Anche quest’anno, come ogni anno, non ho rispettato la tradizione che, scherzosamente, vorrebbe limitare la famiglia al Natale e concedere, a Pasqua, la libertà di scegliere una tavola senza parenti. Dopo gli aperitivi, gli antipasti e le portate principali, preparate da mani che sanno che l’ingrediente segreto non è nascosto in dispensa, ci siamo concessi una pausa prima dei dolci. I ricordi della mia ultima Pasqua iniziano con l’ombra delle colombe che incombeva sulla tavola e l’assopimento del lungo convivio ha vinto sulla curiosità di scoprire quale sorpresa si celasse dentro le uova di cioccolata. La tavola, con ancora i segni del banchetto, assume un’aria differente: quasi come una metamorfosi, diventa un campo da gioco.
In un armadietto, scelgo cosa proporre ai commensali: con il mazzo francese si potrebbe giocare a Burraco, Scala 40 o riempire la tovaglia con le improbabili combinazioni di una partita di Machiavelli. Non mancano poi le Masenghini bergamasche, protagoniste di tornei di scopa e briscola. Indeciso, guardo oltre: c’è un altro mazzo di carte, un po’ nascosto, che attira la mia attenzione. La caratteristica confezione rossa, bianca e blu rimanda alla casa produttrice di carte da gioco di Bergamo, ma questa volta non leggo «bergamasche». Sotto il castello di carte blu, logo della Masenghini, un nome diverso: «Cuccù».
A dettare le regole del gioco è mio nonno, unico che, a quanto pare, le conosce. Il mazzo è composto da 40 carte, divise in due categorie: numeri e figure. I primi, dall’1 al 10, sono scritti secondo il sistema romano, ad eccezione del 4 e del 9, che presentano la curiosa variante «IIII» e «VIIII», al posto dei classici «IV» e «IX». Le figure sono invece più singolari, caratterizzate da uno stile che ricorda, a tratti, la xilografia. In ordine di valore crescente troviamo: matto, mascherone manco di secchia, secchia manco di nulla, nulla, l’osteria (su cui compare la scritta «fermatevi alquanto»), il gatto (detto «gnao»), il cavallo («salta»), il «bragon» (un uomo in calzoni a “sbuffo” con una rosa in mano), il cucco e la «Brescia» («bressa» o leonessa). Ogni carta, sia numero sia figura, ha due copie.
Ci dividiamo in due coppie e distribuiamo tutte le carte, 10 ciascuno. La mano procede similmente alla briscola: il giocatore che apre “comanda” il gioco, scegliendo un numero o una figura dalle proprie carte. Di conseguenza, il turno viene vinto dal giocatore che cala la carta del valore più alto. I numeri possono essere “strozzati” solo da altri numeri, mentre le figure solo da altre figure. Dunque, se la prima carta giocata è un numero, il «X» vince sempre (compreso sul secondo «X» presente del mazzo). Viceversa, è la leonessa ad avere la meglio sulle figure. Il giocatore è obbligato a rispondere al gioco: in un turno comandato da figure non può calare un numero se ha ancora delle figure tra le proprie carte. Vince la coppia che colleziona più punti: le figure superiori al «nulla» e i «X» valgono un punto mentre i numeri dal «V» al «VIIII» mezzo punto.
Secondo quanto ascoltato dalle storie di mio nonno, con cui ho avuto la fortuna di giocare in coppia e, pertanto, di vincere, questa è la versione diffusa a Bergamo. Anche se oggi non è molto conosciuto, il gioco del Cucco ha goduto di una certa popolarità negli scorsi secoli, tanto da sviluppare un articolato sistema di “segnature”, utili per rivelare al proprio compagno di gioco, senza proferire parola, le carte della propria mano. Per quanto sarebbe stato interessante, ho preferito non approfondire questo argomento, credendo nella genuinità del gioco al di là degli stratagemmi da baro.
Si pensa che il Cucco abbia le sue origini nell’Italia del Settecento, rappresentando oggi uno dei giochi di carte più antichi ancora in circolazione. Con alcune variazioni nelle regole e nelle modalità di gioco, è possibile trovare giocatori di Cucco non solo nella nostra provincia, ma anche in Abruzzo e addirittura in Danimarca, come attesta il Museo delle storie di Bergamo. Quelle presentate da mio nonno corrispondono infatti alle regole di una delle numerose versioni di questo gioco. In una di queste, prima dell’inizio della partita, il giocatore che taglia prende l’ultima carta del mazzo e la gira. Essa, che, come nella briscola, rimane rivolta verso l’alto, rappresenta la «Trionfa»: chi possiede la carta gemella può giocarla per vincere automaticamente una mano.
La versione più diffusa in Abruzzo, in particolare nella provincia di Teramo, è invece molto differente da quelle delle valli bergamasche. I giocatori possono essere più numerosi rispetto alle varianti descritte fino ad ora, arrivando anche a oltre 20. Più vicino al gioco d’azzardo, il «Gioco dello Stù» – così viene chiamato in queste zone – unisce furbizia, bluff e abilità. Si procede ad eliminazione: ogni giocatore riceve una sola carta e, per rimanere in gioco, non si deve avere la carta con il valore minore. Se si pensa di essere in questa scomoda posizione, è possibile passare la propria carta – «chiedere il passo» - al giocatore che si ha alla propria destra che, salvo in alcuni casi, è costretto a cedere la sua carta in cambio di quella che riceve. In questa versione le frasi che compaiono sulle figure hanno un senso pratico. Ad esempio, se il giocatore a cui viene richiesto il passo possiede un cavallo, può dire, leggendo sulla propria carta, «salta». Il giocatore richiedente dovrà dunque inoltrare la sua domanda al giocatore successivo.
La familiarità dei bergamaschi con il gioco del Cucco è testimoniata anche dal «Vocabolario dei dialetti bergamaschi» di Antonio Tiraboschi. Sotto la voce «Cöc» relativa al cuculo, il linguista di Alzano Lombardo ne aggiunge una seconda per descrivere il «giuoco che si fa con 40 carte binate, cioè 20 numerate» e altre «venti figurate». Nel vocabolario vengono riportati anche i nomi che la tradizione ha affibbiato alle «figüre»: nel mazzo sono presenti due «ostarée», due «gač», due «caai», due «braghì», due «cöc» e due «bresse». Tra le carte di nessun conto: due «mač» o «pipéte», due «mascherù», due «sège» e due «nöle».
Un tempo prodotte esclusivamente dall’azienda bergamasca Masenghini, dal 2003 assorbita dalla Dal Negro, che ha voluto preservarne il marchio, oggi le carte da Cucco, o Cuccù, sono fuori produzione. Nel 2023, in occasione di Bergamo-Brescia Capitale italiana della cultura, l’azienda trevigiana di carte ha creato un mazzo celebrativo proprio di questo gioco, confermandone il valore storico e culturale. Le illustrazioni, curate da Nicolino Farina, aggiungono a quelle della tradizione scorci delle due città sorelle.
Se oggi giocare a «Cöc» può significare trovare un insolito mazzo di carte durante un pranzo pasquale, un tempo la sua diffusione era tangibile. Un giornalista de L’Eco di Bergamo, in un articolo del 1938, scriveva che, prima della sua formazione, non avrebbe potuto esprimersi riguardo ad alcuni aspetti linguistici, poiché «in fatto di fonologia e di morfologia» valeva «quanto la “secchia” nel vecchio giuoco del Cucco, cioè meno di nulla».
