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Davide Redondi e il kata, sul podio dei Mondiali in Romania

Articolo. Il giovane atleta bergamasco racconta la sua passione per il kata e il desiderio di trasmettere alle nuove generazioni ciò che ha imparato sul tatami

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La precisione e la concentrazione sono due aspetti fondamentali in molte discipline sportive: basta un piccolo errore per rovinare gli sforzi di mesi. È necessario restare sempre lucidi, non farsi prendere dall’ansia e dalla frenesia e applicare con determinazione quanto imparato. È una costante presente in tutti gli sport, ma che emerge in modo evidente in quelli dove ogni dettaglio diventa fondamentale per vincere – soprattutto in un mondo dove tutto è misurabile grazie alla tecnologia. Esiste una disciplina, il karate, che allena tutto ciò da decenni: la preparazione psico-fisica va oltre ogni indicazione data da uno strumento tecnologico. Può essere considerata più un’arte che uno sport, che va ben oltre il risultato fine a sé stesso. Fra le specialità inserite sotto il cappello del karate, il kata è quella che rispecchia ancor di più questi aspetti, dove agonismo e stile si fondono in un connubio perfetto.

Lo sa bene Davide Redondi che a fine luglio, sul tatami del Bt Arena a Cluj-Napoca, in Romania, ha conquistato la medaglia di bronzo ai Mondiali WUKF. Un risultato prestigioso, che ha consentito al ventenne di San Giovanni Bianco di misurarsi con il suo talento: «È stato spettacolare riuscire a conquistare il terzo gradino del podio. Essere arrivato sul podio alle spalle di un professionista non è stato assolutamente qualcosa di negativo – racconta Redondi – Io mi reputo molto soddisfatto di quello che ho fatto, anche perché durante la stagione di preparazione ho dovuto superare diversi ostacoli. Oltre allo sport e agli allenamenti in palestra ho il lavoro, il mio corso dove insegno e diversi impegni che portano via molto tempo».

Sebbene il kata sia una composizione di movimenti, parate e attacchi “simulati” – non c’è l’avversario al proprio fianco, ma ci si ritrova “in gara con sé stessi” – rimane comunque una disciplina molto complicata. Infatti, alla qualità dell’esecuzione viene attribuito un punteggio e sulla base dell’esecuzione dei vari programmi si stila la classifica. «Praticare kata aiuta molto a gestire le emozioni, soprattutto quando magari ti arrabbi molto con te stesso. Tutto questo ha sempre un risvolto anche nella vita fuori dalla palestra. Praticando karate mi sono sempre trovato a mio agio in situazioni non necessariamente difficili, ma nelle quali viene messa alla prova la capacità di gestire le proprie emozioni. Insomma, è uno sport che forma molto, soprattutto a livello emotivo – aggiunge il portacolori dell’USD Karate San Pellegrino – È fondamentale anche avere un buonissimo rapporto con gli allenatori, con cui trascorro ormai quasi più tempo che con i miei genitori! È importantissimo riuscire a lavorare in coesione con loro, condividere gli obiettivi e cercare insieme il modo per raggiungerli».

Gareggiare nel kata non ha mai impedito a Davide di continuare a portare avanti anche l’altra grande disciplina che contraddistingue il karate: il kumite, dove il combattimento è concreto sul tatami, ma tattica e concentrazione continuano a farla da padrone. La convivenza di entrambe le specialità può diventare addirittura auspicabile. «In realtà ho praticato entrambi. Ho sempre coltivato la passione per questa disciplina a 360 gradi e mi sono sempre interessato molto alla storia e alle origini del karate in Italia – prosegue il giovane – La visione del karate nella sua interezza mi è sempre stata trasmessa anche dai miei vecchi allenatori, quindi ho sempre continuato ad allenare entrambe le specialità. Infatti, anche agli Italiani è andata molto bene: ho ottenuto un primo posto nel kata e un secondo posto nel kumite».

La speranza di Redondi sarebbe quella di poter diventare un karateka a tempo pieno, anche se riuscire a trasformare questo sport in un lavoro sarà particolarmente complicato. Ciò non gli ha mai impedito di continuare a lottare per farlo. « Mi piacerebbe molto di più arrivare al punto in cui possa insegnare e riuscire a tramandare anche solo una piccola parte di quello che so a tutti i ragazzini che passano per la palestra. Soprattutto quest’anno mi sono reso conto che c’è ancora speranza nelle nuove generazioni nonostante molti imbocchino strade sbagliate – conclude il karateka orobico – Ho notato però che ci sono molti ragazzi che si avvicinano al karate e, qualunque insegnamento venga loro trasmesso, lo rispettano e lo seguono. Tutto ciò mi dà molta speranza. Per il resto posso definirmi un ‘’azzurrabile’’ per cui spero presto di poter entrare in Nazionale».

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