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Da Bergamo al Santuario della Cornabusa, luogo del cuore FAI

Articolo. Un itinerario adatto ai più allenati per raggiungere, partendo dalla città a piedi o in bici, il famoso santuario mariano, scrigno di arte e bellezza (e in questi giorni anche di eventi)

Lettura 5 min.
Il Santuario della Cornabusa

L’occasione è ghiotta: in questi giorni giunge a compimento “La Cornabusa nel cuore”, un progetto di valorizzazione del Santuario della Cornabusa fortemente voluto dal Comitato Amici della Cornabusa e realizzato grazie al contributo FAI e Intesa San Paolo, nell’ambito del progetto “I Luoghi del Cuore”.

Il progetto prevede la divulgazione di sei Cammini del Cuore che, partendo da vari punti della Valle Imagna, raggiungono il santuario mariano della Cornabusa. Sono i percorsi storici che già nel ‘400 i pellegrini seguivano per recarsi, in segno di devozione, presso la grotta che custodisce la statua della Madonna Addolorata. Proprio questo fine settimana (26 e 27 giugno) è previsto inoltre un ricco programma di eventi per valorizzare questo luogo incastonato nel verde.

(Foto MarinForcella)

Subito la memoria corre indietro di quindici anni, quando ero docente presso il collegio Vescovile S. Alessandro di Bergamo. Negli ultimi giorni di scuola avevamo la piacevole consuetudine di recarci in pellegrinaggio con tutti gli studenti presso un santuario bergamasco come ringraziamento per l’anno scolastico che stava per concludersi. Nella località annualmente prescelta, l’atmosfera di raccoglimento era davvero sorprendente, anche se le preghiere di taluni rappresentavano l’ultimo appello al divino nella speranza di ottenere l’agognata promozione. Erano ammesse diverse modalità di spostamento: a piedi (per un percorso più breve), in bicicletta o di corsa (seguendo itinerari integrali). Io ero l’accompagnatore del gruppo dei podisti. Quell’anno la meta fu proprio il santuario della Cornabusa. Partimmo da scuola (nel centro di Bergamo) in quindici e ricordo che, con mia grande sorpresa, quasi tutti riuscirono a coprire i 23 km del percorso.

Mi piace anche ricordare che la meta del santuario della Cornabusa rappresentava, negli anni settanta, l’allenamento finale prima delle competizioni di due mitici maratoneti del gruppo del Lazzaretto, il Bugada e il Poma. Essi sceglievano proprio il santuario come località da raggiungere, per poi effettuare il giro di boa e tornare, sempre di corsa, in città, arrivando così a coprire un chilometraggio simile a quello di gara (42,195 km).

Non a caso il percorso che oggi propongo è pensato per chi desidera raggiungere il santuario partendo proprio da Bergamo. È un itinerario che segue principalmente piste ciclopedonali e strade secondarie, pertanto si può scegliere se avventurarsi a piedi, in bicicletta (consiglio la Mtb) o di corsa. Qualunque sia l’opzione scelta, è un itinerario suggestivo.

Dal Lazzaretto alla ciclabile della Val Brembana

Dal Lazzaretto di Bergamo ci dirigiamo in via Baioni per imboccare la greenway del torrente Morla. Nel primo tratto la pista ciclopedonale segue il corso del torrente serpeggiando tra le case e i prati di Valverde, con l’occhio rivolto alle mura venete. Giunti in via Castagneta, all’altezza dell’ex monastero della Valmarina (costruzione risalente al 1150 che oggi ospita la sede del Parco Regionale dei Colli di Bergamo), si sale alla volta del “piccolo Stelvio”.

Tale nome venne simpaticamente coniato dai runners del Lazzaretto all’indomani dell’inaugurazione della pista, nel 2008, quando, faticando lungo quelle rampe, intravidero pendenze simili a quelle del più famoso passo alpino. Pur essendo un luogo frequentatissimo, pochi identificano il “piccolo Stelvio” come il confine idrogeologico tra il bacino della valle Seriana (cui il torrente Morla fa parte) e quello della valle Brembana (cui il torrente Quisa appartiene). Ciò significa che buona parte del territorio di Ponteranica (non me ne vogliano i suoi gentili abitanti), in realtà, orograficamente, appartiene alla valle Seriana!

L’ex Monastero della Valmarina

Dopo aver scollinato scendiamo a raggiungere il torrente Quisa, e, seguendo per quattro chilometri le sue anse, procediamo all’ombra di grandi querce, castagni e robinie fino ai piedi del santuario di Sombreno.
Qui la ciclopedonale sfocia in una strada che conduce all’abitato di Sombreno. Deviamo invece a destra, in corrispondenza di un ponticello di legno, lo percorriamo e, piegando a sinistra, proseguiamo per qualche centinaio di metri. Anziché addentrarci nelle prime case di Almè, imbocchiamo, sulla sinistra, la pista ciclabile della valle Brembana (il bivio è ben segnalato). Seguendo il percorso della storica ferrovia della valle Brembana superiamo le vecchie stazioni di Almè, e di Villa d’Almè. La pista ora lambisce dall’alto il fiume Brembo e, tra scorci suggestivi e qualche galleria, raggiungiamo la vecchia stazione di Clanezzo.

