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«Magie al Borgo» torna dal 22 al 24 maggio. Costa di Mezzate diventa un palcoscenico a cielo aperto

Articolo. La 24esima edizione del festival internazionale sarà illuminato da anteprime internazionali, installazioni e dai nuovi linguaggi del circo contemporaneo

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Psyco

A Costa di Mezzate, dal 22 al 24 maggio, il borgo torna a trasformarsi in un palcoscenico diffuso per la 24esima edizione di « Magie al Borgo », festival internazionale di arte di strada e circo contemporaneo organizzato dall’associazione Feste in Costa e sostenuto dal Comune di Costa di Mezzate e dal ministero della Cultura. Un appuntamento ormai storico che, nel tempo, ha consolidato la propria identità come punto di riferimento per le arti performative all’aperto, mantenendo intatta la sua vocazione popolare e aprendosi sempre più ai linguaggi della scena contemporanea.

Quella del 2026 è un’edizione che segna un passaggio preciso nella struttura artistica e produttiva del festival. Negli ultimi anni «Magie al Borgo» ha avviato un processo di trasformazione che oggi diventa più evidente: da un lato la conferma di una grande macchina di spettacolo per tutti, rivolta alle famiglie e a un pubblico trasversale; dall’altro un investimento sempre più consapevole sui linguaggi del contemporaneo.

Come racconta Lorenzo Baronchelli, direttore artistico: «Il festival, pur mantenendo la sua anima di grande festa delle arti di strada rivolta a tutti, soprattutto alle famiglie, negli anni si è trasformato insieme ai cambiamenti del nostro mondo dello spettacolo. Oggi il linguaggio del contemporaneo è entrato stabilmente negli spazi all’aperto, in particolare attraverso il circo e la danza contemporanea». Una trasformazione che si riflette anche in una scelta curatoriale precisa. «Quest’anno abbiamo deciso di distribuire gli investimenti in modo più equo su tutta la programmazione, senza concentrare tutto su un unico elemento. Questo ci ha permesso di alzare l’asticella complessiva e di portare numerose prime nazionali e internazionali».

Non si tratta solo di una diversa gestione delle risorse, ma di un cambio di sguardo: il festival oggi costruisce un ecosistema artistico diffuso, dove ogni presenza contribuisce allo stesso livello alla qualità complessiva dell’esperienza. Il risultato è una programmazione che concentra anteprime, debutti e coproduzioni, confermando il ruolo del festival come soggetto attivo nei processi creativi delle compagnie ospitate. Un aspetto che, negli ultimi anni, è diventato centrale. «Negli anni abbiamo iniziato a lavorare sempre di più anche sulla produzione – racconta Baronchelli – Non ci limitiamo a ospitare spettacoli finiti, ma partecipiamo alla nascita dei progetti. Questo vale in particolare per gli under 35, per le nuove compagnie, e per lavori che hanno bisogno di uno spazio reale di sperimentazione».

Tra gli appuntamenti più attesi spicca il ritorno in Italia dei Gandini Juggling, compagnia britannica tra le più influenti nel panorama mondiale della giocoleria contemporanea, con «Smashed». Lo spettacolo, ispirato all’immaginario coreografico di Pina Bausch, mette in scena nove giocolieri e un universo di azioni minuziosamente orchestrate, dove la precisione tecnica si intreccia a una dimensione teatrale fatta di relazioni, tensioni e ironia. «La cosa interessante di questo spettacolo è il modo in cui riesce a tenere insieme complessità e accessibilità: è sofisticato, ma immediato nello stesso tempo», spiega Baronchelli.

Sempre dal Regno Unito arriva Motionhouse con «Wild», opera che conferma la direzione ibrida tra danza e circo contemporaneo. In scena, sei acrobati si muovono all’interno di una scenografia verticale fatta di strutture metalliche che evocano un bosco artificiale, in un continuo confronto tra corpo e gravità. «Qui la riflessione è molto forte sul rapporto con la natura – continua il direttore artistico – Non è solo estetica: è una domanda su come il corpo umano si muove in un ambiente che non è più naturale, ma costruito, mediato, artificiale».

Accanto alle grandi compagnie internazionali, il festival conferma la propria attenzione alla produzione e alla sperimentazione con una serie di coproduzioni e anteprime. Tra queste «Freaks» di Parade78, uno dei progetti centrali di questa edizione: un’installazione-spettacolo che trasforma lo spazio in un villaggio immersivo tra performance, video, musica e dispositivi scenici. «Con “Freaks” abbiamo lavorato proprio sull’idea di dispositivo totale – racconta Baronchelli – È uno spettacolo che non si guarda soltanto, ma si attraversa. Uno spettacolo/installazione in cui una vecchia roulotte e un pupazzo gigante prendono vita, in un dialogo tra mapping di proiezione, luce, suono, intelligenza artificiale e performance fisica, dove ci si interroga su chi siano i freak di oggi».

