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E se non comprassimo più nulla per un mese?

Articolo. È la «No Buy Challenge», un mese senza acquisti per riprendere il controllo dei consumi e dire no alla fast fashion

Lettura 3 min.

Gennaio è da sempre, anche per noi bergamaschi, il mese dei buoni propositi e dei grandi cambiamenti. Le feste sono passate e, tra una giornata di pioggia e l’altra, ci prepariamo ad affrontare le ultime settimane d’inverno. Ma gennaio è anche il mese delle vetrine che si riempiono di scritte stuzzicanti: ci sono i saldi! Il richiamo delle occasioni sembra irresistibile e, che sia una passeggiata sul Sentierone o un giro tra i corridoi di un centro commerciale, gli sconti sanno come farci credere che ogni acquisto sia l’affare della vita.

A questo punto vorrei proporvi una riflessione diversa, controcorrente: e se questa volta la sfida non fosse trovare lo sconto più alto, ma riscoprire il valore di ciò che già possediamo? Nei paesi anglofoni la chiamano «No buy challange» (la sfida del non acquisto): un impegno a non fare acquisti superflui, di solito per un mese (sono consentite ovviamente la spesa alimentare, e tutte quelle legate a medicine, bollette, affitto e prodotti per l’igiene). L’obiettivo non è scivolare nell’avarizia, ma riprendere il controllo delle proprie abitudini d’acquisto e capire quanto spesso compriamo per abitudine o per noia, invece che per un reale bisogno.

La trappola della moda veloce

Chi non ha mai ceduto al fascino di una maglia a metà prezzo? I saldi spingono ad acquistare non perché abbiamo bisogno di qualcosa, ma perché il pezzo è, in alcuni casi, quasi ridicolo. Qui scatta la trappola della fast fashion, un meccanismo esploso negli anni Novanta con alcuni colossi della moda che riducono drasticamente il tempo tra l’ideazione e la vendita dei capi, a discapito di chi in prima persona è impiegato nella produzione. Questi abiti nascondono un costo altissimo – ambientale e umano – che non compare sull’etichetta.

Ogni anno, l’industria tessile è responsabile del 20 per cento dell’inquinamento globale di acqua potabile, a causa dei processi di tintura e finitura dei tessuti. In Bangladesh, India e Cambogia, i fiumi vicino alle fabbriche finiscono per trasportare un cocktail tossico di piombo, mercurio e arsenico che distrugge gli ecosistemi e ha influenze devastanti anche sulle popolazioni locali. Ma l’inquinamento da fast fashion non si ferma nel Sud-Est asiatico: ogni volta che laviamo un capo in poliestere, migliaia di microplastiche si staccano dai tessuti e, attraverso gli scarichi della lavatrice, finiscono nei nostri mari. Inevitabilmente, poi, raggiungono la catena alimentare: un inquinamento invisibile ma costante.

C’è poi il dramma dei rifiuti che derivano dalla fast fashion che non indossiamo più: la maggior parte dei capi di abbigliamento in disuso viene spedita nel deserto di Atacama in Cile o sulle coste dell’Africa dove, soffocando il terreno, rilasciando gas serra. Infine, non possiamo dimenticare l’impatto umano. Dietro i prezzi stracciati si nascondono turni di lavoro massacranti, e condizioni di sicurezza inesistenti per milioni di lavoratori, spesso donne e minori. Scegliere di non comprare l’ennesimo capo superfluo significa, prima di tutto, smettere di alimentare questo sistema.

Accetti la sfida?

Per noi bergamaschi, che abbiamo nel DNA il valore del risparmio e della concretezza, la sfida del «Mese Senza Acquisti» può trasformarsi in un’occasione per rivalutare ciò che già abbiamo nell’armadio, e per fare chiarezza su quello che invece ci piacerebbe. Ecco come impostarla.

Per prima cosa è necessario rendersi conto di ciò che già possediamo, facendo una sorta di inventario del nostro guardaroba, anche di quei capi d’abbigliamento che di solito dimentichiamo di possedere. Quante giacche ci sono? Quanti pantaloni sono simili tra loro? Spesso facciamo shopping perché non abbiamo una chiara idea di tutte le “vecchie” chicche seminascoste nel nostro guardaroba. Dedicare un pomeriggio di febbraio a riordinare i vestiti è il primo passo per abbracciare la «No Buy Challange»: basteranno un paio d’ore per accorgervi di essere molto più ricchi – parlando di abbigliamento - di quanto pensiate.

Se invece, passeggiando per via XX Settembre a Bergamo, vedete nelle vetrine un oggetto che vi attira follemente, prendetevi del tempo. Create una piccola lista, mettendo nero su bianco ciò che desiderate. Lasciate poi passare due o tre settimane e, rileggendo quella nota, vi accorgerete che il desiderio è svanito e che quell’oggetto non ci serve affatto. Inizio anno è il periodo perfetto per trovare un calzolaio e portare finalmente quelle scarpe a sistemare, o per far riparare da mani esperte quell’orologio fermo da tempo. Valorizzare ciò che già abbiamo, attraverso degli artigiani locali è una forma intelligente di sostenibilità. Un oggetto riparato ha una storia, la vostra storia, un oggetto nuovo è solo un numero.

La sfida del «Mese Senza Acquisti», però, non è solo una temporanea rinuncia. È anche fare spazio a ciò che per noi conta davvero. Perché non investire del tempo (e i soldi risparmiati) in un pomeriggio esplorando il territorio? Una passeggiata sui Colli di Bergamo, una visita all’Accademia Carrara o a uno dei tanti, piccoli e preziosi musei sparsi nella nostra provincia… o magari un pranzo in un agriturismo che sostiene l’agricoltura a chilometro zero.

Un nuovo sguardo sul domani

La bellezza della sfida risiede nel fatto che ci costringe a guardare con onestà dentro i nostri armadi e, soprattutto, dentro noi stessi. Attraverso questo esercizio, impariamo a distinguere i bisogni reali, legati alla nostra sopravvivenza, alla salute e a una vita dignitosa, dai bisogni indotti. Mentre i primi sono limitati e portano a una soddisfazione autentica (pensiamo al piacere di un pasto nutriente o di un cappotto che ci ripara davvero dal freddo), i secondi sono passeggeri, “fabbricati” dalla pubblicità per farci sentire sempre un passo indietro. Sono quelli che ci sussurrano che il nostro smartphone, pur funzionando perfettamente, sia ormai vecchio solo perché è uscito il modello successivo, o che la nostra cucina abbia bisogno di quell’ennesimo robot automatico che finirà per prendere polvere in dispensa.

La sfida del «Mese Senza Acquisti», in definitiva, non toglie nulla: al contrario, restituisce tempo, risorse e consapevolezza per prenderci cura di ciò che conta davvero, insegnandoci che la vera abbondanza non sta nel comprare tutto ciò che è nuovo, ma nel non desiderare nulla di superfluo.

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