Abramo lo sa bene: una promessa implica fiducia e attesa, quindi pazienza. Virtù difficili da coniugare con una realtà come la nostra, sempre più frenetica e automatizzata, in cui, sovente, i rapporti umani appaiono sfilacciati e logori e per la quale la parola assume sempre meno valore. Eppure, nonostante ciò (o forse proprio per questo), la diciannovesima edizione di « Molte fedi sotto lo stesso cielo », rassegna culturale promossa dalle Acli di Bergamo, si intitola proprio «Nel tempo della promessa». Una provocazione che sa di speranza e che non cade nella trappola dell’ingenuità o della superficialità: secondo Francesco Mazzucotelli, dal 2024 direttore artistico della kermesse, il tema è complesso, poiché la paura del tradimento è sempre dietro l’angolo. Un timore terribile, questo, ma anche comune: un primo passo per scoprirsi simili e uniti nel sentire e per cercare di edificare un futuro carico di senso e di possibilità.
FR: Francesco Mazzucotelli, come giudica i suoi due anni come direttore artistico di «Molte fedi sotto lo stesso cielo»?
FM: All’insegna della continuità, ma anche dell’innovazione.
FR: In che senso?
FM: L’edizione del 2024 l’ho vissuta con una certa apprensione. «Molte fedi», del resto, è una rassegna nata da un’idea di Daniele Rocchetti che, negli anni, l’ha fortemente caratterizzata, attraverso argomenti, approfondimenti e intuizioni che, molto spesso, hanno saputo persino anticipare i tempi: l’aspettativa delle persone era dunque molto alta e un po’ tutti si domandavano cosa ne sarebbe stato della kermesse. Di comune accordo con i collaboratori, si è quindi deciso di consolidare quel che era stato fatto precedentemente. In un certo senso, ci premeva soprattutto dimostrare che avremmo potuto farcela. Nell’edizione dell’anno scorso, invece, carichi di maggior sicurezza, abbiamo ritenuto opportuno aggiungere nuovi temi di riflessione.
FR: Quali?
FM: Quello ambientale e quello di genere, senza ignorare, naturalmente, la grande attenzione che, da sempre, contraddistingue «Molte fedi», ovvero quella per la politica internazionale. Inoltre, abbiamo cercato di incrementare la collaborazione con altre realtà sociali e culturali. Fra le tante, ricordo quella con la Gamec, grazie alla quale avremo come ospite il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag; ma anche quella con la biblioteca civica «Angelo Mai» e BergamoScienza: a novembre, presso l’Atelier Maffei, avremo ospite Trickster-p con lo spettacolo «Common land».
FR: È stata dura raccogliere l’eredità di una persona come Daniele Rocchetti?
FM: Più che altro, è stato impegnativo. Questo perché Daniele è una persona dalla notevole statura culturale e intellettuale ma anche perché il suo lavoro, in questi anni, è stato immenso. Il desiderio era quello che «Molte fedi» potesse proseguire camminando con le proprie gambe, che potesse essere economicamente sostenibile e sensato dal punto di vista dei contenuti.
FR: Quali sono le sfide che questa diciannovesima edizione porta con sé?
FM: Sono due: comprendere cosa rinnovare (senza sovvertire completamente lo stile che caratterizza la rassegna) e raggiungere un nuovo pubblico (senza dimenticare, ovviamente, gli affezionati). Per quanto riguarda il secondo punto, c’è una fascia di persone che, per ragioni chiare e comprensibili, fa fatica a partecipare agli appuntamenti che proponiamo. Parlo dei trentenni e dei quarantenni e delle famiglie con bambini. I motivi, spesso, dipendono dall’organizzazione dei tempi di vita, dalla lontananza geografica ma anche dalla mancanza di mezzi pubblici di cui usufruire.
FR: In un mondo sempre più diviso, come si fa a tenere assieme «molte fedi»?
