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«Io, oltre la malattia»: il racconto fotografico che cambia lo sguardo sul tumore al seno

Intervista. Il progetto dell’associazione «Amiche per mano», a cura della fotografa Stefania Sacchi, racconta il percorso di ventitré donne che hanno affrontato la malattia restituendo loro luce e dignità

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Cinzia insieme a Francesca, un’altra delle 23 donne protagoniste di questo progetto (Foto di Stefania Sacchi)

La parola «fotografia» è già da sola una piccola poesia: significa «scrivere con la luce», una definizione antica e precisa, ma anche sorprendentemente delicata. Scrivere con la luce, in fondo, significa illuminare ciò che rischierebbe di restare in ombra, restituire forma e presenza. A volte, anche identità. Quando arriva una malattia – soprattutto una di quelle che portano con sé simboli, campagne e statistiche – può succedere che la persona scompaia dietro un’etichetta. Non si è più Anna, Laura, Sara o Maria: si diventa «una paziente», «un tumore al seno», una categoria.

Il progetto «Io, oltre la malattia», promosso dall’associazione Amiche per mano, nasce proprio da questa esigenza: restituire alle persone il loro nome, la loro storia, il loro sguardo. Le protagoniste sono ventitré donne che stanno attraversando (o hanno attraversato) il tumore al seno e che fanno parte dell’associazione guidata dalla presidente Paola Cornero, che, dopo aver vissuto la malattia in prima persona, ha deciso di trasformare quell’esperienza in uno spazio di sostegno per altre donne. L’associazione Amiche per mano è molto attiva sul territorio bergamasco attraverso iniziative e incontri che creano una vera e propria rete di solidarietà e sostegno.

Per questo progetto, a raccontare le donne attraverso immagini è la fotografa Stefania Sacchi; il risultato non è solo una serie di ritratti, ma un percorso: attraversare la malattia, guardarla, provare a lasciarla alle spalle e tornare a essere se stesse. Con il proprio nome, il proprio corpo, le proprie passioni. E con un po’ di luce addosso. Per Cinzia Saba, una delle donne che hanno partecipato al progetto, l’esperienza è stata qualcosa di più di uno shooting fotografico: «Nel momento in cui ci siamo spogliate eravamo tutte diverse, ma sorprendentemente unite. È stato un momento di guarigione: pur essendo in fasi diverse, in qualche modo ci siamo liberate idealmente della malattia».

Ho avuto la possibilità di intervistare la fotografa autrice del progetto, Stefania Sacchi.

CDM: Ci racconta la genesi del progetto «Io, oltre la malattia»?

SS: L’idea è nata dal desiderio di una mia amica di ringraziare l’associazione che aveva accompagnato sua mamma, Marialisa Marenzi, durante la malattia. Io realizzo spesso shooting fotografici su richiesta e mi è stata proposta questa sfida da Amiche per mano. È nata così la possibilità di trasformare un ricordo in qualcosa che potesse diventare speranza per altre persone. Quando si raccontano storie di malattia è giusto ricordare anche chi non c’è più, creando uno spazio di condivisione e di futuro.

CDM: Lei lavora da anni nel sociale. In che modo la fotografia può aiutare nella narrazione della complessità della vita?

SS: Io sono direttrice della fondazione Decathlon in Italia e da più di vent’anni lavoro a contatto con persone che vivono situazioni di difficoltà, utilizzando in tutti i nostri progetti lo sport come strumento di rinascita. A questa mia quotidianità si unisce la passione per la fotografia, linguaggio per me potentissimo. Mi piace usarla per costruire narrazioni in cui parole e immagini si rafforzano a vicenda, restituendo un’identità alle persone.

CDM: Lei insiste molto sulla differenza tra «essere» e «avere» una malattia. Perché è così importante?

SS: Perché la società tende a ridurre le persone a etichette. Quando hai un cancro, a volte smetti di essere una donna e diventi «una paziente». La malattia finisce per invadere tutta la tua identità. In realtà la differenza è semplice ma fondamentale: tu non sei una malattia, tu hai una malattia. È una parte della tua vita, non la definizione di chi sei. Durante gli shooting non ho mai avuto la sensazione di avere davanti delle pazienti, ma donne con una storia, un carattere, un nome. Quando guardi qualcuno così, l’umanità torna al centro.

CDM: Il progetto racconta ogni storia attraverso tre fotografie. Perché ha scelto proprio questa struttura?

SS: Volevo raccontare un percorso e il trittico funzionava bene. La prima fotografia si chiama «Ritratto in rosa»: la donna è avvolta in una stola rosa e rappresenta lo sguardo della società che identifica la persona con la malattia. Nella seconda immagine c’è il movimento: ho chiesto alle donne di giocare con la stola, quasi a liberarsene. È il momento in cui attraversano l’esperienza e cercano di riappropriarsi della propria identità. Nell’ultima fotografia la stola sparisce e accanto alla donna compare un oggetto significativo per lei: una passione, un hobby, qualcosa che la rappresenta. In quel momento non è più «la paziente»: torna a essere se stessa.

