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Creator economy e criptovalute non salveranno i giovani dal precariato

Articolo. Tra precarietà, bassi salari e lavori secondari, la Gen Z non sta abbandonando il lavoro dipendente: sta cercando di sopravvivere

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(Foto Shutterstock.com)

Nei supplementi economici, nei convegni dedicati alle risorse umane e nei profili LinkedIn di chi si occupa di «futuro del lavoro» circola da qualche anno una storiella sul «nuovo rapporto dei giovani con il denaro»: le nuove generazioni avrebbero smesso di dipendere dallo stipendio, privilegiando fonti di reddito alternative come investimenti, creator economy e reddito passivo (passive income).

Questa storia ha il pregio di sembrare moderna, il fascino dell’ottimismo e il difetto di essere sostanzialmente una proiezione dei desideri di chi la racconta. Perché quello che i dati mostrano, quando li si va a guardare davvero, trasforma un presunto cambio di paradigma valoriale in qualcosa di molto meno entusiasmante: una serie di adattamenti obbligati a un mercato del lavoro che ha smesso di remunerare decentemente il lavoro.

Il «Deloitte Global Gen Z and Millennial Survey 2025», condotto su oltre ventimila persone in quarantaquattro Paesi, registra che il 48% della Gen Z e il 46% dei Millennials non si sentono finanziariamente sicuri. Oltre la metà degli intervistati vive di stipendio in stipendio. Circa uno su tre fatica a coprire le spese mensili. Per il quarto anno consecutivo il costo della vita è la preoccupazione principale. Questo vale a livello globale. In Italia il quadro peggiora. Il rapporto «Eures» per il Consiglio Nazionale dei Giovani, con dati relativi al 2024, documenta retribuzioni per i giovani del settore privato scese fino a 9.546 euro annui per gli under 24. Tra gli under 30, il 79,8% delle nuove attivazioni contrattuali nel 2023 sono temporanee. Nel 2022 solo il 39% dei giovani dipendenti privati aveva ricevuto dodici o più mensilità dallo stesso datore di lavoro. Il lavoro c’è (il tasso di occupazione giovanile è cresciuto nell’ultimo biennio) ma è frammentato, discontinuo e povero.

Forse bisogna partire da qui prima di parlare di criptovalute e creator. Il 37% della Gen Z italiana ha almeno un secondo impiego, secondo «Deloitte». Tra i Millennials la quota scende al 23%, ma rimane rilevante. Molti di questi lavori secondari passano per le piattaforme digitali: e-commerce, ride sharing, consegne, micro creator economy di sopravvivenza. La lettura sopracitata trasforma questa statistica in un indice di intraprendenza giovanile, di spirito imprenditoriale, di capacità di costruire flussi di reddito multipli. Funziona meglio, come racconto, della lettura alternativa. Ossia che il secondo lavoro sia invece una risposta obbligata a un primo stipendio che non basta.

Le conseguenze politiche sono molto diverse. Se il secondo lavoro è una scelta, la soluzione è individuale: formarsi meglio, essere più creativi. Se è un adattamento forzato, la soluzione è strutturale: salari più alti e meno precarietà. Non sorprende dunque che la spiegazione individualista abbia molto più spazio nel dibattito pubblico. L’idea che i giovani possano campare con i social è diventata un topos culturale tenace, alimentato dai casi di successo che fanno molto più rumore della media silenziosa. Ma i numeri raccontano una realtà più prosaica. Nel 2025 il fatturato medio degli influencer italiani si è attestato a 24.038 euro lordi. Quindi vanno sottratti contributi, imposte e costi di produzione (attrezzatura, tempo, gestione dei canali: in un settore dove il prodotto sei tu stesso questi costi non si esauriscono mai). Il 74% dei creator italiani dichiara di guadagnare meno di 2.000 euro al mese. Solo il 23,6% considera la propria attività una carriera a lungo termine. Il 34% immagina di cambiare settore entro qualche anno.