FM: Anche questa è una sfida da aggiungere alle due precedenti di cui abbiamo parlato. Non ci nascondiamo: il dialogo fra culture diverse e la ricerca della pace è un cammino complesso e sarebbe presuntuoso credere che una manifestazione culturale, da sola, possa suggerire la ricetta perfetta per la convivenza fra i popoli. Non offriamo soluzioni, ma spazi per conoscere le differenze e non averne paura. Il nostro, in relazione al panorama nazionale e internazionale che abbiamo di fronte, è forse un discorso minoritario. La corrente del fiume, se così si può dire, pare scorrere in tutt’altra direzione. Quando si è convinti della validità proprie idee, però, non si può fare che come i salmoni: andare controcorrente.
FR: Il titolo di quest’anno è «Nel tempo della promessa». Nell’epoca della «società liquida», le promesse possono ancora durare?
FM: Il tema della promessa è un tema difficile. Ogni promessa porta con sé impegno e responsabilità. Ma certamente credo che, nella vita di tutti noi, non siano mancate anche le promesse disattese. Quindi, parlare di promessa vuol dire anche parlare di delusioni, di frustrazioni e di tradimenti. Questo può causare ansia e preoccupazione. Però, credo possa anche farci comprendere come i nostri vissuti e le sensazioni che proviamo siano spesso comuni. È anche in questo scoprirci simili e quindi uniti che può germogliare la possibilità di un futuro.
FR: In questi anni, la risposta della città di Bergamo è stata positiva?
FM: Molto positiva. Lo era prima, quando c’era Daniele, e lo è stata in questi due ultimi anni. Ogni volta, si registrano numeri di partecipazione assai alti, le sale sono piene e buona parte degli spettatori viene da fuori provincia. C’è fame di cultura e voglia di spazi e tempi che non siano quelli imposti dalla tv. L’unico punto su cui ancora c’è da lavorare è quello già accennato prima: come raggiungere quella fascia di popolazione che, ancora, fa fatica a partecipare alle proposte che offriamo?
FR: Quali sono, su territorio bergamasco, i frutti tangibili di una kermesse come «Molte fedi»?
FM: Senza dubbio, i circoli di R-esistenza: circoli di lettura che raggruppano donne e uomini di uno stesso paese o del medesimo quartiere che si ritrovano per riflettere attorno a un testo redatto da un autore amico di «Molte fedi». Una pratica di associazione e di relazione, se così si può definire, che permette alle persone di sentirsi meno sole e meno impotenti. E poi c’è «Molte fedi kids»: un progetto educativo dedicato ai bambini e ai preadolescenti, nato per accompagnare le nuove generazioni in un percorso di crescita fondato su incontro, inclusione, intercultura e non violenza. Il progetto prevede laboratori nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, ma anche una serie di appuntamenti aperti a famiglie, docenti ed educatori.
FR: Gli ospiti di «Molte fedi» sono spesso allineati con i valori propugnati dal festival. Ma un dialogo, per dirsi autentico e fecondo, non dovrebbe essere perseguito con chi la pensa diversamente?
FM: È una questione, questa, che anche noi ci siamo posti. Personalmente, credo che il confronto fra persone con posizioni sensibilmente diverse possa essere qualcosa di molto interessante. Il rischio è che questo dialogo venga ridotto a evento mediatico o che scada in un mero confronto retorico. Bisogna inoltre capire se, realmente, esistano le condizioni affinché esso sia sufficientemente rispettoso di entrambe le parti.
FR: La scorsa settimana è morto Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose. Nel corso degli anni, Bianchi ha partecipato a diverse edizioni di «Molte fedi». Cosa ha pensato quando, nel 2020, è stato allontanato da Bose?
FM: Non so il perché di quell’allontanamento, non ne conosco i dettagli. Ho però molto apprezzato il post, dai forti toni conciliatori, condiviso dal monastero di Bose sulla propria pagina Facebook. Mi auguro che lo strappo avvenuto qualche anno fa non prevalga su tutto quel che di buono è stato costruito.
FR: Perché il dialogo con l’altro è così difficile?
FM: Perché non è facile posare la “corazza” che indossiamo ogni mattina, quando usciamo di casa.