Per Cinzia Saba quell’oggetto è stato un libro: «Ho scelto un libro perché la lettura mi ha accompagnata molto durante la malattia. Già nella mia prima esperienza con un tumore, quando avevo 12 anni, i libri mi hanno aiutata a creare una seconda vita in cui proiettarmi mentre affrontavo le cure. Anche ora che ho più di 30 anni, durante le notti insonni, mi hanno aiutato molto».

CDM: Come si crea la fiducia necessaria per fotografare momenti così intimi?

SS: La differenza la fa lo sguardo del fotografo. Prima di scattare abbiamo passato del tempo insieme: ci siamo conosciute, ho raccontato il progetto nei dettagli, alcune donne si sono confrontate su come usare la stola cercando dei tutorial. Quel momento iniziale è stato fondamentale: se una persona si sente a suo agio, nelle fotografie si vede. Io non amo chiedere pose precise perché ogni donna trasmette naturalmente qualcosa: è il mio compito saperlo cogliere.

A confermarlo è anche l’esperienza di Cinzia: «Io inizialmente ho dato la mia adesione senza pensarci troppo, mi sembrava un progetto importante. Poi, quando sono arrivata, ho avuto un momento di titubanza perché non volevo spogliarmi. Stefania però ha creato un clima davvero intimo e ci ha messe completamente a nostro agio».

CDM: Che cosa è successo poi durante gli incontri con le protagoniste?

SS: Alla chiamata dell’associazione hanno risposto in ventitré. Non ci eravamo prefissati limiti numerici perché non volevamo escludere nessuno. Gli shooting si sono svolti in due pomeriggi molto intensi. Alcune donne si sono spogliate completamente, altre meno. C’è chi ha tolto la parrucca, chi è rimasta vestita. C’erano donne in fasi differenti della malattia, ma tutte accomunate dalla voglia di raccontarsi.

Come sostiene Cinzia: «Con i vestiti è facile nascondersi, è come avere una maschera. Nel momento in cui ci siamo spogliate eravamo tutte diverse, ma anche molto unite. C’era chi nascondeva le cicatrici e chi le mostrava con orgoglio, come simbolo di una battaglia».

CDM: C’è una storia che l’ha colpita in modo particolare?

SS: Vilma mi ha raccontato che, dopo l’operazione, non riusciva più a guardarsi allo specchio. Quando ha visto le fotografie si è commossa: per la prima volta riusciva a vedersi come la vedono gli altri. E si è piaciuta, anche con il seno operato. Ricordo con piacere anche Tatiana, una ragazza di diciannove anni arrivata allo shooting per sostenere la madre insieme alla loro cagnolina Birba. Mi ha raccontato di essersi tatuata un fiocchetto sul seno per ricordare la forza della mamma, impegnata ad affrontare un secondo tumore. Spesso si dimentica che i caregiver vivono la malattia in modo profondo tanto quanto chi la attraversa.

CDM: Fotografare queste donne ha cambiato anche il suo modo di guardare alla malattia?

SS: Durante gli shooting io vedevo solo delle donne, non delle pazienti. Di certo questa esperienza ha cambiato il mio rapporto con la prevenzione. Tra loro c’erano anche ragazze di trent’anni, mamme di bambini piccoli: questo ti ricorda che la malattia può arrivare nella vita di chiunque, in qualunque momento.

Anche per Cinzia il progetto ha avuto un significato che va oltre le fotografie: «Può essere anche un messaggio di prevenzione. Alcune donne hanno scoperto il tumore con la mammografia, altre con l’autopalpazione sotto la doccia. Le nostre storie raccontano che c’è una diagnosi, ci sono cure, ma anche una guarigione. E, soprattutto, che la vita continua».

CDM: Il progetto ha avuto un impatto molto forte anche online. Se lo aspettava?

SS: Assolutamente no, quando abbiamo scattato le fotografie non immaginavamo una risposta simile. Il progetto viene raccontato sui social con due pubblicazioni settimanali: la domenica un reel di anticipazione e il lunedì la storia completa, scritta dalla protagonista nella caption a corredo delle fotografie. Oggi, in soli due mesi dal lancio del progetto, abbiamo superato i 2 milioni di interazioni tra i miei social e quelli dell’associazione: è un risultato sorprendente, e i numeri sono ancora in crescita.

CDM: Il progetto continuerà?

SS: Forse sì. Abbiamo lanciato una call to action : chiunque in Italia può proporre uno spazio per ospitare il progetto. A maggio verrà scelta una candidatura e la persona che l’ha proposta riceverà uno shooting a domicilio: sarà la ventiquattresima storia. Il 6 luglio verrà pubblicata l’ultima storia della prima serie, poi vedremo cosa succederà. Magari una seconda edizione, magari una mostra fotografica.

Per Cinzia Saba, quel momento davanti all’obiettivo è stato anche un modo per guardarsi con occhi nuovi: «Quando ho visto le fotografie non ho pensato solo alle mie immagini, ma a tutte noi. Ho rivisto la nostra forza e la nostra coesione. È stato un momento di crescita: come dire “ci siamo, abbiamo combattuto”. E siamo molto più forti di quello che pensiamo».

E forse è proprio questo il potere delle immagini: quando una storia personale riesce a diventare limpido messaggio per tutti. Scrittura di luce, appunto.

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