Negli ultimi anni si è registrato un calo generalizzato delle candidature ai concorsi pubblici , in particolare negli enti locali del Centro-Nord. In Lombardia sono stati riportati dalla stampa casi emblematici di concorsi deserti o con pochissimi candidati. Più in generale, nella regione a più alto costo della vita il rapporto candidati/posizioni è crollato drasticamente sotto la soglia di sostenibilità. Molti bandi oggi hanno rapporti inferiori a dieci persone per posizione, con casi frequenti di meno di tre candidati per posto. Una preoccupante carenza quantitativa e qualitativa di candidati, soprattutto giovani e qualificati, che costringe gli enti a ripetere i bandi o a ricorrere a supplenze.
Nonostante alcune cronache recenti abbiano ricondotto il fenomeno a una non meglio precisata disaffezione della gen Z verso l’impiego pubblico, le cause risiedono altrove e hanno a che fare con le coordinate materiali ed economiche in cui si trovano a vivere i giovani che scelgono di operare nelle pubbliche amministrazioni del Nord. La retribuzione media annua nel settore pubblico è di 35.350 euro lordi, che in contesti metropolitani come Milano, Bologna o Torino rappresentano l’anticamera della povertà lavorativa. A Milano il canone medio di affitto ha raggiunto i 23.6 euro al metro quadro (circa 1.450 euro per un bilocale da 60 metri quadri). A Bologna scende a 18 euro al metro quadro, mentre Torino si attesta sui 14 euro al metro quadro. Per un giovane funzionario pubblico di categoria D affittare un monolocale nelle città del Nord significa sacrificare ben oltre il 50% del proprio reddito netto. Se aggiungiamo il carovita generale, più alto al Nord, i costi dei trasporti e l’incertezza di percorsi concorsuali lunghi e dispendiosi, l’autonomia abitativa e una qualità della vita dignitosa divengono un miraggio.
Questi dati descrivono un’esclusione sociale sistemica: la pubblica amministrazione del Nord diventa appannaggio esclusivo di chi possiede già un patrimonio immobiliare oppure può contare sul supporto familiare, creando una selezione di classe che contraddice i principi meritocratici su cui dovrebbe fondarsi il pubblico impiego. È necessario dunque un intervento sulla struttura dei salari e, allo stesso tempo, sulle politiche abitative. In Italia le case sfitte sfiorano i 10 milioni, quasi un terzo del totale, eppure nessuna amministrazione sembra avere il coraggio di mettere in campo politiche di edilizia residenziale pubblica per garantire alloggi a canone calmierato ai dipendenti dei servizi essenziali. Altri Paesi europei lo hanno fatto da decenni. In Italia il mercato immobiliare viene invece lasciato alla speculazione privata, condannando intere generazioni di potenziali dipendenti pubblici all’esclusione.
Il divario retributivo interno alla stessa pubblica amministrazione aggrava ulteriormente la situazione. Alcuni comparti delle funzioni centrali hanno ricevuto fondi integrativi, mentre gli enti locali restano penalizzati con un divario di almeno 170 euro mensili rispetto alle amministrazioni centrali. Questo squilibrio alimenta una fuga di cervelli interna al settore pubblico, con professionisti qualificati che abbandonano i Comuni per spostarsi verso ministeri e agenzie centrali, lasciando gli enti locali, quelli più vicini ai cittadini, privi delle competenze necessarie proprio nel momento della transizione digitale.
La digitalizzazione della Pubblica Amministrazione locale procede infatti a ritmo diseguale, soprattutto nelle aree periferiche. Solo il 30-33% delle amministrazioni locali con meno di 2.500 abitanti possiede servizi con il front-office digitalizzato, contro il 74% degli enti con più di 50.000 abitanti. Questo divario digitale amministrativo è anche conseguenza diretta dell’incapacità di attrarre le nuove generazioni.
Gli enti locali del Centro-Nord si stanno progressivamente svuotando della linfa vitale del ricambio generazionale, con oggettive difficoltà nel garantire la copertura di servizi. Ma il danno più profondo è forse proprio quello legato all’innovazione. Solo un’iniezione consistente di forza lavoro giovane può portare dentro la Pubblica Amministrazione quelle competenze digitali native, quella familiarità con le tecnologie emergenti che è il vero antidoto al cronico divario digitale italiano. La carenza di giovani è un problema di organico e un blocco sistemico alla modernizzazione: senza di loro la transizione digitale della PA rischia di essere solo un costoso ma inefficace rivestimento tecnologico di processi obsoleti.
Gli enti locali gestiscono i servizi essenziali per la vita quotidiana dei cittadini – dall’anagrafe all’urbanistica, dai servizi sociali alla gestione del territorio – ma lo fanno con organici invecchiati e competenze obsolete. L’età media elevata del personale pubblico si traduce in resistenza al cambiamento e difficoltà nell’adozione di nuove tecnologie, proprio mentre le piattaforme nazionali richiedono capacità implementative che una generazione di nativi digitali potrebbe garantire con maggiore naturalezza. Una pubblica amministrazione locale che invecchia senza ricambio generazionale è destinata a collassare, travolta dall’inefficienza e dalla sfiducia dei cittadini. I giovani che non trovano spazio negli enti locali sono gli stessi che potrebbero trasformare la relazione tra istituzioni e cittadini, rendendo i servizi accessibili, veloci, orientati ai bisogni reali.
Senza investimenti seri sui salari e sulle politiche abitative per i dipendenti pubblici, il Nord Italia si ritroverà con Comuni digitalmente analfabeti, amministrati da personale prossimo alla pensione e sempre più sovraccarico e in affanno. La posta in gioco, dunque, trascende la semplice copertura dei posti vacanti: è la tenuta stessa del welfare territoriale e la qualità della democrazia amministrativa a essere a rischio.
