C’è un’immagine che nel tempo si è imposta su tutte quando si parla di donne nella Resistenza: la staffetta. Una figura in movimento, giovane, capace di attraversare posti di blocco con una borsa o una bicicletta, diventata quasi un’icona. Ma se ci fermiamo lì, perdiamo gran parte della storia. Il contributo delle donne alla Resistenza è stato molto di più e molto altro. Non si tratta di ridimensionare il ruolo delle staffette, tutt’altro che marginale, ma di allargare lo sguardo. Restituire complessità, riconoscendo che senza le donne la Resistenza non avrebbe retto: non come presenza di supporto, ma come struttura portante. Una trama fatta di organizzazione, relazioni, capacità di tenere insieme rischio e cura, clandestinità e visione politica, azione quotidiana e futuro.
«Per lungo tempo quasi mai al centro della scena pubblica, le donne e i loro percorsi di vita decostruiscono la retorica nazionale con cui, forse inevitabilmente, come comunità abbiamo messo a memoria il nostro passato, anche quello resistenziale – spiega Elisabetta Ruffini, direttrice di Isrec Bergamo, l’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea – Studiare la storia delle donne nelle Resistenza, come Isrec fa da molti anni, significa prendere quella prospettiva obliqua che permette di ritrovare la complessità dei venti mesi di lotta partigiana nel suo intreccio di esperienze capaci di sovvertire l’idea fascista di comunità basata sulla guerra e sulla sua violenza».
Alcune delle storie bergamasche di cui vi parlo qui sono solo una piccola parte di ciò che è stata la Resistenza delle donne. Frammenti che, insieme a quelli di migliaia di altre italiane, non chiedono di essere ricordati per celebrazione, ma per necessità. Perché la memoria, quando è viva, non è mai neutra: orienta lo sguardo, misura il presente, interroga le scelte.
Per capire fino in fondo la portata di questa presenza, partiamo da una scena precisa: Bergamo città, pomeriggio del 4 novembre 1943. Alcune insegnanti organizzano una dimostrazione: deporre fiori ai piedi della Torre dei Caduti. A partecipare devono essere donne, ognuna incaricata di coinvolgerne altre. Convergono verso il centro in schiere numerose, l’animazione è insolita, visibile, difficile da contenere. I questurini provano a bloccarle, ma sono pochi contro molte. Mentre alcune vengono fermate, altre arrivano dai lati, allargano lo spazio, spostano continuamente il fronte. Quando la barriera si stringe ai piedi della Torre, il gesto si trasforma: non più avanzare, ma lanciare. I fiori che volano sopra le teste degli agenti vengono descritti come «proiettili floreali», una pioggia ostinata che raggiunge il bersaglio. La reazione fascista rabbiosa, sproporzionata fino al gesto di calpestare quei fiori, rivela quanto persino un’azione così apparentemente innocua, venisse considerata insopportabile.
Emma Coggiola racconta in «Umili e frammentarie pagine della Resistenza a Bergamo» come quell’atto collettivo rivelasse una libertà che passa attraverso il corpo, lo spazio, il movimento condiviso. Non a caso, sul retro della Torre, molti anni dopo, il Comune di Bergamo ha posto una targa in ricordo di quelle «schiere numerose di donne». Non è un episodio isolato, ma il punto di emersione di una trama già fitta. Dentro quella scena ci sono le storie di molte donne che hanno dato corpo alla Resistenza bergamasca, dove le sorelle Coggiola incarnano il passaggio dalla formazione culturale all’azione politica. Cresciute in una famiglia della piccola borghesia laica e liberale, fanno dell’istruzione un orizzonte naturale: studiano, insegnano, leggono, scrivono.
L’antifascismo, inizialmente confinato nella sfera privata, affonda le radici in una cultura che non si piega alla retorica del regime. Il 25 luglio 1943, con la caduta del fascismo, Emma Coggiola descrive la sensazione fisica di liberazione: «non ci sembrava vero di aver riacquistato l’uso della parola dopo tanti anni di forzato silenzio». Non è una metafora: pochi giorni dopo pubblica su La voce di Bergamo un articolo in difesa del filosofo antifascista Benedetto Croce, entrando così in uno spazio pubblico da cui le donne erano state sistematicamente escluse.
L’8 settembre 1943 ha segnato un cambiamento. L’occupazione tedesca, la rinascita del fascismo repubblicano, la violenza che torna esplicita. È in questo stesso spazio che si muove Velia Sacchi, più giovane, ma attraversata dalla stessa urgenza delle Coggiola di ridefinire il proprio ruolo. Nata nel 1921, Velia porta con sé un’«ansia di fare» che entra in collisione con il modello femminile imposto dal fascismo, un nuovo ruolo che scardina il «clima di repressione che le donne sentivano in generale fin da piccole, in casa e fuori», «Velia Sacchi, Io non sto a guardare», a cura di Rosangela Pesenti, Manni editori. L’incontro con Mimma Quarti e Bianca Artifoni, e soprattutto la frequentazione di casa Quarti – un nodo politico e militare della Resistenza – le aprono un orizzonte nuovo. Dopo l’8 settembre è subito attiva: assiste i prigionieri evasi e mantiene collegamenti con le formazioni partigiane. Il suo percorso non è lineare né privo di conflitti: anche all’interno delle organizzazioni antifasciste deve difendere il proprio diritto a non essere relegata a ruoli subordinati. Viene arrestata durante una retata, riesce a sottrarsi alla cattura definitiva grazie a una rete di solidarietà operaia.
