costruire un percorso professionale coerente con le proprie aspirazioni e, per molti, quella di riuscire a sostenersi economicamente durante gli studi. Da qui è nata l’idea di una piattaforma capace di mettere in relazione studenti e aziende già durante il percorso universitario, creando un rapporto di orientamento, sostegno e formazione che possa accompagnare lo studente fino all’ingresso nel mondo del lavoro. «Abbiamo trovato il problema, creato il bisogno e risposto al bisogno. In fondo è l’anima dell’imprenditorialità – spiega la giovane studentessa – Ma trasformare un’intuizione in un progetto significa anche accettare che qualcuno la metta in discussione. Gli stakeholder hanno posto domande molto concrete: perché dovrebbero investire? Come può funzionare economicamente? Che cosa distingue questa proposta da quelle già esistenti? Si tratta di idee molto utopistiche, molto basate sulle idee, sul risolvere problemi che sentiamo di pancia. Nel mondo dell’imprenditorialità è difficile coniugare i soldi e gli ideali».
Per Francesca, proprio quel confronto è stato uno dei momenti più importanti del percorso. Le domande degli interlocutori hanno costretto il gruppo a chiarire, correggere e rendere più solida la propria idea.
Entrare davvero dentro un’azienda
Luca ha lavorato invece a un progetto nato da una necessità concreta di un’azienda di consulenza: creare una piattaforma interna per raccogliere e condividere gli insight dei diversi team. Anche qui il primo passaggio è stato capire cosa chiedesse davvero l’azienda. «Il task iniziale non era del tutto chiaro e il confronto con il referente aziendale è diventato quindi fondamentale per definire meglio requisiti e obiettivi», racconta. Per Luca, che già seguiva podcast e riviste dedicate all’imprenditorialità, la differenza è stata soprattutto una: averla potuta sperimentare direttamente. «Toccarla con vivo all’interno dell’azienda ha sempre quel sapore più bello».
Il progetto gli ha permesso anche di misurarsi con il public speaking, con il lavoro di squadra e con scadenze più rigide rispetto a quelle dei normali progetti universitari.
Tre ingredienti: metodo, competenze diverse, imprese
Le quattro esperienze raccontano così tre elementi centrali del «Creo-Lab». Il primo è il metodo: imparare a non innamorarsi subito della propria soluzione, ma partire dal bisogno e verificarlo. Il secondo è la multidisciplinarità, mettendo insieme saperi tecnici, economici e umanistici. Il terzo è il rapporto con le imprese, che permette agli studenti di confrontarsi con problemi e interlocutori reali.
È anche il senso della trasformazione che il «Creo-Lab» sta vivendo. Nato come esperienza formativa e didattica, il progetto sta diventando sempre più anche uno spazio in cui università e imprese possono sperimentare insieme. Per Minola, lavorare nel Creo significa anche avere l’occasione di incontrare colleghi di altre facoltà e confrontarsi con mondi e linguaggi differenti. E significa costruire un rapporto con le imprese che, dal canto loro, «hanno voglia e hanno bisogno di esperienze che li mettano in campo».
Ma il risultato più interessante non è necessariamente che da ogni idea nasca una startup. È vedere come cambiano gli studenti durante il percorso. «Vedere come cambiano, come evolvono è uno degli aspetti più gratificanti dell’esperienza», racconta Minola.
È un cambiamento che gli stessi studenti raccontano quando descrivono ciò che portano a casa dal «Creo-Lab». Per Stefano è la capacità di essersi «messo in gioco» e di aver imparato a lavorare sul campo. Per Lucrezia il lavoro in team e la possibilità di confrontarsi in modo più naturale con persone adulte e professionisti. Per Luca il lavoro su un progetto reale e la gestione di scadenze concrete. Per Francesca, soprattutto, la scoperta che tra un’idea e la sua realizzazione non c’è necessariamente un abisso. E forse è proprio questo il risultato più importante del laboratorio: non insegnare agli studenti ad avere necessariamente l’idea giusta, ma dare loro gli strumenti per capire come si passa da un’intuizione a qualcosa che può essere messo alla prova nel mondo reale. Un percorso che, come racconta Minola, può aiutare i ragazzi anche a «connettere i puntini», mettendo a fuoco il senso del proprio percorso accademico e arrivando a capire meglio «come sono e dove vado».
