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Gabriele Del Grande a Bergamo. «Il secolo è mobile» racconta le migrazioni del futuro

Articolo. Il giornalista sarà ospite domani, mercoledì 13 maggio, dell’«Integrazione Film Festival». Appuntamento all’Auditorium Cult alle 21

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Gabriele Del Grande (Foto Marzia Benigna)

Si prende il momento più importante della giornata Gabriele Del Grande, giornalista indipendente che da anni si occupa di migrazioni: sarà ospite della seconda giornata di «IFF - Integrazione Film Festival», domani (mercoledì 13 maggio) alle 21 all’Auditorium Cult di Piazza Libertà. Ed è un posto che gli spetta, perché Del Grande non solo racconta e analizza il fenomeno da vent’anni come pochi altri, ma ha anche creato un monologo multimediale con cui, oltre a raccontare passato e presente, fa anche proposte per il futuro. O meglio: propone visioni.

Il suo spettacolo s’intitola infatti «Il secolo è mobile. Una storia delle migrazioni in Europa vista dal futuro» e va in scena all’interno di un festival, il bergamasco «IFF» di Cooperativa Ruah, che mette al centro proprio le migrazioni e le dinamiche collegate: identità, relazioni, stereotipi, convivenze. Del Grande racconta come cent’anni fa non esistessero visti né passaporti, eppure le persone si spostavano, e spesso in massa. Oggi, sui fondali del Mediterraneo, giacciono i corpi di cinquantamila migranti annegati lungo le rotte del contrabbando. «Come siamo arrivati fin qui? – si chiede – e come ne usciremo?».

Proiettando foto e filmati d’archivio il giornalista ripercorre l’ultimo secolo, dall’arrivo delle truppe africane a Marsiglia nel 1914 agli sbarchi a Lampedusa, provando a raccontare cosa sarà la mobilità umana da qui a trent’anni, quando India e Cina saranno tornate sul tetto del mondo e il Sud globale avrà una classe media cinque volte superiore alla popolazione dell’Occidente euro-atlantico. «Di immigrazione si parla fin troppo – spiega Del Grande – La prospettiva è talmente schiacciata sull’emergenza che in pochi ci hanno davvero capito qualcosa. Lo spettacolo prova a unire i puntini, offrendo al pubblico una prospettiva storica con cui interpretare finalmente il presente».

Secondo il giornalista la fatica a comprendere il bisogno di migrare delle persone non dipende tanto dalla mancanza di empatia quanto dal pregiudizio razziale: «A fare paura non è l’immigrazione in sé – dice – ma l’immigrazione nera, araba e asiatica. Ma per fortuna ci sono i giovani, soprattutto quelli abituati a convivere con ragazzi e ragazze venuti da ogni dove e pronti ad abitare il domani senza paure. Sono la sola speranza di cambiamento che intravedo ». Del Grande è stato tra i primi a utilizzare l’espressione «Fortezza Europa», intendendo il vecchio continente come richiuso in sé e respingente nei confronti di chi arriva da fuori in cerca di vita. «La Fortezza si sta sgretolando – precisa il giornalista – Un’intera generazione si sta ribellando ai divieti di viaggio con cui Schengen ha provato a impedire ai ragazzi del Sud globale di potersi spostare in Europa. Nel giro di un paio di generazioni avremo tutti in casa un pezzetto di famiglia nigeriana, indiana o marocchina. E a Lampedusa sorgerà un grande museo delle migrazioni. Come oggi a Ellis Island, negli Stati Uniti».

Perché la prospettiva, secondo Del Grande, non deve essere avere paura e richiudersi, metodo che non funziona ma la liberalizzazione di visti e permessi di soggiorno, consentendo a chi vuol venire in Europa di farlo in aereo, potendosi cercare casa e lavoro fin dal primo giorno. «Che poi è quello che fa già chiunque di noi abbia in tasca il passaporto giusto – conclude il giornalista – Perché il modello c’è già: si chiama libera circolazione e sappiamo che funziona… Ma si dirà: l’Africa è un’altra cosa, quanta gente arriverebbe in quel modo? Non possiamo farci carico dei diseredati del mondo intero».

C’è una risposta anche a questo, afferma Del Grande: «Se siete curiosi, venite a sentirla».

Ingresso gratuito, prenotazioni sul sito ufficiale.

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