È la meraviglia (thaûma in greco), dice Aristotele, che spinge l’uomo alla filosofia: lo stupore di fronte alla realtà circostante induce l’individuo ad andare alla ricerca delle cause prime, a non accontentarsi di quanto l’esperienza sembri attestare. Il rischio, secondo Donatella Di Cesare, filosofa, nonché docente di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Roma «La Sapienza», è che l’uomo contemporaneo, sempre più assuefatto a un mondo dominato da tecnologia e violenza, smarrisca questa capacità e con essa il pensiero critico, argine difensivo contro minacce che portano i nomi di «tecnocrazia» e di «etnocrazia». Minacce che possono erodere la democrazia e di cui la celebre professoressa parla in «Tecnofascismo» (Einaudi, 2025), suo ultimo libro, edito da Einaudi, che presenterà, venerdì 20 febbraio, al terzo e ultimo appuntamento dell’undicesima edizione di «Macerie», rassegna organizzata dall’ANPI provinciale di Bergamo. Info e dettagli sulla serata sul sito ufficiale di ANPI.
FR: In un editoriale dal titolo «Non arrendiamoci a un’Europa di macerie», apparso, a marzo 2022, sul quotidiano La Stampa, lei denunciava il rischio di un’Europa distrutta dalla guerra. Secondo lei, quel rischio, oggi, si è fatto ancor più concreto?
DDC: Purtroppo, sì. Allora, soprattutto a causa dell’invasione, da parte della Russia, dell’Ucraina, la mia era più che altro un’intuizione; oggi, invece, la situazione critica in cui versa il Vecchio Continente, stretto da una tenaglia i cui bracci portano i nomi di «Stati Uniti» e di «Federazione Russa», è sotto gli occhi di tutti. Ognuno di noi, quindi, non può non essere preoccupato.
FR: All’inizio del suo libro, parlando dell’erosione della democrazia, lei afferma che si possono osservare due tendenze complementari: la prima, è quella «tecnocratica», che si traduce nella «completa subordinazione all’economia di una politica ridotta ad anonima governance amministrativa».
DDC: Con «tecnocrazia», intendo una forma di governo in cui il potere politico è esercitato da un’élite globale, per l’appunto, di tecnocrati. Si pensi, per esempio, allo schieramento degli esponenti dell’Hi-tech californiano, circa un anno fa, per l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Tutto ciò, inoltre, ci dovrebbe far riflettere anche su un altro fenomeno inquietante: l’alleanza dei gruppi Hi-tech con quelli finanziari e con l’industria militare.
FR: La seconda tendenza, invece, è quella «etnocratica», che «si realizza in un esercizio familistico del potere, e in una gestione dei popoli intesi come iperfamiglie, comunità naturali chiuse».
DDC: Esatto: l’«etnocrazia» che riduce il «demos», il popolo (con la sua naturale vocazione all’ospitalità), all’«etnos», all’etnia, ai legami di sangue e di territorio. Riscontriamo questa tendenza, per esempio, nell’Ungheria di Orban e in Germania, in un partito come AfD (Alternative für Deutschland, ndr); ma la scorgiamo anche in Italia, dove la narrazione del Governo ha sostituito il termine «Paese» con quello di «nazione».
FR: I quasi 70 mila morti di Gaza, causati dai bombardamenti israeliani; gli arresti, a Londra, di oltre 800 manifestanti; la brutale violenza, negli Stati Uniti, a opera dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement, ndr) e le surreali minacce di Donald Trump rivolte alla Groenlandia. La democrazia liberale, fino a ora, ha solo indossato una maschera?
DDC: La democrazia liberale, in questo momento, è in grande difficoltà, annaspa. Israele, giusto per ricollegarci al discorso di prima, è uno stato etnocratico e i crimini commessi a Gaza dipendono molto da questo fattore. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, assistiamo a scene sconcertanti: non solo di crudeltà e spietatezza ma anche di pura irrazionalità. Un esempio? Gli arresti, ormai indiscriminati, hanno colpito anche alcuni appartenenti alla comunità nativa dei Sioux: è un paradosso. E il tema della Groenlandia è un tema che riguarda l’Europa ma anche l’autodeterminazione dei popoli. E mi pare che, fino a ora, non ci sia stato alcun rispetto per la storia dei popoli né per la loro volontà.
FR: Ernst Jünger, nel «Trattato del ribelle», prevede il diritto usato come arma. Simone Weil, ne «La persona e il sacro», si spinge oltre: afferma che, da sempre, il diritto, in realtà, è diritto d’uso e d’abuso. Stiamo assistendo a questo?
DDC: Filosofi e filosofe hanno sempre guardato al diritto come al risultato di un rapporto di forze. Detto questo, quello a cui ora stiamo assistendo è una forza che si fa beffe del diritto, poiché, attraverso la prepotenza, si fa beffe della storia. Tutto ciò è inaccettabile.
