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Nel buio dell’inconscio: perché l’oscurità ci spaventa?

Articolo. Temiamo il buio perché immaginiamo che possa nascondere delle minacce, ma talvolta è proprio lì che possiamo trovare risorse e alleati inattesi

Lettura 3 min.
(Foto Shutterstock.com)

Una delle paure più ataviche e proverbiali è la paura del buio, che accompagna molte persone ben oltre l’infanzia, facendole sentire più sicure a dormire con una lucina accesa, o con la luce che filtra dalle tapparelle. Nella cultura pop, solo per fare i primi due esempi che mi vengono in mente, abbiamo quella che probabilmente è la più famosa canzone heavy metal, «Fear of the dark» degli Iron Maiden, o un recente film di animazione di Sean Charmatz, «Orion e il Buio», in cui Orion, un bambino molto ansioso e spaventato, si trova di fronte alla personificazione della sua paura più grande, il Buio appunto.

Un meme che mi è capitato sott’occhio in rete recita più o meno così: «Non hai paura di esser solo nel buio, in realtà hai paura di non esser solo nel buio». Non mostrare ciò che dovrebbe far paura è anche un espediente talvolta usato nel cinema horror, ed è molto efficace, probabilmente a un livello più profondo rispetto alle pellicole in cui ciò che spaventa viene mostrato esplicitamente. Credo che ciò che più spaventa del buio sia proprio questa sua intrinseca proprietà di non farci vedere, di nascondere qualcosa che, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere una minaccia. Spesso, nel linguaggio simbolico della psiche, c’è una corrispondenza fra buio, invisibile e inconscio. Probabilmente la paura, che è una delle emozioni fondamentali ed è evolutivamente legata alla sopravvivenza e all’evitare pericoli mortali, nasce dall’attribuzione di una valenza negativa e minacciosa a ciò che non possiamo o non riusciamo a percepire, come se ci sentissimo sempre in pericolo.

Al di là della naturale e, come già scritto, evolutiva diffidenza verso ciò che non conosciamo, se questa paura diventa eccessiva fino a bloccarci, può essere presente una risposta di congelamento, una sorta di paralisi psichica che potremmo aver appreso da esperienze traumatiche episodiche, come incidenti o eventi drammatici, oppure prolungate, come il vivere in una situazione di continua violenza o follia. Questo ci può portare ad alzare delle “mura” di difesa molto alte, nelle quali la paura svolge un ruolo di sentinella, attenta ed efficiente, urlando appena vede un possibile attacco.

Un’altra esperienza che mi pare risuonare con quella del buio è quella degli abissi: il fondo del mare è totalmente oscuro che la luce non riesce ad arrivarci. Analogamente l’esperienza di essere in un abisso, o «in una valle» o anche semplicemente “giù” tocca chiunque e può avere aspetti spaventosi, se non terrorizzanti, specialmente per chi ha avuto l’esperienza, diretta o indiretta, di toccare il fondo. Alexander Lowen, con la moglie Leslie, scriveva che «la sola via d’uscita è verso il basso», riferendosi al concetto di grounding, radicamento, ovvero l’avere «i piedi per terra», inteso anche come l’essere ben saldi e solidi nel nostro muoverci nel mondo. A volte, per quanto possa essere difficile e doloroso, l’andare giù serve anche a questo, a tornare alla terra. Terra come humus, marcio ma fertile e necessario a una nuova crescita rigogliosa, come ci ricorda la dea romana Murcia, divinità invernale di ciò che trasforma e riposa sottoterra, a cui Donatella Puligia ha dedicato un libro significativamente intitolato «La depressione è una dea». Tornando nelle profondità marine, curiosamente, negli abissi oceanici, ci sono proprio esseri che dal nostro punto di vista e al nostro gusto “terrestre” sembrano mostruosi a portare una sorta di luce!

La paura del buio può rappresentare, oltre al non vedere, anche il dramma del non esser visti e il senso di abbandono e solitudine, che può toccare la disperazione. Al buio non vediamo, ma è altrettanto terribile la sensazione di essere messi al buio, di essere come invisibili e quindi di non poter avere l’aiuto e l’attenzione di cui possiamo aver avuto necessità e, sicuramente, diritto. Viceversa, se la minaccia che ci ha terrorizzato nell’infanzia veniva dall’esser visti, e apparire (e incorrere in una punizione), possiamo andare incontro a una sorta di paura della luce e quindi dell’esporsi e dell’esser visti, andando verso un ritiro. Un po’ come accade nell’opposizione fra horror vacui, la paura del vuoto, e horror pleni, la paura della mancanza di spazio: a seconda delle esperienze che abbiamo vissuto, possiamo essere più a nostro agio in una condizione o nel suo opposto.

Il buio e l’inconscio possono però, fortunatamente, portare anche buone notizie e figure positive, e può essere importante provare ad accoglierle. Può succedere che nei sogni figure apparentemente spaventose portino in realtà messaggi positivi e abbiano un senso evolutivo per la nostra psiche. Il linguaggio dell’inconscio è per definizione ermetico e difficilmente traducibile, per cui dei mostri potrebbero essere contenuti che vogliono appunto mostrarsi a noi, qualcosa su cui possiamo portar luce, elementi della nostra psiche che chiedono di uscire dall’ombra e raggiungere la coscienza, parti di noi ancora inespresse che vogliono emergere e diventare nostre alleate. Rainer Maria Rilke nelle «Lettere a un giovane poeta» scriveva più o meno che a volte i draghi che tanto ci spaventano non sono altro che principesse indifese che aspettano di esser guardate da noi con amore. Allo stesso modo possono esserci cose che ci aspettano nel buio non per farci del male, ma per accompagnarci mentre lo attraversiamo. Non possiamo evitare il buio, come non possiamo evitare la notte. Dobbiamo attraversare queste esperienze. Spesso abbiamo paura che il buio possa durare per sempre, ma l’alternarsi del giorno e della notte ci insegna che il tempo è circolare. Sta a noi dare un senso a questa ciclicità e a imparare a convivere sia col buio che con la luce. Con un piccolo gioco di parole, forse questa è la strada che possiamo percorrere e che ci porta dall’aver paura di esser soli nel buio alla possibilità di essere sole nel buio.

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