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Lo «Spirito del Pianeta», da 25 anni un ponte tra mondi diversi

Articolo. Dal 3 al 20 luglio il festival torna ad Albino con oltre venti gruppi provenienti da tutto il mondo. L’ideatore Fabrizio Carcano: «Attraverso la conoscenza vogliamo costruire rispetto reciproco»

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(Foto sito interattivo)

La pace non è soltanto un valore ideale a cui ispirarsi o una speranza da coltivare, ma qualcosa che spesso rischiamo di accantonare, sopraffatti da dinamiche individualistiche e dalla ricerca di una posizione sempre più centrale nel mondo. Questo atteggiamento rende difficile aprirsi agli altri e guardare oltre il proprio orizzonte quotidiano, comprendendo ciò che accade in contesti culturali diversi. È proprio per contrastare questa chiusura che, da oltre venticinque anni, il festival «Lo Spirito del Pianeta» promuove l’incontro con le popolazioni indigene, sempre più fragili in una società globalizzata che tende però a uniformare le differenze invece che valorizzarle.

«Lo spirito di quest’anno è comprendere se siamo coerenti con i valori e gli obiettivi che ci siamo dati fin dall’inizio di questa manifestazione. Non si tratta semplicemente di raggiungere un traguardo con un evento, ma di dare un senso concreto a certe parole e iniziare a condividere con gli altri valori che riteniamo importanti - spiega Fabrizio Carcano, ideatore dello Spirito del Pianeta - L’obiettivo è che questo piccolo seme, che qui abbiamo piantato, possa crescere, avere un seguito e diventare sempre più grande. È anche per questo che abbiamo deciso di portare la manifestazione in tour».

Dal 3 al 20 luglio ad Albino

Il festival - che si prepara a salutare la prima parte a Casirate d’Adda - è pronto a ripartire da Albino dal 3 al 20 luglio con la presenza di oltre venti gruppi provenienti da tutto il mondo, undici punti ristoro internazionali, centocinquanta stand da tutto il Pianeta e quattrocento eventi che permetteranno a chiunque di fare un giro della Terra senza muoversi, se non più di qualche chilometro. Un’occasione unica, che però deve far i conti, secondo gli organizzatori, con un contesto internazionale sempre meno attento alle esigenze delle minoranze.

«L’essere umano ha limiti e difetti, per questo motivo fatichiamo a essere uniti. Quelli che una volta venivano chiamati peccati capitali fanno parte della natura umana – prosegue Carcano - Alcune persone li manifestano più di altre, ma nessuno è perfetto. Chi ha maggiore sensibilità dovrebbe impegnarsi ogni giorno affinché atteggiamenti egoistici e discriminatori vengano isolati dalla comunità. Oggi, invece, chi parla di rispetto, amore e solidarietà spesso viene emarginato più facilmente rispetto a chi alimenta il “culto dell’io”. Questo modello favorisce chi accumula sempre più ricchezza e potere. Noi siamo ormai abituati a giudicare tutto e tutti, spesso per trovare giustificazioni a noi stessi. Eppure, in misura diversa, abbiamo tutti delle responsabilità. Dovremmo rimboccarci le maniche e lavorare affinché certe situazioni non si ripetano. La giustizia dovrebbe essere una responsabilità collettiva. Invece troppo spesso ci affidiamo agli stereotipi o ai messaggi che ci dicono cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Dovremmo avere accesso a informazioni complete e, sulla base di quelle, costruire una nostra coscienza critica e agire di conseguenza. Purtroppo non sempre accade».

Fra le difficoltà che si incontrano vi sono anche le questioni burocratiche, che sempre più spesso rallentano le intenzioni degli organizzatori. Come spiegato dall’ideatore del festival, i costi e i limiti posti allo spostamento delle popolazioni indigene da uno Stato all’altro rischiano di mettere a serio rischio questo evento che rappresenta un unicum nel panorama bergamasco, e non solo. La buona volontà di chi organizza ha permesso che il festival potesse raggiungere il quarto di secolo d’età, ma proseguire diventa sempre più complicato. Per farlo servirebbe che quel piccolo seme piantato durante gli anni possa germogliare nello spirito degli altri e far cadere quelle barriere nate più per la paura che per veri pericoli imminenti.

«Un antico detto dei nativi americani afferma: “se vuoi camminare con me è bellissimo, ma finché io non sarò libero, non sarai libero neanche tu’”. Sono parole profondamente vere. Finché nel mondo esisteranno situazioni di oppressione e discriminazione, nessuno di noi sarà davvero libero», sottolinea Carcano. «Per questo credo che dobbiamo impegnarci ogni giorno affinché tutti gli esseri umani possano essere liberi. Solo allora saremo veramente liberi anche noi. Certamente. La burocrazia rappresenta uno dei problemi principali e i costi sono aumentati enormemente, soprattutto quelli legati alla gestione e agli obblighi burocratici. Oggi sono richieste figure professionali e adempimenti che un tempo non erano necessari e che comportano migliaia di euro di spesa aggiuntiva. Anche le normative sull’immigrazione rendono sempre più difficile portare qui rappresentanti di comunità indigene. Invitare una persona che vive in una foresta della Papua Nuova Guinea è diventato estremamente complicato: le procedure richieste sono enormi e spesso si parte dal presupposto che chi arriva da certi contesti sia un potenziale problema, ancora prima di sapere chi sia realmente».

La paura di non farcela non è però un’opzione contemplata dagli organizzatori dello «Spirito del Pianeta» che puntano a far uscire dai confini del nostro territorio i valori che accompagnano questa manifestazione. Come già accaduto in passato l’obiettivo è quello di portare in tour l’evento, ottenendo sempre ottime risposte, ma soprattutto smentendo una visione errata di come siano gli orobici, troppo spesso considerati un popolo chiuso e restio alle novità. «Spesso le persone rimangono sorprese dal fatto che un’iniziativa del genere sia nata a Bergamo. Purtroppo gli stereotipi colpiscono anche noi, non solo le popolazioni indigene. Questo è positivo sia per il messaggio che trasmettiamo sia per la nostra provincia, perché è importante iniziare a raccontare chi siamo davvero. Dobbiamo contrastare certi pregiudizi e far conoscere la realtà. Speriamo di non impiegare secoli, come è accaduto per i popoli nativi in molte parti del mondo, per comprendere che la realtà è diversa dagli stereotipi» - conclude l’ideatore dello Spirito del Pianeta - «Vorremmo che i bergamaschi fossero conosciuti per ciò che sono realmente. Non perché abbiamo bisogno dell’approvazione degli altri, ma perché è giusto ricevere il rispetto che spetta a ogni persona. Questa è la filosofia da cui è nato lo Spirito del Pianeta: attraverso la conoscenza arrivare al rispetto reciproco».

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