Il tema del lavoro sul contemporaneo attraversa anche le compagnie internazionali come FoColAire dal Messico e StreetFoolse dalla Spagna e le realtà italiane come Circo Bottoni e Agua und Fire, tutte accomunate da una ricerca che mescola comicità, corpo e riflessione sociale. In questa direzione, il festival si conferma anche come spazio di sostegno alla nuova creazione. « Oggi per noi è fondamentale sostenere la creatività – aggiunge Baronchelli – Non solo portare spettacoli finiti, ma creare condizioni perché certi lavori possano nascere. Questo significa anche assumersi un rischio, ma è parte della nostra identità». Al di là della varietà delle proposte, ciò che emerge è una linea curatoriale chiara. «Il festival oggi vuole relazionarsi con il mondo contemporaneo. Non è solo evasione o intrattenimento: resta uno spazio divertente e accessibile, ma capace anche di attivare una riflessione sul presente». E ancora: « C’è un filo conduttore che attraversa molti spettacoli, ed è il tema della precarietà e dell’identità. Dai Gandini ai Motionhouse, fino ai “Freaks” e agli Psycodrummers, emerge sempre una domanda su chi siamo, su cosa è normale e cosa non lo è, su come abitiamo lo spazio e il mondo».

In questa prospettiva, «Magie al Borgo» si conferma non solo come evento spettacolare, ma come dispositivo culturale che costruisce comunità temporanee. Il pubblico non è spettatore passivo, ma parte integrante di un’esperienza immersiva che si sviluppa nell’arco di tre giorni, tra attese, attraversamenti e condivisione dello spazio. «Il pubblico viene non per un singolo spettacolo, ma per vivere il festival – prosegue il direttore artistico – Si crea un’energia collettiva molto forte, fatta di attesa, sorpresa e scoperta continua. E questa dimensione, oggi, è sempre più rara: per questo ha un valore politico oltre che artistico». In questa logica, anche la distribuzione degli spettacoli lungo le giornate rispecchia una precisa idea di esperienza. Non esiste un unico centro o un unico momento culminante, ma una costellazione di appuntamenti che si accendono e si trasformano nel corso delle ore, costruendo un ritmo continuo tra attesa e sorpresa. Il borgo diventa così un organismo vivo, invaso da linguaggi diversi che convivono nello stesso spazio senza gerarchie rigide.

«Abbiamo lavorato molto anche sulla dimensione temporale del festival – chiarisce Baronchelli – Non volevamo un evento fatto solo di “prime serali” o di grandi appuntamenti concentrati, ma un’esperienza che accompagna le persone durante tutta la giornata. Questo cambia completamente anche il modo in cui il pubblico vive gli spettacoli: non li consuma, li attraversa». In questa prospettiva, anche la scelta di portare grandi compagnie internazionali in orari diurni o in spazi aperti non è casuale, ma risponde a un’idea precisa di accessibilità e prossimità. Il gesto artistico non viene isolato in una cornice protetta, ma inserito nel flusso della vita del borgo, tra passaggi, soste e attraversamenti quotidiani.

Il festival diventa così anche un dispositivo di osservazione del presente, dove il confine tra scena e realtà si assottiglia continuamente. Le installazioni, le performance itineranti e i lavori site-specific non costruiscono un altrove, ma intervengono direttamente nello spazio urbano, modificandone la percezione e invitando lo spettatore a riconsiderare il proprio modo di abitare il luogo. «Mi interessa molto questa idea di spazio condiviso – insiste il direttore artistico – Non si tratta solo di portare spettacoli in strada, ma di far sì che lo spazio pubblico diventi davvero un luogo di relazione. In un momento storico in cui le relazioni sono sempre più mediate e frammentate, trovarsi fisicamente nello stesso posto, guardare la stessa cosa, respirare lo stesso tempo, ha un valore enorme».

Dentro questa cornice si inserisce anche il lavoro con le nuove generazioni di artisti, che trovano nel festival un terreno di prova e di crescita. Le coproduzioni e le anteprime non sono solo un elemento di programmazione, ma una scelta politica e culturale che guarda alla sostenibilità della creazione contemporanea. «Per noi è fondamentale che il festival non sia solo un punto di arrivo – conclude Baronchelli – Deve essere anche un punto di partenza. Alcuni progetti nascono qui, altri trovano qui una prima forma pubblica, altri ancora vengono accompagnati nel loro sviluppo. Questo è un modo di lavorare che richiede tempo, fiducia e continuità, ma è quello che dà senso a tutto il resto».

Il risultato è un’edizione che si muove su più livelli: spettacolare, certamente, ma anche produttivo e relazionale. Una geografia artistica che non si limita a mostrare lavori finiti, ma che mette in relazione processi, linguaggi e pubblici diversi. E proprio in questa complessità si gioca la sfida di «Magie al Borgo 2026»: tenere insieme accessibilità e ricerca, festa e riflessione, intrattenimento e domanda critica.

Programma completo disponibile sul sito ufficiale.

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