Accanto a Velia, e in dialogo con lei, c’è Mimma Quarti. Cresciuta in una famiglia apertamente antifascista, Mimma conosce la politica fin dall’infanzia. Dopo l’8 settembre partecipa al soccorso dei prigionieri della Grumellina, viene arrestata e interrogata, poi si sposta a Milano dove entra nella rete di Giustizia e Libertà. Dall’autunno del 1944 diventa corriere per la Svizzera, trasportando documenti cruciali nei rapporti con gli Alleati. Per lei la Resistenza è una vera scuola di libertà che nel dopoguerra si tradurrà in un percorso intellettuale e professionale libero.
Se queste traiettorie mostrano una proiezione verso la politica organizzata e la dimensione pubblica, la storia di Anna Papis riporta al cuore di quella trama invisibile senza la quale nulla avrebbe funzionato. Nella sua casa ad Almenno San Salvatore costruisce un centro di soccorso per i prigionieri evasi: li ospita, li cura, li smista, fornisce informazioni sui rastrellamenti. Usa il suo ruolo per far circolare notizie: «il mio lavoro fu così continuato ininterrottamente nonostante pedinata e indirettamente minacciata fino al giorno dell’insurrezione» (memoria di Anna Papis). La sua Resistenza è fatta di continuità, di presenza quotidiana, di una responsabilità che non concede tregua.
Una forma diversa, ancora, è quella incarnata da Mary Tadini Leidi. Il suo campo d’azione è la casa, ma non nel senso rassicurante del termine. Accetta di ospitare l’ufficiale tedesco Fritz Gaedicke, presidente del tribunale militare, e da quella posizione costruisce una possibilità di intervento: scrive biglietti in francese, chiede clemenza, segue i processi, mantiene rapporti. È una posizione esposta, che sfugge a ogni semplificazione morale, ma è proprio in questa zona grigia che si misura la sua capacità di incidere sulla realtà.
E poi c’è Elisa Forzenigo, «staffetta informatrice», la cui esperienza eccede la definizione. Lavora nella locanda di famiglia a Gandino, un punto strategico per i rifornimenti e le comunicazioni. Tiene i contatti tra brigate diverse, viene arrestata, imprigionata, torturata e ogni volta torna a svolgere il suo ruolo. La sua casa, il suo lavoro, il suo corpo diventano strumenti della Resistenza. Non ultima, poi, Angelica «Cocca» Casile. La più giovane, forse la più radicale nel suo percorso. Dall’apprendistato nei Gruppi di difesa della donna passa rapidamente all’azione nelle Squadre di azione patriottica e nei Gruppi di azione patriottica. Partecipa a operazioni di disarmo, guida azioni rischiose, vive in prima persona la violenza della guerra. L’uccisione del compagno Ferruccio Dell’Orto segna profondamente il suo percorso, ma non lo interrompe. Nel dopoguerra trasforma la memoria in pratica politica, mantenendola viva nel confronto con le nuove generazioni e rifiutando ogni lettura pacificata o neutralizzante della Resistenza.
In tutte queste storie diverse emerge un tratto comune: la capacità di tenere insieme piani, di agire dentro e contro le strutture date. La Resistenza delle donne non è stata un’eccezione, ma un laboratorio in cui si sono ridefiniti i confini stessi della cittadinanza. Le donne non sono state “solo” staffette. Sono state organizzatrici, mediatrici, combattenti, intellettuali, reti viventi. Hanno costruito le condizioni stesse della lotta, spesso senza riconoscimento. Per questo non è necessario aggiungere le donne alla storia della Resistenza, ma cambiare la storia della Resistenza a partire da loro. Ricordare Velia Sacchi, Anna Papis, Mary Tadini Leidi, Elisa Forzenigo, le sorelle Coggiola, Mimma Quarti, Angelica «Cocca» Casile e ogni altra, significa restituire profondità a parole che rischiano di diventare vuote: libertà, responsabilità, scelta. Significa anche accettare la complessità delle loro vite, senza ridurle a modelli rassicuranti o a simboli innocui.
La Resistenza, oggi, non è un’eredità da custodire sotto vetro. È una pratica che si rinnova ogni volta che si rifiuta l’indifferenza, mettendo in discussione ciò che appare inevitabile. Continua a esistere nelle scelte quotidiane, nei conflitti che attraversano la società, nella capacità di immaginare un futuro diverso da quello già scritto. Forse è proprio questo che ci consegnano queste donne: non un modello da imitare, ma un modo di stare nel mondo che non si accontenta, che non arretra di fronte alla complessità, che riconosce ogni spazio — anche il più piccolo — come politico. E allora ricordarle non è un gesto rivolto al passato, ma un modo per non perderci il presente.
Tutte le immagini sono state concesse dall’archivio Isrec Bergamo