FR: Attualmente, secondo lei, di cosa ha bisogno il mondo?
FM: Di più dolcezza e di più umiltà. E da parte di ciascuno di noi, la consapevolezza della propria finitudine e, quindi, di meno deliri di onnipotenza.
Gli appuntamenti della rassegna
Come sempre, il calendario di «Molte fedi sotto lo stesso cielo» è ricco e fascinoso: comincia questa sera alle 21 alla chiesa parrocchiale di Longuelo, Dimartino con «L’improbabile piena dell’Oreto»; alle 20.45 di lunedì 14 settembre, presso l’aula magna dell’Università di Bergamo in Sant’Agostino, Amitav Ghosh con «L’occhio fantasma: scrivere mentre il mondo brucia»; alle 20.45 di martedì 15 settembre, presso l’abbazia di San Giacomo Maggiore, Davide Sisto, Sumaya Abdel Qader, prema Kumara Das e Vanesa Gutiérrez con «Sorella morte»; alle 20.45 del 16 settembre, presso il cineteatro S. Caterina, Chiara Piaggio con «L’Africa non è così. Cronache da un continente frainteso»; alle 21 del 20 settembre, presso il teatro Serassi di Villa d’Almè, Gino Castaldo e Ema Stokholma con «’80 contro ‘90»; alle 20.45 del 21 settembre, presso l’aula magna dell’Università di Bergamo in Sant’Agostino, Concita De Gregorio con «La cura»; alle 20.45 del 22 settembre, presso il teatro di Loreto, Boban Pesov con «C’era una volta l’Est»; alle 20.45 del 25 settembre, presso il casinò di San Pellegrino Terme, Licia Colò con «Le sfide di Eden. Costruiamo il mondo di domani»; alle 20.45 del 28 settembre, presso il cinema Conca Verde, Pier Luigi Bersani e Giordano Bruno Guerri con «La politica può ancora promettere?»; alle 20.45 del primo ottobre, presso il cinema Conca Verde, Marianna Aprile con «La Promessa.
Storia di una rivoluzione incompleta»; alle 20.45 del 2 ottobre, presso la chiesa dell’ospedale San Giovanni XXIII, Luciano Manicardi e Ines Testoni con «E poi? Un dialogo sulla morte»; alle 20.45 del 5 ottobre, presso il cineteatro Qoelet di Redona, Andrej Kurkov con «Scrivere in guerra, scrivere di guerra»; alle 20.45 del 7 ottobre, presso il cineteatro Forzenigo di Villa d’Ogna, Andrea Pennacchi con «Una piccola Odissea»; alle 20.45 del 9 ottobre, presso l’Auditorium Confindustria Bergamo, Jérôme Fenoglio con «Informare ancora. La stampa libera tra crisi e responsabilità»; alle 20.45 del 12 ottobre, presso il cineteatro Qoelet di Redona, Laura Silvia Battaglia con «I partigiani di Allah»; alle 20.45 del 13 ottobre, presso la chiesa parrocchiale di Longuelo, consegna del premio «Costruttori di Ponti» 2026 a don Mattia Ferrari; alle 20.45 del 28 ottobre, presso l’aula magna dell’Università di Bergamo in Sant’Agostino, Daria Bignardi con «Nostra solitudine»; alle 20.45 del 2 novembre, presso il Tempio di Ognissanti, Lucilla Giagnoni con «Oscar e la dama in rosa; alle 20.45 del 3 novembre, presso il teatro Modernissimo, Vittorio Agnoletto e Luca Casarini con «Genova, 2001: 25 anni dopo»; alle 20.45 del 9 novembre, presso il teatro Borgo Santa Caterina, Marzio Mian con «Artico. La battaglia per il Grande Nord»; alle 20.45 del 17 novembre, presso la basilica di Santa Maria Maggiore, Antonio Spadaro e Alessandro Aresu con «La grande promessa?»; alle 20.45 del 18 novembre, presso l’auditorium Cult Lab 80, Miguel Benasayag con «Vivere in mezzo al caos». Per il programma completo: www.moltefedi.it