FR: Mesi fa, Ahmad al-Shara’, attuale presidente della Siria e un tempo jihadista di al-Qaida, è stato accolto alla Casa Bianca con tutti gli onori. Il mondo è diventato un grande e grottesco «Truman Show» in cui i “cattivi” possono diventare “buoni” a seconda delle necessità del potere?
DDC: A mio avviso, sì. Sia ben chiaro: personalmente, non penso che esistano il male assoluto e il bene assoluto. Credo, al contrario, che la politica (che non è l’etica) debba sapersi muovere, sapientemente, attraverso una scala di grigi. Però, quello a cui stiamo assistendo assume sempre più i toni di un macabro teatrino: la possibilità che, dall’oggi al domani, figure così controverse, con le mani sporche di sangue, possano essere accolte con tutti gli onori, come se nulla fosse stato, lascia esterrefatti. Forse, il rischio è la normalizzazione di tutto ciò e l’incapacità di rimanere scioccati. Bisogna continuare a meravigliarci, a stupirci e, se necessario, ad arrossire di vergogna.
FR: All’inizio del conflitto fra Russia e Ucraina, coloro che marciavano per la pace venivano considerati ideologicamente vicini alla Russia e definiti «pacifinti». Ora, chi critica Israele, viene spesso (e automaticamente) classificato come «antisemita». Il maccartismo è tornato di moda?
DDC: Sì. Ormai, da qualche anno, questa nuova forma di maccartismo è presente ed è in crescita. Una caccia alle streghe che sa molto di epurazione. L’interlocutore non viene più concepito come un avversario con cui, al di là delle idee (che possono anche essere discutibili e controverse), intrattenere un dialogo: viene ridotto a nemico, a etichetta da rimuovere. A tal proposito, condivido quel che, un mese fa, ha detto il Papa, ovvero che i pacifisti sono stati ridicolizzati ed espulsi dal discorso pubblico. Credo che sia stato e che continui a essere un fatto gravissimo.
FR: Il «caso Paragon» ha sollevato diversi interrogativi e altrettanti timori. Siamo nel «capitalismo della sorveglianza» teorizzato da Shoshana Zuboff?
DDC: Diciamo che, già da tempo, siamo nel capitalismo della sorveglianza. La grande domanda, però, è chi sorveglia i sorveglianti. La tecnologia senza freni, come già accennato, erode la democrazia e può andare a creare dei precedenti inquietanti. Non possiamo normalizzare la sorveglianza senza limiti poiché, così facendo, andremmo ad addestrare i cittadini alla cieca obbedienza.
FR: C’è un saggio di Martin Heidegger che si intitola «Che cosa significa pensare?». Ma in una società dei consumi come la nostra, dove (quasi) tutto è calcolo, c’è ancora spazio per il pensiero?
DDC: Il pensiero critico ha sempre meno spazio. E sempre meno tempo. Spazio e tempo viaggiano in tandem e quindi il pensiero critico non trova né voce né visibilità. Si ferma ai margini, è molto isolato. La società dei consumi, del resto, non aiuta di certo: ogni giorno, siamo sottoposti a ritmi pesanti e ad accelerazioni continue. Non riusciamo nemmeno a districarci (e a orientarci) nell’infinito flusso di notizie in cui, quotidianamente, siamo immersi. Questo fa sì che non ci siano le condizioni ideali per il pensiero critico, perché la riflessione ha bisogno del nostro fermarci. Per questo motivo, credo che, più che mai, ci sia bisogno di filosofia.
FR: «Dai diamanti non nasce niente/Dal letame nascono i fior», canta Fabrizio De André. E dalle macerie?
DDC: Non lo so. Quel che è certo è che quando si ricostruirà si dovrà tenere conto di coloro che sotto alle macerie sono rimasti: le vittime e i vinti, la cui memoria va tenuta accesa. Le immagini che ci giungono dall’Ucraina, però, assumono i contorni di un grande punto interrogativo. Il cosiddetto «Board of peace» di Trump, invece, mi pare vada proprio in direzione contraria: cancellare i corpi, rimuovere i nomi, livellare le rovine per farne un progetto immobiliare sulla pelle dei palestinesi. Come se la pace potesse nascere dal profitto. Come se la giustizia fosse la slide di un rendering. Onestamente, la trovo un’oscenità.
In attesa di Donatella Di Cesare e dopo aver accolto lo scorso 23 gennaio, a Caravaggio, Matteo Cavalleri, «Macerie» continua con Andrea Rampini che, alle ore 20.45 di venerdì 30 gennaio, presso la Sala polivalente «Mario Giupponi» di San Giovanni Bianco, presenterà il libro «L’antifascismo. Una tradizione generativa (1945/2025)», edito da Donzelli Editore.