Verso Clanezzo e la valle ai piedi del Monte Ubione

Immediatamente dopo la stazione, prima di entrare nuovamente in galleria (non esistono cartelli segnalatori), a sinistra risaliamo un piccolo gradino e raggiungiamo, dopo pochi metri, la mulattiera che scende al put che bàla, la famosa passerella sospesa che attraversa il Brembo. Bastano pochi passi per comprendere il motivo di quell’appellativo dialettale! Un misto di emozione ed ansia ci accompagna fino all’altra sponda. Il ponte sospeso è stato costruito nel 1870 per sostituire l’ormai obsoleto servizio di barche che da secoli faceva la spola tra le due rive del fiume, trasportando merci e persone.

Il put che bàla sopra il fiume Brembo

Il luogo è suggestivo: siamo alla confluenza del torrente Imagna nel Brembo. Il fiume, sotto di noi, crea un piccolo lago naturale tra speroni rocciosi e piccole spiaggette che in estate accolgono persone in cerca di refrigerio (vige però il divieto di balneazione). Oltre il ponte ci troviamo al porto di Clanezzo, edificio storico che un tempo ospitava la dimora del barcaiolo. Oggi, dopo un pregevole intervento di restauro (ormai quasi ultimato), è stato trasformato in un locale di accoglienza turistica. Risaliamo il selciato che conduce al borgo di Clanezzo.

Superati tre tornanti deviamo a sinistra e raggiungiamo il ponte di Attone, ardito manufatto del 975 d.c. che per quasi un millennio ha rappresentato il più sicuro collegamento tra Clanezzo e la piana di Almenno. A fare da guardia al ponte di Attone, è la torre mozza che ospitava la dogana veneta (bella costruzione meritevole di un restauro). Risaliamo ancora un poco e, all’altezza di una trattoria svoltiamo a destra per immetterci sulla strada asfaltata per Clanezzo. Cento metri dopo la trattoria, attraversiamo il ponte nuovo sul torrente Imagna (interessante opera in calcestruzzo armato ad arcata unica realizzata nel 1923) da cui si gode un panorama splendido sul percorso appena effettuato.

Il ponte di Attone, risalente al 975 d.c.

Superato il ponte, sulla sinistra, troviamo il castello di Clanezzo (oggi trasformato in hotel) e, in corrispondenza della chiesa, svoltiamo in via S. Gottardo, seguendo le indicazioni per la cascina Belvedì. La strada asfaltata ben presto si impenna e, dopo due tornanti, troviamo l’imbocco della pista ciclopedonale della valle Imagna, segnalato da un pannello indicatore. La pista ripercorre il vecchio sedime del canale di acqua che alimentava la centrale idroelettrica di Clanezzo. Per questo motivo la pista è quasi interamente pianeggiante con molte grate che lasciano intravedere il corso d’acqua originale sotto i nostri piedi.

Ci addentriamo nella valle ai piedi del monte Ubione, con una visione aerea sul torrente Imagna. Dopo un paio di chilometri ecco apparire il ponte del Chitò, dal nome dell’ingegnere progettista. Imponente e maestoso, venne realizzato nel 1897 ed è composto da sei arcate in pietra calcarea. Negli anni ’80 i più arditi climber orobici amavano allenarsi risalendo i pilastri di pietra. Ricordo anche che, proprio qui, gli stessi rocciatori si cimentavano nelle prime forme, un po’ artigianali, di bungee jumping.

Il ponte del Chitò

Tra Capizzone e Ponte Giurino

Sotto di noi il torrente Imagna appare minuscolo e la vista inizia ad abbracciare tutta la vallata. Ancora un chilometro e siamo a Capizzone. Qui la ciclabile si interrompe, proiettandoci sulla strada provinciale della valle Imagna. In attesa del completamento della pista ciclopedonale nel tratto Capizzone-Ponte Giurino (i lavori sono a buon punto) le alternative sono due.

Il primo percorso è sconsigliato per chi è a piedi. Percorriamo per un km la strada provinciale fino alla località Le Grate (attenzione alle auto che sfrecciano prepotenti!). All’imbocco della galleria, sulla sinistra, inizia un altro tratto di pista ciclabile che, mantenendosi più in basso rispetto alla strada, supera i resti della frana del 2014 e giunge a Ponte Giurino. Attraversiamo l’Imagna sull’elegante ponte romanico a schiena d’asino e proseguiamo sulla ciclopedonale per poche centinaia di metri. In corrispondenza di un secondo ponte (moderno) ci possiamo immettere sul percorso che conduce al santuario della Cornabusa provenendo da Ponte Giurino.

C’è poi un percorso alternativo più indicato per podisti e ciclisti. Attraversiamo la strada provinciale appena superato il bivio per Capizzone-Bedulita. Qui seguiamo le indicazioni sentieristiche (bolli bianchi-rossi e cartelli che lo indicano come anello delle contrade) che ci fanno risalire, per evidenti scalette e mulattiere, fino a sbucare su via Dante all’altezza di una curva a destra. Qui conviene seguire la strada principale che diventa via Marconi, quindi via Papa Giovanni XXIII, dove incrociamo la bella torre campanaria risalente al XII secolo. Giungiamo alla chiesa di Capizzone e ci troviamo già sul percorso proveniente da Sotto il Monte.

A chi si muove in bicicletta consiglio invece di salire rimanendo sempre sulla provinciale per Bedulita per quattro km circa, fino alla deviazione per S. Omobono (all’altezza del Municipio di Bedulita).

Sito del Santuario della Cornabusa

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