Se siete dei lettori accaniti di fumetti italiani, il nome Deboroh La Roccia potrebbe farvi accendere una lampadina. Deboroh è il Bruce Wayne italiano, l’alter ego del più grande supereroe mai partorito dalla nona arte del nostro Paese. Di chi stiamo parlando? Ma di «Rat-Man» , ovviamente! Nato nel 1989, «Rat-Man» è rapidamente diventato un personaggio senza tempo: non solo perché scimmiotta le icone della Golden Age dei comics americani - Batman e Spider-Man, su tutti -, ma anche perché lo fa con un’ironia tagliente, calandosi in situazioni così surreali da sfiorare l’incomprensibile. Ma «Rat-Man» non sarebbe mai diventato un’icona del fumetto nostrano senza l’inconfondibile stile di Leo Ortolani. Tra i più influenti autori degli ultimi trent’anni, Ortolani è un artista prolifico e poliedrico, un punto di riferimento per la comunità italiana del fumetto e un commentatore attento (e pure un po’ caustico) delle tendenze della sua industria. Proprio per questo, è stato incoronato Magister del «Comicon» di Napoli, conservando il titolo anche per l’edizione 2026 del «Bergamo Comicon», in programma dal 26 al 28 giugno. Noi di Eppen lo abbiamo intervistato.
BA: Partiamo dall’attualità: quest’anno hai ottenuto il titolo di Magister del «Comicon». Cosa prova un autore che ha iniziato autoproducendo i suoi fumetti di fronte a un riconoscimento così importante?
LO: Imbarazzo, ovviamente! Mi sono chiesto: «Che cos’è tutta questa notorietà? Da dove arrivano questi riflettori che mi vengono puntati addosso?». Poi vanità, ma in un modo particolare. Il riconoscimento è arrivato mentre ero al lavoro su nuovi progetti. Avevo delle tavole che si stavano accumulando in vista delle scadenze. Essere incoronato fa piacere, ma non voglio che mi guardiate troppo: non mi sento un esempio. Almeno non più di tanti altri amici e colleghi, anche più giovani e più bravi di me. Un giorno saranno dei Magister anche loro, ne sono sicuro. Se proprio volete guardarmi come se fossi un punto di riferimento, fatelo per andare oltre a quello che ho fatto io.
BA: In passato, hai detto che «Rat-Man» è «nato tra le quattro mura di casa mia». Puoi raccontarci la genesi del personaggio?
LO: «Rat-Man» è stato concepito come una parodia di Batman, in particolare del film di Tim Burton del 1989, e l’ho scritto per partecipare a un concorso destinato agli autori esordienti. Ma la scimmietta, quella che sta sotto la maschera, esisteva già da anni: è nata insieme a me, nel 1976. Al concorso ho presentato due storie: una era seria, l’altra meno. Mi piace molto scrivere racconti umoristici, perciò «Rat-Man» arriva da lì: era una parodia del personaggio che in quel momento andava per la maggiore, perché il film di Tim Burton era appena arrivato al cinema, poco dopo le quattro pellicole dedicate a Superman. La sua uscita era un avvenimento epocale, tutti se la ricordano. Alla fine, comunque, ho mandato le due proposte, e «Rat-Man» ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Il resto è storia.
BA: Guardando a «Rat-Man» oggi, ad anni dalla conclusione della sua saga, quali credi che siano stati i segreti del suo successo?
LO: Nessun segreto. Credo che sia andato bene perché le storie erano belle, divertenti, appassionanti. Erano scritte bene, perché ciascuna era pensata come se fosse l’ultima, la più importante: non mi risparmiavo nulla. Chi leggeva rideva sia di «Rat-Man» che di sé stesso, perché in «Rat-Man» rivedeva le sue incertezze e i suoi difetti, ma anche il modo di superarli. Con coraggio e impegno. E cuore. E, diciamocelo, anche un bel po’ di fortuna.
