Trecento opere in concorso, una settimana di festival a ingresso gratuito, incontri con registi, attrici e attori, laboratori nelle scuole, mostre e un importante evento dal vivo con il giornalista Gabriele Del Grande. « Integrazione Film Festival» torna con la sua edizione numero 20 nello spazio Cult! di Palazzo Libertà dal 12 al 16 maggio, una proposta culturale che intercetta temi come migrazione, identità e intercultura, aprendo prospettive su grandi questioni contemporanee attraverso anteprime cinematografiche e corti provenienti da Brasile, Portogallo, Olanda, Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Regno Unito.
Direttore artistico del festival è Maurizio Bousso, attore italiano con origini etiopi e senegalesi già a fianco di Checco Zalone in «Tolo Tolo» e in scena in «Tutta colpa di Freud» e «Il legionario». «Questo festival è un lavoro che la cooperativa Ruah porta avanti da anni sul territorio in collaborazione con Lab 80 – spiega – Il cinema è un linguaggio che arriva a tutti, è un’occasione per diffondere uno sguardo diverso e non stereotipato sui temi dell’integrazione. Spesso è più semplice avvicinarsi a nuove idee tramite un film, che non raccontando una storia a parole. Basta un corto di pochi minuti per scoprire nuovi sguardi su qualcosa che pensavi di conoscere a fondo. Questa è un po’ la magia del cinema».
In calendario 20 film di cui dieci corti e cinque documentari, più diverse proposte fuori concorso che spaziano tra attualità, proposte pop e finzione. Tre le anteprime italiane assolute: «Prayer» di Sofia Geweiler, «Halima» di Linda Verweyen, e «N.74 Senza Nome» di Davide Grotta. Il festival si aprirà il 12 con la pellicola fuori concorso «Porte Bagage» di Abdelkarim El-Fassi, vincitore della mostra concorso del 44esima edizione di «Bergamo Film Meeting», un delicato film on the road alla ricerca delle proprie radici.
In programma anche due film sul genocidio di Gaza, il fuori concorso «Every Day in Gaza» di Omar Rammal: girato nella Striscia nel 2025 e in lizza per i «David» di Donatello, in programma mercoledì 13 e il documentario «The Encampments», dedicato alle iniziative di attivismo studentesco nate dall’accampamento di solidarietà con la popolazione di Gaza, organizzato dagli studenti e dalle studentesse della Columbia University.
«Scegliere i film tra le tantissime opere candidate non è stato semplice, c’erano tanti progetti validi e abbiamo cercato di includere i temi principali di “Integrazione Film Festival” – continua il direttore artistico - in particolare con i documentari ho voluto puntare sull’attualità, come nel caso del film dedicato all’accanimento giudiziario contro Maysoon Majidi», attivista curda accusata di essere una scafista e poi assolta per non aver compiuto il fatto. «Uno specchio di come vengono percepite certe persone in questo paese e di quanto a volte questo sistema sia ingiusto».
Tra le proposte anche un ospite d’eccezione, « mercoledì 13 sarà con noi il giornalista pluripremiato Gabriele Del Grande, che con il suo “Il secolo è mobile” ripercorrerà 100 anni di storia delle migrazioni in Europa, un argomento molto delicato e molto attuale; quando si è presentata la possibilità di averlo con noi a “Integrazione Film Festival” non abbiamo esitato un momento» ha aggiunto Bousso.
Accanto allo schermo e il palcoscenico, «Integrazione Film Festival» è anche arte, con l’installazione dell’artista romano di origini egiziane Mosa One, «Per andare oltre», e appuntamenti con registe, attori e attrici e interventi nelle scuole della provincia. Per chi non potesse partecipare in presenza alle proiezioni i film si potranno vedere anche in streaming sul sito Zalab.org, una casa di produzione indipendente con un’attenzione al sociale. Possibile anche sostenere il festival con un tesseramento a cui è possibile aderire qui.
Se oggi il lavoro di «Integrazione Film Festival» è urgente, un domani l’obiettivo di Bousso è che questo non sia più necessario. «Le cose stanno cambiando, la realtà dei fatti è diversa da quella che spesso viene raccontato dai media, ci sono grandi discrepanze nella rappresentazione di chi ha origini e provenienze diverse. La mia idea, forse un po’ utopistica, è che un giorno questo non farà più notizia, in cui non ci sarà bisogno di sottolineare la necessità di “dare spazio” a persone di origini differenti, non conterà più come sono fisicamente come attore, ma solo quello che sono e che so fare».
