Se Aldo, mentre con Giovanni era in cerca di Giacomo in «Tre uomini e una gamba», avesse parlato dell’intera superficie italiana invece che di un solo tratto di costa da cui cercava di calarsi in infradito, probabilmente avrebbe detto la stessa cosa: «È tutta franabile».
I video del ciclone Harry e del crollo delle abitazioni a Niscemi ci sembrano scene lontane, che non riguardano il territorio bergamasco. Ma il dissesto idrogeologico non è un genere cinematografico: è una condizione che riguarda il 94,5% dei Comuni italiani. E otto milioni di persone. Tra cui ci siamo anche noi.
La situazione locale
La Lombardia rientra tra le regioni maggiormente colpite, insieme a Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Veneto e Liguria. E a Bergamo? A Bergamo succede qualcosa che non fa il rumore delle onde alte dieci metri. Non finisce nei reel con la musica drammatica sotto. Ma c’è. E riguarda una cosa che dovremmo prendere molto sul serio: la cultura. Un dato su tutti: il 22% dei beni culturali lombardi esposti a frane gravi si trova in provincia di Bergamo. Uno su cinque. Di 408 beni culturali a rischio elevato o molto elevato in Lombardia, 90 sono nostri. E a questi si aggiungono i 340 a medio o alto rischio di allagamento.
Si tratta di un dato fuori scala, se lo si paragona a quelli sulla superficie, perché la provincia di Bergamo rappresenta solo l’11.5% del territorio regionale. Questo dato, da solo, ha la forza di dirci che il rischio idrogeologico non riguarda solo case o infrastrutture, ma anche chiese, edifici storici, monumenti; in breve: il patrimonio identitario. Un patrimonio in cui figurano le Mura Venete (Patrimonio Unesco), Città Alta con Piazza Vecchia, la Basilica di Santa Maria Maggiore, l’Accademia Carrara. E poi torri medievali, Santuari di valle, palazzi storici arroccati sui versanti. Non sono solo monumenti: sono i luoghi delle gite scolastiche, delle foto di matrimonio, delle domeniche lente. E sono in buona parte a rischio.
Il consumo di suolo
Secondo Ispra, in Lombardia il rischio idraulico (vale a dire il rischio di alluvioni) è più marcato nelle aree di pianura attraversate dai grandi fiumi (Po, Ticino, Adda), mentre il rischio da frana (che vede la Lombardia tra le regioni con maggiore estensione assoluta di aree in pericolo) è concentrato nelle province prealpine e alpine, tra cui Bergamo. Tuttavia, anche se molte fragilità sono «naturali» (montagna, pendenze, reticolo idrografico), l’urbanizzazione e l’impermeabilizzazione del suolo possono amplificare gli effetti degli eventi estremi. E la Lombardia è tra le regioni con maggior consumo di suolo in Italia.
Secondo il report ISPRA-SNPA «Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici», nel 2024 in Italia sono stati trasformati in superfici artificiali quasi 84 km², il valore più alto dell’ultimo decennio. Oggi le coperture artificiali occupano oltre 21.500 km², pari al 7.17% del territorio nazionale, contro una media europea del 4.4%. Questo è problematico per molti motivi. Il suolo è «un fondamentale serbatoio di biodiversità, un regolatore del ciclo dell’acqua e la prima linea di difesa contro erosione, alluvioni e siccità». Un suolo impermeabilizzato «non trattiene più l’acqua (e quindi amplifica allagamenti e alluvioni), non cattura carbonio (contribuendo all’accumulo di gas serra e al riscaldamento globale), non può più essere coltivato (riducendo la capacità del Paese di produrre cibo) e non ospita più organismi viventi (impoverendo la rete ecologica che sostiene la vita)».
Tra il 2006 e il 2024, la bergamasca ha visto nascere e crescere come funghi cantieri per (auto)strade, ferrovie, case, fabbriche, logistiche, per un consumo netto (cioè la differenza tra il nuovo costruito e gli eventuali interventi di ripristino o le trasformazioni in aree agricole o verdi) di 2.221 ettari: qualcosa come 8.540 campi da calcio. In questo arco temporale, Bergamo si è qualificata come la ventesima provincia in Italia per maggior consumo di suolo netto in valori assoluti. In Lombardia è la terza, dopo Brescia e Milano.
Cosa c’entra il consumo di suolo con il rischio idrogeologico?
Quando il suolo viene «sigillato», perde la sua funzione di spugna naturale: la capacità di assorbire e trattenere l’acqua piovana si riduce drasticamente, aumentando il volume di acqua che scorre superficialmente durante eventi di pioggia intensa. Questo non solo fa salire il rischio di allagamenti e piene improvvise, ma altera anche il regime delle acque nei versanti, favorendo fenomeni erosivi e rendendo più probabili frane e smottamenti nelle aree collinari e montane. Le conseguenze sono evidenti nei dati dell’inventario ISPRA. Il 17.5% del territorio bergamasco è in aree a pericolosità idraulica: non tra i dati più alti della regione, come a Milano, Pavia o Mantova, ma comunque un dato che tocca da vicino quasi 80 mila persone.
Inoltre, ci sono 347 km2 a rischio elevato o molto elevato per frane: si tratta di quasi il 13% della superficie totale, ben più alta della media lombarda del 5%. E sono più di 4.000 le famiglie che vivono nelle zone interessate, che sono soprattutto quelle collinari e vallive. Eventi di questo tipo non sono solo un rischio astratto: anzi, stanno diventando sempre più probabili in un clima che si sta estremizzando. L’aumento della temperatura modifica l’energia disponibile nel sistema atmosferico e rende più frequenti e intensi fenomeni come cicloni, nubifragi e mareggiate. Da anni il costo degli impatti degli eventi climatici estremi supera ormai, con regolarità, quello degli investimenti che sarebbero necessari per prevenirli.
Ed è questa la chiave di volta, su cui dovremmo insistere un po’ di più: l’adattamento. Niente ipotesi astratte, bensì scelte concrete: materiali più adatti alle ondate di calore, spazi urbani permeabili in grado di assorbire piogge intense, edifici e infrastrutture pensati per resistere a frane e smottamenti. Non possiamo agire direttamente sulla pericolosità dei fenomeni naturali, ma possiamo ridurre vulnerabilità ed esposizione dei nostri territori: rafforzare infrastrutture, proteggere i suoli, evitare nuove costruzioni in aree fragili.
Le opportunità che restano
Quando le amministrazioni non mostrano sufficientemente impegno nella salvaguardia della nostra salute (e di quella del nostro patrimonio culturale, del resto), ecco che entra in gioco la comunità. Una comunità informata e consapevole, che riconosce prevenzione e adattamento come priorità. Ecco la leva di cui abbiamo bisogno per costruire un futuro più sicuro. Non siamo Niscemi. Non siamo le coste devastate dal ciclone Harry. Ma abbiamo un patrimonio culturale in equilibrio su un territorio fragile. E a differenza della famosa scena di Aldo, qui la «franabilità» non è scritta nel copione. Può diminuire. Dipende solo da come scegliamo di agire.
