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Martinengo e la poesia della Bassa bergamasca

Articolo. Centro medievale di importanza strategica per Colleoni, location per il capolavoro di Olmi e scrigno di opere d’arte, Martinengo è un borgo da non perdere

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L’opera del writer Vesod

Il martedì mattina, a Martinengo, è giorno di mercato. La bella giornata riempie di sole le vie del centro storico, gremite di persone: c’è chi va di fretta, affaccendato tra i banchi di frutta e il profumo della rosticceria e chi si gode una passeggiata più lenta curiosando qua e là prima di un caffè al bar sotto ai portici medievali.

L’istituzione del mercato settimanale in paese sembra risalire addirittura al Medioevo, quando la città di Bergamo concesse a Martinengo lo status di «borgo franco cittadino» ed essendo un importante luogo di commercio vennero costruiti per proteggerlo un fossato con un terrapieno, porte di accesso e una rocca. La struttura difensiva venne in seguito rafforzata dalle mura. Anche i portici che tuttora caratterizzano il centro storico sono simbolo della vocazione commerciale del borgo. Costruiti nel Quattrocento, nascono come un prolungamento delle botteghe, per dare la possibilità ai commercianti di esporre le merci senza ostruire le strade. Passeggiando sotto i portici è facile fantasticare su epoche antiche, e la realtà supera l’immaginazione quando ad ottobre si tiene il «Palio dei Cantù», una rievocazione storica medievale che riempie le vie di Martinengo di abiti dell’epoca e di… asinelli, per la consueta gara di corsa.

Camion e furgoni dei banchi del mercato non bastano a nascondere la facciata bianca ed elegante della chiesa di Sant’Agata. Sebbene si abbiano testimonianze della sua esistenza fin dal 1141, la chiesa era stata probabilmente trascurata fino a quando Bartolomeo Colleoni scelse Martinengo come centro strategico del suo dominio. La Parrocchiale si adeguò al nuovo status del paese e dalla fine del Quattrocento iniziarono i lavori di ampliamento e abbellimento dell’edificio, in stile gotico lombardo. In seguito, nella prima metà dell’Ottocento, l’architetto Giacomo Bianconi riprese i lavori e la chiesa barocca che oggi mi accoglie in un tripudio di marmi, stucchi bianchi e dorature è frutto del rifacimento di quegli anni. Dall’alto del campanile, in stile gotico lombardo ma poi alzato a inizio Novecento, la statua di un Cristo Redentore ha una mano protesa verso i campi, dove lavoravano i contadini che con le loro donazioni ne hanno sovvenzionato la realizzazione.

Mi spingo fino alla fine dei portici e attraverso la piazza sempre più gremita, per trovare la splendida Villa Murnigotti-Allegreni, una residenza privata del XIX secolo con un giardino all’inglese che ospita numerose specie di piante. Leggo che, in qualche occasione speciale, il giardino viene aperto al pubblico per le visite: per questa volta mi accontento di osservare la facciata decorata da dietro il cancello, mentre il bel cane della villa mi controlla diffidente dall’altra parte della ringhiera.

Torno sui miei passi con qualche deviazione nelle strade laterali: così incontro il Palazzo Comunale, costruito nel XII secolo, sulla cui facciata sono ancora ben visibili affreschi di diverse epoche, che raccontano frammenti della storia del borgo. Si nota infatti lo stemma dei Conti Ghisalbertini, che dal castello (di cui ancora oggi posso vedere la Torre Civica che si staglia contro il cielo azzurro) dominarono su Martinengo dall’inizio del 1100 fino a metà del 1200. Sono visibili anche un tributo a Venezia con il leone di San Marco e lo stemma del podestà Tommaso de’ Curnis, la figura di un uomo armato che rappresenta l’aristocrazia militare, e una più recente lapide dedicata agli abitanti di Martinengo che si unirono ai Mille di Garibaldi.

Proprio accanto al Palazzo Comunale, la Torre dell’Orologio attira la mia attenzione, e sfido chiunque a non soffermarsi a osservare i due strani quadranti: uno è in numeri romani, l’altro in numeri arabi, e ciascuno indica ventiquattro ore. Sulla Torre infatti, nata probabilmente come semplice torre campanaria, l’orologio venne aggiunto nel Seicento per segnare la cosiddetta «ora italica» ovvero il tempo che passa dall’alba al tramonto. Insomma, ciò che serviva ai contadini, per regolare il lavoro nei campi: le ventiquattro ore venivano misurate a partire da un tramonto fino a quello successivo e visto che il momento del crepuscolo varia a seconda delle stagioni, ogni due giorni il campanaro doveva regolare la lancetta, mantenendo come riferimento la meridiana nel cortile del Palazzo Comunale. Proprio accanto alla Torre dell’Orologio, la farmacia di Martinengo vanta di essere una delle più antiche d’Italia: sopra all’ingresso l’insegna «Antica Spezieria della Comunità» campeggia dal 1639.

