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Dal pirlì alla lippa. I giochi di una volta che fanno rivivere la Bergamo di un tempo

Articolo. Alcune tradizioni, come il palo della cuccagna, animano ancora le nostre piazze. Ma ci sono anche curiosità che conosciamo poco come la «Corsa dei Formaggi»

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(Foto Archivio L’Eco di Bergamo)

Introdotta per la prima volta nel 1916, ma resa una consuetudine solamente cinquant’anni dopo, da domani l’ora legale sembrerà regalarci giornate più lunghe. Insieme a essa, la nascente primavera ci ricorderà la bellezza ciclica della natura, colorando con chiome viridi e petali variopinti le nostre città e i nostri paesaggi. Non solo la natura, ma anche la comunità si risveglia, riscoprendo il piacere di vivere insieme.

Secondo alcuni dati analizzati dall’Osservatorio CasaDoxa, che conduce 7mila interviste annuali per comprendere gli aspetti legati all’abitare delle famiglie italiane, già nel 2022 – quasi come eredità delle giornate di quarantena –era in aumento l’home nesting, ossia la volontà di preferire l’ambiente domestico a quello esterno. Per invertire questa tendenza (o, almeno, provare a dare un’alternativa), la redazione di Eppen ha pensato di rispolverare alcuni giochi della tradizione, un tempo capaci di produrre, partendo da semplici regole, grande divertimento e momenti per stare insieme.

Sessant’anni fa, il 22 febbraio 1966, chi acquistava una copia de L’Eco di Bergamo poteva leggere un articolo di Sandro Vavassori dedicato ai «Giochi d’un tempo e di oggi dei bergamaschi», breve compendio illustrato delle attività ludiche con cui giovani e meno giovani riempivano il tempo e animavano le piazze. Già allora la velocità delle trasformazioni stava relegando al ricordo alcuni giochi, tanto che in apertura l’articolo ricordava come quelli presentati non fossero soltanto i giochi che resistevano, ma anche quelli ormai scomparsi o in via di scomparsa. È bello, dunque, cercare in questi ludi — che ai più potrebbero sembrare oggetti da museo — una realtà tangibile e concreta: le radici di una tradizione che, riproponendola, non vogliamo resti soltanto nei racconti dei nostri nonni e dei nostri genitori.

Il Pirlì

Se tra gli imperatori romani era diffuso il panem et circenses, si potrebbe immaginare che a Bergamo qualcuno abbia tradotto il detto latino in «pà e pirlì». Gioco bergamasco per antonomasia, come spiega l’associazione Giochi Antichi, il pirlì nasce dall’evoluzione del gioco della trottola ed era molto apprezzato, almeno fino agli anni Novanta, dai clienti delle osterie delle valli di Bergamo. Le regole? Innanzitutto, è necessario munirsi del campo da gioco, ovvero un tavolo con i bordi rialzati che rappresenta un feudo medievale. Come tale, l’area di gioco è divisa in due sezioni: il castello e le campagne circostanti, dove vengono posizionati diversi birilli. Come è lecito pensare, i birilli che trovano casa nel castello hanno un valore maggiore di quelli che, invece, sono nelle campagne. Infine, il protagonista: il pirlì, una trottola di legno che viene lanciata con l’aiuto di una frusta. A seconda dell’abilità del giocatore, che deve dosare tra forza e precisione, il pirlì deve abbattere, muovendosi, il numero maggiore di birilli. Vince il giocatore che ottiene il punteggio più alto.

Oltre a questa versione, capace di decretare un vincitore tra due sfidanti, ne esiste una seconda, forse più virtuosa. Il giocatore, che può essere anche da solo, si avvale solamente del pirlì e di una corda. Il primo prende movimento grazie allo strappo violento della corda, che viene arrotolata attorno al pirlì prima del lancio. Il movimento viene mantenuto a colpi di frusta, la «scöriada»: più il giocatore è esperto, più il pirlì ruota vorticosamente, tanto da sembrare immobile. È in questi casi, quando il pirlì, pur in movimento, sembra fermo, che si diceva «ól pirlì ‘l dorma!». Dal 1° dicembre 2022, il gioco del pirlì, grazie alla Comunità Ludica del Pirlì, è diventato il primo titolo bergamasco ad essere iscritto tra i beni immateriali dell’UNESCO. Da qui il progetto «Tutti in Gioco!» promosso dalla Cooperativa Sociale l’Innesto ONLUS, che organizza ogni anno un torneo di pirlì, cercando di farlo rivivere o scoprire alle vecchie e nuove generazioni di giocatori.

