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Riapre Edoné, e all’appuntamento con Bergamo vuole presentarsi al meglio

Intervista. 104 giorni di chiusura. Un locale tutto nuovo – improntato alla ristorazione, ora che i concerti non si possono fare – e nuovi, giovani, responsabili. Se il mondo è nuovo, anche Edoné lo è: ne abbiamo parlato con Martina Stilliti

Lettura 5 min.

La riapertura di Edoné ha un significato importante. Perché quello di via Gemelli a Bergamo non è solo un locale. Quantomeno per una fascia di pubblico dai quarant’anni in giù Edoné è un riferimento, un qualcosa di generazionale e significativo. Fatte le debite proporzioni, è un po’ come il Lingotto di Torino, dove prima della pandemia si svolgeva quel festival incredibile chiamato Club to Club. Anche in quel caso non solo un festival, ma un posto dove tanta gente da tutta Italia giungeva sotto la Mole per condividere dei sentimenti, dei valori e soprattutto un immaginario.

Edoné nella stagione fredda è un posto piccolo, che però funziona: la mitica saletta dei concerti, dove i live avvengono a strettissimo contatto con il pubblico (il calore, il sudore, la gente che si muove), il cibo buono, il bere come una garanzia (le birrette e i cocktails), ma soprattutto la socialità che negli anni si è venuta a creare e che a sua volta ha generato un immaginario fatto di sorrisi, abbracci, cultura (musica soprattutto). Un’onda di più generazioni – la mia e quelle che sono venute dopo – che si è trovata lì. A Edoné ognuno può essere ciò che vuole: e stante il rispetto di poche regole civili, non ci sarà mai nessuno che dirà a questa o quello no, così, no. Non è questione solo di generi (uno dei temi dominanti di questi tempi: basta vedere due serie come “We are who we are ed “Euphoria”) ma di identità, un riconoscersi tutti in un posto.

Edoné è il locale di un mondo che sta cambiando, dove i generi e le diversità si allargano (non riguardano più solo la sessualità) e vibra nell’aria una visione inclusiva, ambientalista, in cerca di quel qualcosa che annulli la mancanza di un futuro certo. La malinconia della mancanza di una prospettiva propria e la gioia di urlare a squarciagola l’ultima canzone it-pop in un Canta Indie. Canta Male. Oppure la musica mai scontata e sempre “politica” – la “politica” della scoperta, della curiosità e della fratellanza in nome di una visione sonora aperta e imprevedibile – di SOTTOSUOLO: non i soliti nomi, ma un’indipendenza di generi e suggestioni determinante (vedi, giusto per fare un esempio, il live strepitoso di Stefano Pilia ).

Se volete percepire quale significato stia assumendo la parola libertà nel contemporaneo dovete girare da quelle parti: non lo capirete, ma ne sentirete l’atmosfera (come ad esempio al “Punk-Rock Raduno, che accoglie tutti da tutta Europa, ed esalta anche coloro che, come il sottoscritto, non amano il punk). È il mondo nuovo, per citare a sproposito Huxley, che con la diffusione del virus ha accelerato: la sensazione è come se il futuro, qualsiasi cosa esso voglia dire, sia già qui.

Per questo la riapertura di Edoné ha un significato ulteriore a quello della riapertura di un locale. 104 giorni di chiusura. Che, numeri alla mano, significa chiuso anche quando il Dpcm di turno consentiva di aprire: perché? Ne ho parlato con la pragmatica Martina Stilliti che oggi è la responsabile e coordina il locale insieme a Giulio Mastropietro (per intenderci, quello dei Pau Amma ), mentre Erina Parimbelli cura la comunicazione e Maddalena Pesenti Compagnoni la direzione artistica musicale. Ah, se state pensando che Franz Barcella e Lorenzo “Lollo” Ingignoli, due colonne delle precedenti gestioni di Edoné, non ci siano più, vi sbagliate: il mondo cambia, Edoné anche, e cedere il passo per fare altro è il quid in più di un locale che è sempre nuovo. Anche perché Nutopia, la società che gestisce il bando degli spazi di Edoné, nel frattempo ha aperto al Villaggio degli Sposi la Bombonera, nome bellissimo per un’altra occasione di socialità all’insegna della qualità (ne parleremo).

LB: Ciao Martina, 104 giorni di chiusura e ora avete riaperto.

MS: È stata una riapertura un po’ difficile perché, un po’ come tutti, siamo venuti a conoscenza della possibilità di riaprire da un giorno all’altro. Proprio mentre stavamo cambiando il locale, per renderlo un luogo maggiormente dedito alla ristorazione.