BA: Concluso «Rat-Man», nel 2018 hai pubblicato «Cinzia». La graphic novel è piaciuta molto alla critica al pubblico per le sue tematiche socialmente impegnate e per la delicatezza con cui le tratta. Come è stato approcciarsi a una produzione così diversa dalla saga di «Rat-Man»?
LO: «Cinzia» è mia figlia: ho affrontato la sua condizione con amore e con rispetto. Si ride “con lei”, e non “di lei”. Nel fumetto affronto temi come il genere e la sessualità, su cui io sono piuttosto sereno: credo che ognuno abbia il diritto di stare bene come desidera, di essere la persona che sente di essere. Un mondo che si basa su questa regola è colorato e pieno di stimoli. E soprattutto, triste doverlo ribadire nel XXI secolo, è un mondo totalmente naturale. Ci vuole molto dialogo e molta educazione. Ma davvero molta. E le scuole spesso non aiutano.
BA: Nel 2025, con Feltrinelli, hai pubblicato «Tapum». È un viaggio nella Grande Guerra che affronta il dramma della violenza e la vita nelle trincee. Come hai fatto a bilanciare la tua ironia con la tragicità degli eventi?
LO: È la storia che mi ha detto come dovevo scriverla. Mi ha tenuto la matita e l’ha indirizzata verso le cose che dovevo mostrare. Si può sorridere di fronte a una strage di uomini? A volte sì. Lo diceva anche Emilio Lussu, tenente del Reggimento di Fanteria «Sassari», che combatté sull’Ortigara una battaglia lunga venti giorni: «A volte abbiamo anche cantato», confidò all’amico Mario Rigoni Stern, dopo aver visto «Uomini Contro», il film di Francesco Rosi tratto dal suo romanzo. Quindi sì: si può sorridere, se non ridere, anche di fronte a certe tragedie, ma ci vuole il coraggio di affrontarle.
BA: Nel 2025, il Corriere della Sera ha ripubblicato «Rat-Man» in edicola. Le edicole sono un luogo di culto per i Millennial, ma restano sconosciute alla Gen-Z e alla Generazione Alpha. Credi che abbiano un futuro?
LO: Non faccio previsioni. Tutto cambia e sta andando nella direzione del digitale, ma non è ancora completamente così. Ci sono ancora ragazzi che leggono fumetti e libri, che frequentano edicole e fumetterie. La carta è tangibile: puoi impilare i volumi, puoi collezionarli. Le opere digitali sono… digitali. È un po’ lo stesso discorso che vale per le piattaforme di streaming: hai l’abbonamento, non possiedi più il Dvd e guardi tutti i film che vuoi, ma poi non ti restano. Anzi: possono sparire, sostituiti dalle novità. Il problema è che la memoria di ciò che è stato sparisce lentamente, quando non è sotto i tuoi occhi. Che sia un fumetto o un film. E i ragazzi crescono pensando che sia normale. Non sapendo che gli oggetti aiutano a ricordare.
BA: Hai più volte criticato l’intelligenza artificiale, soprattutto negli ultimi mesi. Come credi che cambierà il mondo dei fumetti?
LO: La mia critica riguarda il fatto che l’IA sia stata “allenata” usando materiale protetto dal diritto d’autore. Per il resto, credo che questo tipo di strumento sia estremamente utile per affiancare il lavoro dei professionisti. Ma attenzione: non deve sostituirli, deve affiancarli. Usandola abbiamo fatto nuove scoperte in tanti campi, ma tutte sono state convalidate dall’uomo o basate su studi condotti da esseri umani. È come avere inventato la ruota. Le cose, d’ora in avanti, non saranno più le stesse. Dobbiamo impegnarci per capire come utilizzare questo strumento. Trovo ridicolo che qualcuno dica, per esempio, che basta premere un pulsante per fare un film: non è né così semplice né così immediato. Non facciamoci spaventare dall’intelligenza artificiale. Anche noi siamo intelligenti: non dimentichiamolo.
