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Con il «Sashiko» si trasforma il rammendo in arte

Articolo. Scopriamo l’antica tecnica di ricamo giapponese nata per riparare i kimono. Legata alla filosofia del recupero, è amata anche nella moda sostenibile e nell’handmade contemporaneo

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(Shutterstock.com)

Come ogni anno, in questo periodo, sono alla ricerca di ispirazione: il compleanno di mia mamma si avvicina e rappresenta un’ottima occasione per prepararle un regalo handmade con nuove tecniche e materiali. Così, passando in rassegna le idee, ho riguardato le foto dell’ultima creazione realizzata per lei: una piccola borsa a sacchetto in cui riporre costume, foulard o calzini di ricambio da portare in spiaggia; la sua particolarità, però, è il decoro esterno ispirato all’affascinante tecnica giapponese del «Sashiko». Si tratta di un ricamo eseguito a mano dove i punti, ripetuti con costanza e precisione, creano forme geometriche e regolari, conferendo alla stoffa un interessante motivo in rilievo. Se avete vecchi jeans, una giacca lisa o semplicemente voglia di abbellire un capo d’abbigliamento, il «Sashiko» è un bellissimo modo per iniziare a creare con ago e filo.

Una storia affascinante

La storia del «Sashiko» affonda le sue radici nel passato del Giappone e vorrei approfondirla meglio: finora mi sono semplicemente divertita a ricrearne l’estetica, lasciandomi ispirare da alcuni esempi visti online; andando più a fondo, però, sono rimasta colpita da questa antica tradizione e dai suoi aspetti tecnici che la avvicinano ad una pratica quasi meditativa. Solo di recente, infatti, ho scoperto che il ricamo «Sashiko» è nato per recuperare pezzi di kimono: sovrapponendo avanzi di tessuto (attraverso l’arte del «Boro») e cucendoli tra loro con punti fitti e lineari, era possibile prolungare la durata e la resistenza degli indumenti in un’epoca in cui le stoffe erano costose e difficili da ottenere. Ogni pezzetto di tessuto, quindi, rappresentava una preziosa risorsa e il concetto di recupero era indispensabile nella vita rurale, dove nulla poteva andare sprecato.

Di conseguenza questa pratica assumeva anche una connotazione morale o spirituale: era legata alla valorizzazione di ciò che si possedeva già e ridava dignità a quello che in precedenza era stato scartato, facendo proseguire nel tempo la sua utilità. Per questo il rammendo non veniva nascosto o dissimulato, anzi, era messo in risalto di proposito tramite l’utilizzo di fili grossi e ben visibili.

Ma non solo: i motivi geometrici del «Sashiko» spesso racchiudevano significati simbolici; attraverso forme codificate potevano veicolare ad esempio protezione, fortuna o prosperità, e ricoprivano la funzione di amuleti per chi li indossava. Ancora oggi, la realizzazione del «Sashiko» attraverso i gesti cadenzati e ripetitivi delle mani ricorda un esercizio di meditazione: una mano infilza ritmicamente il tessuto con la punta dell’ago, tenuta saldamente tra pollice e indice; l’altra mano, intanto, spinge gli strati di tessuto verso l’ago con un movimento scandito e ondulatorio.

Il « Sashiko » oggi

L’idea del recupero è sempre attuale: oggi la tecnica di ricamo giapponese è molto apprezzata nell’ambito della moda sostenibile ed è diventata una maniera consapevole per riparare e trasformare capi d’abbigliamento. In aggiunta, oltre a funzionare come forma di rammendo, il «Sashiko» si presta benissimo anche a decorare da zero vestiti, accessori, cuscini o altri complementi d’arredo in maniera unica ed originale, senza richiedere strumenti particolari. Rispetto ad altre tecniche di cucito, infatti, per sperimentare il «Sashiko» servono sicuramente più manualità e più precisione, ma i materiali necessari sono facili da reperire.

Che cosa serve

Il primo materiale da recuperare è un tessuto spesso e abbastanza sostenuto, preferibilmente in tinta unita per far risaltare il ricamo. L’ideale è il denim (la stoffa dei jeans), così come canapa, cotone, lino, misto lino, lana e fibre vegetali in generale. Assolutamente da evitare, invece, le stoffe elasticizzate. Per la borsetta ho utilizzato un tessuto di cotone 100%. Poi un filo da ricamo. In merceria potete acquistarne uno ad hoc (chiedete del filo per “ricamo giapponese”), ma va benissimo un filo generico abbastanza grosso e che non si sfilaccia, in modo che le linee risultino nette e pulite. Per enfatizzare al massimo la definizione di queste ultime, inoltre, il colore del filo dovrebbe essere in contrasto con quello della stoffa sottostante. Personalmente ho scelto di non comprare un filo apposito ma di utilizzarne uno per maglia e uncinetto che avevo già, in linea con la filosofia del Boro, basata sull’utilizzo creativo di ciò che si ha a disposizione. Un ago lungo da ricamo. Anche in questo caso non avevo un ago specifico per ricamare: ho semplicemente utilizzato quello più lungo del mio assortimento. Un gesso da sarta o pennarello idrosolubile con cui tracciare una griglia sul retro del tessuto, che ci farà da guida per posizionare i punti con precisione. A tale scopo utilizzeremo anche una riga o una squadra. Per linee curve, invece, è utile un compasso. Infine, un foglio quadrettato su cui disegnare lo schema del nostro ricamo, da ricreare sul retro del tessuto come guida. In rete e nei libri dedicati sono disponibili moltissimi schemi di esempio; sono acquistabili anche degli stencil che permettono facilmente di riportare sulla stoffa lo schema scelto. Non è indispensabile, ma se per ottenere punti più regolari preferiamo lavorare con il tessuto teso possiamo impiegare un telaio circolare da ricamo.

Chi vorrà sperimentare il ricamo giapponese scoprirà presto che si tratta di un’attività estremamente soddisfacente e rilassante. Nell’epoca della velocità e del fast fashion, infatti, l’antica arte del «Sashiko» ci invita a rallentare e dare nuovo valore alle cose attraverso il tempo, la cura e la manualità, raccontando attraverso il filo una piccola storia di recupero e trasformazione.

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