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L’intelligenza artificiale ci renderà disoccupati? Prova a rispondere Dado Van Peteghem, ospite di «Bergamo Next Level»

Intervista. Prende il via mercoledì 15 aprile la rassegna sull’innovazione i legami tra ateneo e territorio dell’Università di Bergamo. Tra gli ospiti spicca l’esperto di innovazione

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Dado Van Peteghem (Foto tratta dal sito dell’esperto www.dadovanpeteghem.com)

Con «Bergamo Next Level», la nostra città diventa l’«officina del futuro». La tre giorni promossa dall’Università di Bergamo, che quest’anno giunge alla sua sesta edizione, si pone un obiettivo ambizioso: l’ateneo punta a trasformarsi in uno spazio di confronto tra saperi e territorio, favorendo il dialogo tra ricerca, istituzioni, imprese e cittadini. Il titolo della nuova edizione della manifestazione, «Officine del Futuro. Connessioni e sinergie di sperimentazione nell’ecosistema territoriale», non è stato scelto a caso: esso riflette la necessità di costruire delle visioni condivise tra attori sociali ed economici, per poi tradurle in azioni concrete valorizzando le reti già esistenti e attivandone di nuove. Diverse le novità previste per «Bergamo Next Level»: quest’anno, per esempio, debutterà una cerimonia di conferimento delle onorificenze alle personalità che hanno contribuito alla crescita dell’ateneo.

Fitto il programma di talk, tavole rotonde e conferenze previste tra mercoledì 15 e venerdì 17 aprile: l’elenco degli eventi, insieme a quello dei laboratori rivolti ai più giovani nell’ambito di «UniBg Kids University», è disponibile sul sito web di «Bergamo Next Level». Uno degli incontri più attesi della manifestazione è senza dubbio il talk «Dimensione, Velocità e Anima. Cosa ci aspetta nell’IA e come restare al passo», che si terrà mercoledì 15 aprile dalle 18 alle 19.30 nell’Aula Magna dell’ateneo in Piazzale Sant’Agostino e che vedrà la partecipazione di Dado Van Peteghem, scrittore belga ed esperto di innovazione, già autore di cinque libri destinati al mondo delle imprese e dell’organizzazione aziendale nell’epoca delle nuove tecnologie. Noi di Eppen abbiamo avuto il piacere di intervistarlo in anteprima.

BA: Dal titolo della conferenza che terrai nell’ambito di «Bergamo Next Level» emerge il tema dell’«anima» dell’Intelligenza Artificiale. Di cosa si tratta?

DVP: È un concetto che nasce in uno dei miei libri, che si intitola «Scale vs. Soul. How to win when everyone plays AI?» («Dimensioni vs. Anima. Come si vince quando tutti utilizzano l’IA?», inedito in Italia; ndr). La «dimensione» riguarda le economie di scala che l’IA può creare con l’automazione, i processi di efficientamento e la semplificazione del lavoro: ci permette di fare qualsiasi cosa in modo più veloce ed economico. L’«anima» risponde a un’altra domanda: qual è il valore aggiunto che noi, come esseri umani, mettiamo sul piatto? Dobbiamo sempre chiederci cosa vale la pena automatizzare e cosa no, quali mansioni non richiedono un’anima per essere svolte e quali sì. Come individui, dovremmo domandarci quali parti del lavoro verranno eliminate dalle nuove tecnologie e dove possiamo creare del valore con la nostra personalità.

BA: Crede che esista una «linea rossa» tra ciò che si dovrebbe automatizzare e ciò che invece dovrebbe restare «umano»?

DVP: Dal mio punto di vista, è una questione prettamente strategica per le aziende. Ci sono realtà che puntano interamente su quella che definisco «dimensione» e si spogliano dell’«anima». Un esempio è Amazon: il suo obiettivo è quello di costruire un sistema quanto più autonomo, conveniente e scalabile possibile. È una scelta valida, la mia non è una critica. All’opposto ci sono realtà come i boutique hotel, che rifuggono l’automazione e spingono sull’«anima», sul contatto umano. Non credo che ci sia una «linea rossa» etica, al di là della legge. Detto questo, è anche vero che il mercato è alla costante ricerca di «anima». Ciò vale soprattutto per i giovani: se pensiamo a quanto i vinili siano popolari nell’era di Spotify e a quanto siano aumentate le vendite delle macchine fotografiche usa-e-getta nonostante la diffusione degli smartphone, capiamo come le persone desiderino delle esperienze sentimentali e personali.

BA: Guardando ai giovani, c’è una competenza slegata dalla tecnologia che secondo lei dovrebbero sviluppare per restare competitivi nel mercato del lavoro del futuro?