Il mercato esiste ed è significativo: oltre quattro miliardi di euro di giro d’affari in Italia, circa 18.000 posti a tempo pieno. Ma è fortemente concentrato. La stragrande maggioranza dei creator lavora in condizioni di precarietà non troppo diverse da quelle del mercato del lavoro tradizionale, senza tutele contrattuali, senza ammortizzatori, senza pensione. La creator economy ha cambiato il nome al lavoro precario, non la sua sostanza. È precariato con un nome più attraente.

Rimane il capitolo più citato a sostegno della tesi della «gioventù post-salariale»: gli investimenti. La Gen Z compra oro, ETF, criptovalute mentre i Millennials si orientano verso strumenti più tradizionali. E tutto ciò viene spesso raccontato come una «nuova coscienza finanziaria». Se si osserva il contesto strutturale prima di trarre conclusioni valoriali, emerge un quadro molto diverso. Secondo le rilevazioni fatte nel 2022 il 75% della ricchezza nazionale italiana è in mano agli over 50. Gli under 40 si fermano sotto il 9% del totale. La concentrazione della ricchezza dunque segue linee innanzitutto di classe ma anche di età. Un quarantenne nato nel 1946 aveva, alla stessa età, un patrimonio circa il 50% superiore a quello di un quarantenne di oggi. I ricercatori di Tortuga attribuiscono questo divario a salari stagnanti, lavori precari, prezzi immobiliari inaccessibili e assenza di politiche redistributive. Chi investe in questo contesto lo fa perché teme che il salario da solo non permetterà di costruire nessuna sicurezza. È una reazione a un sistema che ha smesso di mantenere le promesse implicite — lavora, risparmia, costruisci — su cui si reggeva il contratto sociale precedente. Attribuirvi un significato culturale, come se i giovani avessero liberamente scelto il reddito da capitale contro quello da lavoro, ribalta la relazione tra causa ed effetto.

C’è un ultimo dato che chiude il cerchio e restituisce la dimensione politica del problema. Secondo le stime di Tortuga, tra il 2025 e il 2045 cambieranno proprietario oltre 6.460 miliardi di euro per ragioni ereditarie. Una cifra equivalente a ottanta leggi di bilanc io. Questo trasferimento non riguarderà i giovani poveri. Il sistema fiscale italiano è tra i più indulgenti d’Europa sulle successioni: l’imposta è praticamente irrilevante per i grandi patrimoni. Quei 6.460 miliardi andranno a consolidare la posizione di chi è già in cima alla piramide sociale. L’elasticità intergenerazionale del reddito in Italia (la misura statistica di quanto lo status economico dei genitori influisca su quello dei figli) è 0,5, tra le più alte dei paesi OCSE. Chi nasce povero ha pochissime possibilità di scalare, indipendentemente da quanto lavori, da quanti ETF accumuli, da quanti follower raggiunga.

Il giovane che investe in criptovalute nella speranza di costruirsi un margine di sicurezza non sta scegliendo un modello alternativo di reddito. Sta piuttosto cercando di cavarsela in un sistema in cui il lavoro non paga abbastanza e l’ascensore sociale è fermo da molto tempo. La ricerca del Consiglio Nazionale dei Giovani lo dice senza ambiguità: la priorità dichiarata dai giovani sul lavoro rimane il reddito e il livello salariale, citato nel 58% delle raccomandazioni. La stabilità contrattuale e il contrasto alla precarietà seguono al 44,9%. Il passive income, come categoria, non compare nemmeno tra le voci rilevanti.

Quello che è cambiato negli ultimi vent’anni non è la concezione giovanile del reddito. Il lavoro salariato resta centrale, come aspettativa e come desiderio. Quello che è cambiato è la capacità del mercato del lavoro di dare seguito a quella aspettativa. Il secondo lavoro, la creator economy, l’app di investimento sono tutti tentativi di tappare un buco che il salario non copre più. Raccontarli come un cambio generazionale di valori è una scelta comoda di chi preferisce non parlare di salari.

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