La cuccagna

«L’albero della cuccagna è un altro gioco che se ne sta andando»: così iniziava il breve trafiletto che L’Eco di Bergamo dedicava alla sfida che non poteva mancare ad ogni sagra che si rispettasse. Una struttura verticale – spesso un robusto palo o un tronco d’albero – retta verticalmente e solitamente unta con sostanze scivolose. I premi, posti sulla sommità più alta, suggeriscono l’azione che gli sfidanti devono compiere per vincere: raggiungere la cima, adoperando una strategia di squadra vincente, e afferrare i doni che pendono dal punto più di alto.

Diffuso non solo a Bergamo, ma in tutta la penisola, l’albero della cuccagna non è solo un gioco o una competizione. Per l’AIPC – associazione italiana Palo della Cuccagna – la scalata verso la vittoria si carica di significati culturali e sociali. Il palo viene visto come metafora delle sfide quotidiane di ciascuno di noi, che possono essere superate solamente con il coraggio e la destrezza, nonché con il lavoro di squadra. Il momento della competizione racchiude inoltre il senso della comunità, che si unisce e collabora per la preparazione ed esecuzione dell’evento: è la partecipazione attiva dei suoi membri, uniti nella sfida ma divisi nelle squadre, che garantisce il successo al gioco.

Contrariamente a quanto previsto dal quotidiano sessant’anni fa, il palo della cuccagna riempie le piazze ancora oggi, sia grazie all’impegno della Fondazione AIPC, che dal 1993 organizza manifestazioni e tornei, sia grazie alle squadre locali che continuano a praticare questo sport. Tra esse, spiccano Gli Acrobati della Cuccagna di Villa d’Almè, squadra iridata ai campionati nazionali di palo della cuccagna e detentrice di ben due Guinness World Record . Nata nel 1980, la squadra bergamasca ha saputo dare visibilità a questa disciplina, valorizzandola come momento di sana competizione e convivialità.

La corsa dei formaggi

Sempre nelle pagine de L’Eco di Bergamo troviamo il racconto di un’altra competizione che infervorava gli animi di alcuni bergamaschi. Se in Gran Bretagna è diventata virale la Cheese Rolling, una corsa folle nella quale bisogna inseguire una forma di formaggio che rotola lungo una ripida discesa, a Olmo, piccolo borgo dell’alta Val Brembana, nel giorno di Sant’Antonio si svolgeva la «Corsa del formaggio». I concorrenti si presentavano sulla linea di partenza con una grande forma di formaggio. Una volta dato il «via!», gli olmesi dovevano far rotolare i pesanti cilindri con pacche e sberle lungo un percorso, leggermente in pendenza, lungo tre chilometri, senza mai far perdere l’equilibrio o fermare la forma.

La lippa

Il gioco della lépa, anche detto della lipa o lippa, viene definito da Stefano Vavassori come «tanto facile che, quando qualcuno si dimostra inabile per altre cose, gli si può tranquillamente dire “ma và a zöga a la lépa”». Per giocare bastano due bastoni: uno, più lungo, da adoperare come mazza e un secondo, di circa 15 centimetri e appuntito alle due estremità, che funge da palla. Quest’ultima, la cosiddetta lippa, colpita con forza dalla mazza, si alza in aria. Prima che cada, il giocatore deve velocemente colpirla una seconda volta, scagliandola lontano. Gioco sia individuale che di squadra, quello della lippa ha visto campi da gioco nelle strade e nelle piazze di tutta Italia, ma non solo. Cercando di spiegare il gioco del baseball ai suoi concittadini, nel 1962 un redattore del giornale sportivo sovietico Nedeyla ha descritto lo sport americano con mazze e guantoni come «una volgare lippa un po’ più complicata».

Chissà se, leggendo queste righe, almeno uno di questi giochi uscirà dalle storie dei nonni per finire nelle mani di un nipote che, abbandonata la televisione o il pallone da calcio, seguirà ruzzando un pirlì o farà volare una lépa.

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