LB: Ed ecco mercoledì scorso il nuovo Edoné.

MS: Ci abbiamo messo un po’ più degli altri perché è come quando ti prepari per andare a una festa o a un appuntamento e fai di tutto per presentarti al meglio e attrarre tutta l’attenzione degli altri su di te. Chi è venuto in questi primi giorni ci ha fatto i complimenti: questo per noi è stato motivo di orgoglio dopo la frenesia e l’agitazione dei giorni precedenti.

LB: Tu personalmente come hai vissuto questo lungo periodo di stop?

MS: Con emozioni differenti. Io e Giulio siamo diventati gestori di Edoné dopo l’estivo e non sapevamo bene cosa dovevamo fare, eravamo un po’ spaesati. Fortunatamente intorno a noi c’era un gruppo di ragazze e ragazzi molto entusiasti, e questo ci ha aiutato tanto. Po c’è stata la chiusura obbligatoria e lo sconforto legato al futuro del locale e al nostro. Così ci siamo messi a fare e a progettare: la collaborazione con Ink Club per Fuoriprogramma su Patreon, il prossimo estivo etc. Così l’ansia è diventata voglia di fare.

LB: Siete soprattutto ragazze. L’età media è 25 anni. Per l’Italia è abbastanza anomalo…

MS: Ci sono ragazzi super-piccoli di tipo 19 anni e poi gente tipo me che ha 27 anni e ha 28 anni un ragazzo che si occupa del Pony Burger. Sì, è anomalo. Ma forse è anche questo il bello.

LB: Avete rinnovato tutto, giusto?

MS: Abbiamo cambiato il look di Edoné. Le lucine esterne, ad esempio, sono diventate dei punti luce all’interno. Abbiamo cambiato i tavoli, occupando anche la saletta concerti. Edoné non era brutto neppure prima, ma adesso è più bello.

LB: Ma il (buonissimo) menù è cambiato?

MS: Non è cambiato. Avevamo in progetto di cambiarlo, ma siamo stati un po’ sorpresi dalla possibilità di riaprire e abbiamo deciso di tenere quello che c’era.

LB: Prima da asporto e poi ora nel locale, da un po’ di tempo avete introdotto il brunch, con abBRUNCHamoci…

MS: Di domenica. Siamo riusciti a farlo dal vivo una sola volta, poi in delivery. Ora riprendiamo nel locale.

LB: A proposito di delivery, il Pony Burger c’è sempre?

MS: Sì, è sempre attivo e lo è stato durante tutto il lockdown.

LB: Insomma, questa “rivoluzione” che avete fatto da cosa nasce?

MS: Ogni volta che c’è un cambio di responsabili c’è anche un cambio del locale. Intanto che continuavamo il delivery e il Fuoriprogramma ci siamo inventati falegnami e pittori e abbiamo cambiato il locale. Avevamo la necessità di guardarci un po’ intorno e lo abbiamo fatto. Bisognava aumentare i coperti e l’abbiamo fatto.

LB: Intanto che la musica è ferma, Edoné è soprattutto un posto dove mangiare e bere.

MS: Fino ad oggi la ristorazione è stata un contorno di Edoné, al centro c’era la musica, i concerti e le feste. Ora siamo per forza un’altra cosa e questo ci spaventa un po’. Abbiamo però deciso di fare delle performance: per Fuoriprogramma hanno suonato i Blue Wit e Carme, ma ci saranno altre occasioni live.

LB: La ripartenza di Edoné completamente rinnovato è un segnale per la città e la provincia che va di là della mera riapertura. Un po’ come dire: ci siamo, non ci siamo arresi, siamo nuovi in un mondo che sarà nuovo. Cosa ne pensi?

MS: È una bella domanda. Penso che sia stata una cosa simbolica ma importante mettere la scritta “noi ci siamo” al posto della classica “en plein air” mentre eravamo chiusi. È successo poco prima di Natale ed è stato lì che abbiamo deciso di non riaprire subito, perché in fondo non potevamo fare quello che volevamo. È stata una presa di posizione un po’ forte e il fatto che Edonè ora sia aperto è vero che è una cosa importante per Bergamo, penso sia innegabile.

Lo dicevamo all’inizio che la riapertura di Edoné ha un significato. Senza troppo elucubrazioni mentali possiamo dire che se Edoné riapre è perché Bergamo e la sua provincia, con tutte le difficoltà del caso, stanno davvero ripartendo.

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