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Francesca Acquati: «Ascoltiamo la città per costruire insieme gres art 671»

Intervista. La direttrice racconta il progetto di rigenerazione e il futuro dell’ex area industriale, che dal 10 aprile ospiterà la prima mostra italiana di Isaac Julien

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Francesca Acquati

Quella a Francesca Acquati, direttrice generale e responsabile artistica di gres art 671, è la quarta intervista del progetto editoriale firmato Eppen che intende fotografare lo stato dell’arte della cultura bergamasca. La conversazione avviene mentre negli spazi di gres art 671 è in corso l’allestimento della mostra di Isaac Julien, «Museum Dreams», in apertura il prossimo 10 aprile. Un progetto che interroga il ruolo del museo, le sue scelte culturali, la sua funzione oggi: non soltanto un’esposizione, ma una riflessione sul senso stesso dell’istituzione culturale in una fase di trasformazione.

Per gres art 671, in questo momento della sua giovane storia, questa mostra assume un valore quasi catartico: è un modo per chiedersi chi è e cosa vuole essere. In questo senso, le risposte della curatrice restituiscono l’idea di un percorso più che di una definizione statica: un processo che riguarda lo spazio, la città e il sistema culturale nel quale gres art 671 ha deciso di entrare come interlocutore attivo.

LL: gres art 671 nasce in un’ex area industriale rigenerata. Cosa significa introdurre a Bergamo uno spazio indipendente che non custodisce patrimonio ma assume la contemporaneità come campo di ricerca?

FA: Sicuramente è una sfida. Una grande sfida, che però ha le spalle coperte e nasce dalla volontà della proprietà - la holding finanziaria Italmobiliare della famiglia Pesenti - di ridare questa porzione di città a Bergamo. È un’area ex-industriale di 60 mila metri quadri complessivi: è, quindi, in un certo senso, un quartiere, che non è mai stato abitato se non dalle persone che qui venivano a lavorare. C’era un passato legato alla produzione, ma non una vita urbana. Oggi la sfida è ricucire questo quartiere al resto della città. Poi c’è la domanda su che cosa siamo. È un dibattito ampio, costante, anche molto sfidante. Ed è qui che il soggetto privato può permettersi una libertà di sperimentazione e di interrogazione che, in istituzioni più classiche, risulta forse più limitata. La nostra fortuna è avere un ampio spettro di possibilità, legate alla vocazione della direzione artistica e creativa di chi questo luogo lo ha voluto e lo gestisce, ma anche a un dialogo continuo tra scena artistico internazionale e territorio. L’idea è portare a Bergamo un’offerta internazionale, non sovrapponibile alle istituzioni museali o culturali in genere, con la libertà di sperimentare, anche nelle zone grigie tra le discipline. Fin dalla nascita, tre elementi sono stati la cifra della nostra differenziazione: essere profondamente legati a un luogo, che vogliamo rigenerare attraverso la cultura; essere orientati alla comunità e all’offerta cittadina, lavorando per complementarità, cioè portando qualcosa che magari non c’era; e, allo stesso tempo, stare nel locale intercettando e lavorando con realtà internazionali.

LL: In assenza di una collezione permanente e di vincoli istituzionali, quanto la libertà progettuale di gres art 671 rappresenta una forza e quanto rischia di parlare a un pubblico già formato? E come evitare che questa indipendenza diventi autoreferenziale?

FA: La libertà progettuale è una libertà che deriva dai presupposti stessi dell’istituzione: nasce su volontà di un privato, che è anche l’unico finanziatore, e questo consente non solo autonomia, ma soprattutto una velocità di esecuzione che nel nostro mondo non è affatto scontata. Siamo snelli, rapidi nell’intercettare opportunità quasi last minute, cosa che un museo classico, per struttura, difficilmente potrebbe cogliere. Una grande libertà che comporta però sempre una grande responsabilità, e anche un rischio di dispersione, soprattutto in termini di identità e di posizionamento. Siamo un’istituzione giovanissima, ancora dentro una fase di dibattito e di ricerca. gres art 671 non nasce come museo privato con una collezione orientata a un pubblico specialista, ma si configura piuttosto come un luogo multidisciplinare con una chiara vocazione espositiva. Una programmazione più varia permette di intercettare con maggiore rapidità aree e fasce di pubblico che non sono di immediata pertinenza. L’aspetto più delicato, e anche più rischioso, di questa libertà è l’effort economico. Lavorare solo su mostre temporanee è uno sforzo significativo, non soltanto sul piano economico ma anche su quello progettuale e di time consuming per lo staff. Noi non compriamo mostre o produzioni: le facciamo. Progettiamo, sviluppiamo e investiamo tempo e risorse nella creazione di esposizioni totalmente nuove e inedite. Ed è, oggettivamente, un grande sforzo, ripagato da una grande soddisfazione.

