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I bivacchi non sono rifugi. La sfida della montagna sempre più affollata

Articolo. Sulle Orobie cresce il numero di escursionisti e torna il confronto sull’uso corretto delle strutture d’emergenza in quota

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Il bivacco Bivacco Città di Clusone (Foto Shutterstock.com)

Tra i molti cambiamenti che stanno interessando la montagna negli ultimi anni, ce n’è uno che riguarda anche luoghi apparentemente marginali ma in realtà molto significativi: i bivacchi. Piccole strutture essenziali, spesso collocate ad alte quote, a volte lontane dai rifugi tradizionali, nate per offrire riparo in caso di necessità. Spazi semplici, privi di servizi e generalmente non custoditi, pensati per garantire un punto di appoggio a escursionisti e alpinisti in difficoltà o impossibilitati a rientrare a valle.

Negli ultimi anni, il loro utilizzo è diventato oggetto di un dibattito sempre più acceso. Il tema non riguarda soltanto la gestione delle strutture, ma più in generale il rapporto tra la crescente frequentazione della montagna e la capacità di comprenderne regole, limiti e caratteristiche. Sulle Orobie, come in molte altre aree alpine, il numero di persone che scelgono di trascorrere il proprio tempo libero in quota è aumentato sensibilmente. Un fenomeno che ha avuto una forte accelerazione dopo la pandemia e che ha portato nuovi frequentatori sui sentieri, nei rifugi e, inevitabilmente, anche nei bivacchi. «Dopo il Covid c’è stato un forte incremento della frequentazione della montagna, anche da parte di persone che prima, possiamo dire, la vedevano solo in cartolina», osserva Paolo Piccinelli, presidente della sezione CAI Alta Valle Brembana. «C’è stata una crescita enorme della presenza di escursionisti, spesso inversamente proporzionale alla preparazione e alla consapevolezza dei percorsi affrontati».

Si tratta di una trasformazione che emerge anche dai dati. Negli ultimi anni il Club Alpino Italiano ha registrato un aumento costante degli iscritti e della partecipazione alle attività organizzate. Parallelamente, molte strutture ricettive di montagna hanno visto crescere il numero di visitatori. Piccinelli cita l’esempio del Rifugio Benigni, di proprietà della sezione CAI Alta Valle Brembana, che nella stagione estiva 2025 ha registrato circa 700 pernottamenti, pur disponendo di appena 25 posti letto. L’aumento delle presenze pone interrogativi sulla necessità di accompagnare questa evoluzione con una maggiore diffusione della cultura della montagna.

Da presidio di sicurezza a luogo di consumo

Il dibattito sui bivacchi nasce proprio da qui. Negli ultimi mesi diverse realtà alpine hanno segnalato episodi che hanno riacceso la discussione sul ruolo di queste strutture. In alcune zone dell’arco alpino si è parlato di sovraffollamento, utilizzi impropri e difficoltà nella gestione degli spazi. In Valle d’Aosta, esempio, alcune strutture hanno iniziato a sperimentare sistemi di prenotazione per cercare di limitare gli accessi e garantire una migliore fruizione. Si tratta di iniziative che hanno suscitato opinioni differenti, ma che hanno avuto il merito di riportare l’attenzione sulla funzione originaria dei bivacchi. «Il bivacco non è un rifugio, ma un presidio di sicurezza», sottolinea Piccinelli.

La distinzione può sembrare scontata per chi frequenta abitualmente la montagna, ma non sempre lo è per chi vi si avvicina per la prima volta. A differenza dei rifugi, i bivacchi non sono strutture pensate per accogliere turisti o escursionisti che programmano il pernottamento. Nascono invece come punti di appoggio in situazioni particolari: un cambiamento improvviso del tempo, un ritardo lungo il percorso, un’emergenza. Anche sulle Orobie il tema è emerso con forza negli ultimi mesi. Il caso più noto riguarda il bivacco Città di Clusone, in Presolana, dove la sottosezione CAI di Castione della Presolana ha segnalato episodi di utilizzo improprio della struttura, con presenza di rifiuti, schiamazzi e danneggiamenti. Si tratta di situazioni che hanno alimentato il confronto tra associazioni, volontari e frequentatori della montagna. Il punto centrale non è tanto il numero delle persone presenti in montagna quanto la comprensione del significato di determinati luoghi.

«I bivacchi dovrebbero essere strutture di emergenza, non sostituti dei rifugi», continua Piccinelli. «Sono gratuiti e di libero accesso, ma si trovano in luoghi remoti e servono all’escursionista o all’alpinista che non riesce a rientrare alla base». Quando questa funzione viene meno, cambia inevitabilmente anche il modo di vivere il bivacco. Uno spazio nato per la condivisione e il mutuo aiuto rischia di essere percepito come una semplice opportunità di pernottamento gratuito, con conseguenze che possono incidere sulla sua disponibilità per chi ne ha realmente bisogno.