DVP: La curiosità. Jack Altman, il fratello di Sam Altman (fondatore e ad di OpenAI, ndr), dice che per sopravvivere dobbiamo posizionarci il più vicino o il più lontano possibile dall’IA. Secondo lui, addirittura, sarebbe ancora meglio se sapessimo fare entrambe le cose. Credo che la curiosità, l’attenzione alle richieste del mercato, sia fondamentale: nelle nuove generazioni ci saranno sempre più «solopreneurs», imprenditori solitari che hanno successo rispondendo ai bisogni concreti delle persone.

BA: Negli ultimi tre anni, abbiamo usato l’intelligenza artificiale sotto forma di chatbot. Oggi, gli agenti IA stanno iniziando a svolgere molti compiti in modo autonomo. Quali rischi porta con sé la transizione dall’intelligenza artificiale generativa a quella agentica?

DVP: La nascita degli agenti è la quarta fase dello sviluppo dell’IA. Per non farci cogliere di sorpresa, dobbiamo fare attenzione a definire i giusti casi d’uso. Dobbiamo chiederci se gli agenti siano la tecnologia giusta per risolvere i problemi che ci troviamo davanti. Al giorno d’oggi, molte aziende partono dalla tecnologia e cercano di applicarla a ogni ambito, ma dovrebbero fare il contrario: dovrebbero concentrarsi sul problema e capire quale sia lo strumento migliore per risolverlo. Poi c’è la grande questione della governance: chi supervisiona le tecnologie, specie quando sono delicate come le IA agentiche? Gli agenti attingono autonomamente ai dati delle persone e delle imprese, usandoli per svolgere da soli azioni spesso molto complesse. Sono fantastici per fare le cose velocemente e senza grandi spese, ma il rovescio della medaglia è che non sempre sappiamo cosa stanno facendo. Per questo serve un approccio attento e graduale.

BA: L’ultima frontiera dell’intelligenza artificiale è la Physical AI, l’utilizzo dei robot umanoidi per il lavoro manuale. In un mondo fatto di agenti e robot, ci sono dei lavori che non corrono il rischio di essere assorbiti dall’IA?

DVP: Pensandoci bene, la Physical AI è un passaggio quasi naturale. Il lancio di ChatGpt ci ha permesso di automatizzare il cervello: il passo successivo, quello che faremo da qui al 2030, sarà l’automazione del corpo tramite i robot umanoidi. Credo che tra dieci o vent’anni la maggior parte dei lavori che conosciamo potrà essere svolta dalle nuove tecnologie. Ma questo non significa che non ci sarà posto per gli esseri umani, anzi: nasceranno nuove professioni e ci saranno esperienze premium con una componente umana preponderante, per cui le persone saranno disposte a pagare. Facciamo un esempio: nel 2035 potrò andare in un bar qualsiasi e farmi preparare un cocktail da un robot. Ma se fossi un turista a Bergamo, in Città Alta, preferirei godermi il momento con un bel drink preparato da un barman in carne e ossa.

BA: Alcuni studiosi dicono che l’IA, pur migliorando la produttività, generi stress e aumenti il rischio di burnout nei lavoratori. Perché?

DVP: L’intelligenza artificiale ci permette di concentrare il lavoro in meno tempo, rendendolo più efficiente. Ciò che prima potevamo fare in otto ore ora lo possiamo completare in sei o sette. Però nessuna azienda ha ridotto l’orario lavorativo ai suoi dipendenti a parità di salario. Semmai, hanno aumentano la mole di lavoro sapendo che l’IA permette di eseguire i compiti più velocemente. Questo cambiamento, unito alla velocità delle trasformazioni – non solo tecnologiche, ma anche geopolitiche – rischia di sopraffare le persone.

BA: Proviamo a guardare al futuro, ai prossimi cinque anni. Come crede che cambierà il mercato del lavoro?

DVP: Una risposta univoca non c’è. Nei miei libri propongo cinque scenari. Il primo è che la robotica e l’IA, paradossalmente, aumenteranno il numero di posti di lavoro disponibili perché non sostituiranno le persone ma richiederanno manutenzione e controllo. Il secondo prevede che la disponibilità di posti di lavoro non cambierà, ma muteranno le mansioni più richieste: le nuove tecnologie ci sganceranno dai lavori più umili e ripetitivi per affidarcene altri a cui oggi neanche pensiamo. Nel terzo scenario, l’80% delle mansioni svanirà, mentre per il restante 20% la domanda aumenterà rapidamente. Nel quarto, l’IA creerà dei nuovi posti di lavoro, ma lo farà troppo tardi: ci sarà un periodo di “spaccatura”, in cui tante persone perderanno il lavoro e dovranno essere aiutate. Il quinto scenario è quello previsto da Geoffrey Hinton (psicologo e informatico inglese, uno dei padri dell’apprendimento automatico; ndr): l’IA si prenderà tutto e non ci sarà alcun lavoro per noi esseri umani. Personalmente, credo che lo scenario più probabile sia un mix tra il secondo e il quarto.

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