LL: Qual è la responsabilità pubblica di gres art 671 nell’ecosistema culturale bergamasco e come si traduce, in concreto, nelle scelte di relazione, accessibilità e collaborazione sul territorio?

FA: La responsabilità è legata all’impatto e al valore che possiamo generare e portare nel territorio. Fin dall’inizio questa responsabilità si è tradotta in una scelta di governance precisa: fondare una Srl società benefit, che gestisce gli spazi di gres art 671 ma ne sviluppa anche le produzioni, commissiona opere ad artisti e ne detiene la proprietà. La forma benefit consente proprio questo: misurarci rispetto alla nostra responsabilità sociale e comunitaria, rispetto al valore che riusciamo a generare. La relazione d’impatto, pubblicata ogni anno insieme al bilancio, non è solo uno strumento di trasparenza, ma uno strumento di valutazione reale su ciò che stiamo producendo per la città e per la comunità. Questa funzione pubblica si manifesta anche in scelte molto concrete, come quella di mantenere una delle due campate sempre ad accesso gratuito: si può venire a gres art 671 per lavorare, studiare, bere un caffè, senza necessariamente acquistare un biglietto per una esposizione. È stata destinata una porzione significativa di spazio a questo scopo, con l’idea di favorire l’aggregazione e funzionare da generatore di comunità. Rigenerare significa restituire all’uso pubblico.

LL: In un Paese come l’Italia, dove molte istituzioni culturali hanno una lunga storia pubblica, come si costruisce la legittimità di uno spazio nuovo e privato? Conta di più la qualità, il tempo, le relazioni o il riconoscimento istituzionale?

FA: Tutte queste cose insieme. La qualità è ovviamente un elemento imprescindibile. È chiaro però che, muovendosi in un ambito nuovo, si entra in territori di definizione altrettanto nuovi: quelli dei luoghi ibridi e della loro capacità di attraversare le discipline. Questo significa che dobbiamo garantire a priori sempre la qualità, ma anche accettare che, nella sperimentazione, la qualità sia una sfida da abbracciare. A volte si lavora sull’ignoto: gli esiti non sono mai del tutto sicuri. Eppure sono spazi necessari, per le scene artistiche e per le città. Poi c’è il tema del successo. Qual è il parametro? Il numero di pubblico? L’incasso? La qualità artistica? Il riconoscimento degli stakeholder del settore? Tutte queste cose insieme, o solo alcune? È un sistema complesso che deve funzionare in modo integrato: qualità, comunicazione, relazione con il pubblico. La qualità è fondamentale, così come lo è la reputazione. Ma la reputazione si costruisce nel tempo, e per noi è ancora presto. Oggi quello che possiamo fare è stare in ascolto, cercare di amplificare il valore della città portando le nostre reti internazionali e contatti già esistenti, affinché diventino risorsa anche per i soggetti che lavorano con gres art 671.

LL: La rigenerazione urbana attraverso l’arte è spesso raccontata come leva di sviluppo e attrattività. In questo scenario, quale valore intendete generare e quale ruolo politico riconoscete al vostro intervento?