La montagna dei social e quella reale

Il fenomeno non riguarda soltanto Bergamo. In molte aree alpine si sta riflettendo su come siano cambiati i modi di avvicinarsi alla montagna. La diffusione dei social network, delle piattaforme dedicate all’outdoor e delle applicazioni per la navigazione ha reso più semplice individuare percorsi, punti panoramici e destinazioni un tempo conosciute soltanto dagli appassionati. Questa maggiore accessibilità ha avuto effetti positivi evidenti. Informazioni che un tempo erano difficili da reperire oggi sono disponibili a chiunque. Allo stesso tempo, però, la rapidità con cui si possono ottenere indicazioni e suggerimenti rischia talvolta di sostituire quel percorso graduale di conoscenza che tradizionalmente accompagnava l’ingresso nel mondo della montagna.

La conseguenza è un aumento significativo degli interventi di soccorso alpino negli ultimi decenni: nel 2025 un totale di 13.037, massimo storico salito dell’8% rispetto all’anno precedente. Un fenomeno che riflette certamente la crescita del numero di frequentatori, ma che evidenzia anche la necessità di investire maggiormente in informazione e prevenzione. Per questo motivo molti osservatori ritengono che eventuali limitazioni all’accesso dei bivacchi non possano rappresentare una soluzione definitiva, ma che sia necessario ritrovare una cultura della montagna responsabile. Una riflessione che trova riscontro anche nelle parole di Piccinelli. «Più persone frequentano la montagna, anche se inizialmente lontane dal mondo del CAI, più hanno la possibilità di educarsi progressivamente e avvicinarsi ai principi della gestione del territorio e del rispetto dell’ambiente».

Un patto di fiducia

Tra le particolarità dei bivacchi c’è il fatto che il loro funzionamento si basa quasi esclusivamente sul senso di responsabilità di chi li utilizza. «Il principio dovrebbe essere molto semplice», spiega Piccinelli. «Si lascia il bivacco nelle condizioni in cui lo si è trovato, pensando a chi arriverà dopo». Portare a valle i propri rifiuti, utilizzare con attenzione le scorte disponibili, sistemare gli spazi comuni, evitare sprechi e danneggiamenti sono comportamenti che fanno parte di una sorta di codice non scritto condiviso da generazioni di frequentatori della montagna.

Più che regole formali, si tratta di pratiche che riflettono una precisa idea di convivenza in ambienti dove le risorse sono limitate e dove la collaborazione tra persone può fare la differenza. «Dovrebbe essere una sorta di patto di fiducia tra chi utilizza il bivacco oggi e chi lo utilizzerà domani», riassume Piccinelli. Un patto che si regge anche sul lavoro di centinaia di volontari. Sono infatti le sezioni del Club Alpino Italiano a occuparsi della manutenzione di molte strutture e della rete sentieristica. Un’attività spesso poco visibile ma fondamentale per garantire la sicurezza e la fruibilità del territorio. Segnaletica, manutenzione dei percorsi, ripristino dei tracciati dopo eventi meteorologici, controllo delle strutture e interventi di sistemazione richiedono tempo, competenze e risorse. «Molte persone rimangono sorprese quando scoprono che i sentieri non si mantengono da soli», osserva Piccinelli.

Imparare a essere ospiti

La riflessione sui bivacchi porta inevitabilmente a una domanda più ampia: come si costruisce oggi una cultura della montagna? Per molte associazioni la risposta passa soprattutto dall’educazione e dalla conoscenza del territorio. Nelle scuole della Valle Brembana, per esempio, come riporta Piccinelli, i volontari del CAI organizzano da anni incontri dedicati alla scoperta delle Orobie, della fauna, della flora e della rete sentieristica. Attività che hanno l’obiettivo di avvicinare le nuove generazioni a un ambiente che, nonostante la vicinanza geografica, può risultare sempre più distante dall’esperienza quotidiana. «Può sembrare una banalità, ma oggi ci sono bambini che non hanno mai visto una mucca dal vivo», osserva Piccinelli.

In questo senso, il dibattito sui bivacchi può essere letto come il sintomo di una trasformazione più ampia. Non riguarda soltanto alcune strutture alpine o singoli episodi di cattiva gestione, ma il modo in cui una società sempre più urbana si relaziona con ambienti naturali complessi e delicati. La montagna continua ad attrarre un numero crescente di persone e tutto lascia pensare che questa tendenza proseguirà anche nei prossimi anni. La sfida sarà quindi quella di accompagnare questa crescita con strumenti culturali adeguati, capaci di trasmettere non soltanto informazioni tecniche ma anche valori legati alla responsabilità, alla condivisione e al rispetto dei luoghi. La questione, in fondo, non riguarda soltanto il futuro dei bivacchi. Riguarda il modo in cui si sceglie di frequentare la montagna e il tipo di relazione che si vuole costruire con un ambiente che resta, nonostante tutto, libero, fragile e condiviso.

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