FA: La rigenerazione urbana genera diversi livelli di valore. Il primo, quello più evidente, riguarda gli spazi: lì dove c’era un vuoto urbano, un’area disabitata o abbandonata, si interviene ristrutturando, riqualificando e restituendo alla comunità. In questo senso si tratta di un’operazione con un esito pubblico, e quindi inevitabilmente anche «politico», nel suo significato più elementare. C’è un tema di valore del luogo. Questo è uno spazio bellissimo, ampio, generoso, che al di là dell’estetica porta con sé una storia sociale ed economica. È un valore trasversale, che riguarda anche la conservazione e la trasformazione di una memoria industriale che qui è passata, ma che in altre parti del mondo è ancora presente. Poi c’è un secondo livello, che per me si configura sempre come un triangolo: spazio, persone, offerta culturale. La rigenerazione urbana funziona solo se questi tre elementi convivono. Se manca il pubblico, hai ristrutturato per te stesso. Se manca l’offerta culturale, hai uno spazio di qualità ma non generi quel valore di benessere e di amplificazione di ciò che accade. Centri come questo diventano allora un anello di congiunzione tra istituzione e pubblico. Traducono linguaggi che non sempre arrivano direttamente, si fanno ambito di sperimentazione di pratiche, casa per scene artistiche che altrimenti non troverebbero spazio, luogo per pratiche interdisciplinari che non rientrano nelle categorie tradizionali. Questo, credo, sia anche il nostro ruolo.

LL: Qual è oggi il vostro pubblico reale? E quali pubblici non state ancora intercettando? E fino a che punto uno spazio indipendente deve interrogarsi su chi resta fuori?

FA: Sicuramente è giusto interrogarsi su chi resta fuori. È vero però che in ogni scelta di posizionamento qualcosa inevitabilmente resta fuori: altrimenti saremmo tutti iper-generalisti, e questo non credo sia un bene in assoluto. Luoghi come questo hanno comunque la possibilità di ampliare il più possibile i pubblici, anche grazie alla varietà dell’offerta. Sono molti i pubblici che si avvicinano a noi, attivati di volta in volta dalle proposte culturali. Il pubblico dell’arte, gli appassionati, chi è già abituato alla fruizione culturale, arriva quasi naturalmente. C’è poi un pubblico su cui abbiamo lavorato molto: quello di prossimità, il vicinato. Un’utenza che può frequentare gres art 671 anche indipendentemente dalla programmazione. Il pubblico che ancora non intercettiamo pienamente, e su cui intendiamo concentrarci, è più generico ma locale. Molti bergamaschi non sanno ancora che gres art 671 esiste, anche per una ragione geografica: non siamo inseriti in un flusso naturale della città. Su questo c’è ancora molto lavoro da fare. Poi c’è il tema del pubblico internazionale, che è un percorso inevitabilmente lento: entrare nelle mappe delle geografie culturali richiede tempo. Gli accessi, dall’apertura (2025, ndr), sono stati oltre 70.000. È un dato che incoraggia, ma serve pazienza perché il pubblico diventi davvero ampio e consolidato.

LL: Guardando ai prossimi anni, gres art 671 che ruolo intende assumere nel panorama culturale di Bergamo?

FA: Stiamo ristrutturando altri 1.300 metri quadri per creare un’area dedicata agli eventi, con una vocazione chiaramente multidisciplinare. Questo essere piattaforma, questo essere luogo di coprogettazioni, ha bisogno di spazi adeguati per potersi esprimere ed esistere pienamente. Appuntamenti come quelli con Alessandro Barbero, Cecilia Sala e i Premi Nobel hanno evidenziato che gli spazi attuali sono ormai stretti: la richiesta c’è stata, ed è stata forte. Al di là di ciò che vogliamo essere per Bergamo, i primi riscontri ci dicono che Bergamo risponde, partecipa. Il nostro ruolo è sempre più quello di proporci come alternativa nella partecipazione culturale cittadina, un contrappunto, e non in competizione, rispetto al resto dell’offerta. Uno spazio dedicato alla sperimentazione dei formati, ma anche all’internazionalizzazione. Lavorare su questa scala locale-internazionale significa osservare ciò che accade sulla scena globale, senza distogliere l’attenzione da ciò che cresce e va valorizzato sul territorio. E magari, a un certo punto, far dialogare queste dimensioni per vedere che cosa può generarsi. Questo è il futuro di gres art 671. Serve anche una disponibilità al trial and error. Siamo giovani, ma la direzione è questa. Restiamo in ascolto della città.

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