Nel centro storico di Martinengo percepisco quella particolare poesia tipica della Bassa Bergamasca, tra vie tranquille, qualche dipinto religioso sui muri, case alte e strette tra di loro e cortili nascosti dietro ai portoni di legno. Non sorprende che il regista Ermanno Olmi abbia scelto il paese per alcune scene del celeberrimo «L’albero degli zoccoli», dove anche al momento delle riprese negli anni Settanta si coglieva ancora qualche frammento dell’atmosfera di fine Ottocento protagonista del film.

E a proposito di location legate al film, girovagando tra le vie mi ritrovo davanti al maestoso Filandone, un bellissimo esempio di archeologia industriale che sembra quasi una cattedrale, sia per via delle dimensioni che dello stile neogotico lombardo in cui è stato fatto costruire dalla famiglia Daina negli anni Settanta dell’Ottocento. Purtroppo la crisi del settore della seta era vicina, e dopo vari passaggi di proprietà l’attività è stata chiusa nel secondo dopoguerra, riaprendo eccezionalmente nel 1976 proprio per permettere a Olmi di girare alcune scene del suo capolavoro. Nel 1982 il Comune di Martinengo acquistò l’edificio e lo rinnovò dedicando gli spazi alla biblioteca e all’archivio storico, trasformando il luogo di filatura in un luogo di cultura. Dal 2023 dietro al Filandone si può ammirare anche un’opera del writer Vesod, che riprende l’architettura dell’edificio scomponendolo e riassemblandolo in una rappresentazione onirica, mentre al centro due figure umane circondano un albero di gelso. L’ albero in questione è il punto di partenza per tutto il processo di produzione della seta, e in questo caso simboleggia una nuova vita per l’edificio stesso.

L’ex Monastero di Santa Chiara è visitabile solo in determinate giornate di aperture speciali, e mentre ne osservo gli esterni dal marciapiede, dalle finestre aperte della scuola lì accanto mi arrivano gli schiamazzi degli alunni e qualche esclamazione spazientita di un docente che mi fa sorridere. Leggo che il convento è stato fatto costruire da Bartolomeo Colleoni a seguito di un voto della moglie Tisbe, e dopo aver ospitato le monache per secoli, è stato chiuso nel 1812 e trasformato poi in collegio convitto. Il ventennio fascista lo modificò in parte creando un Sacrario dei Caduti, ma resta ancora visibile la struttura originaria, così come gli affreschi del misterioso Maestro di Martinengo.

Mi affretto passando davanti alla Casa del Capitano, che è stata dimora di Bartolomeo Colleoni e dove la leggenda vuole che sia nascosto un tesoro, per dirigermi al vero tesoro che il condottiero ha lasciato al paese, considerato una sorta di suo testamento umano e spirituale: il Convento dell’Incoronata. Sebbene parte dell’edificio ospiti l’istituto scolastico fondato dalla Congregazione della Sacra Famiglia, sono numerose le occasioni in cui è possibile ammirare gli spazi del Convento, tra visite guidate, conferenze, mostre e addirittura visite virtuali. Approfitto anche io di uno di questi eventi e non appena accedo ai chiostri inondati di luce mi rendo conto di essere in un luogo speciale. Costruito nel giro di pochi anni, la sua consacrazione avvenne il 3 novembre 1476, a un anno esatto dalla morte del Colleoni. Quest’anno, per il 550esimo anniversario della consacrazione, è prevista per domenica 8 novembre una vera e propria rievocazione storica, nella forma di uno spettacolo itinerante tra gli spazi del convento. Senza dubbio una data da segnarsi in agenda.

Il Colleoni fece erigere il convento in un momento di suo grande potere e disponibilità economiche, ma anche probabilmente di particolare sensibilità spirituale, dopo aver perso l’amata figlia Medea e la moglie Tisbe. Proprio alla consorte è dedicata la chiesa, che è un vero gioiello. Composta di un’unica navata, l’aula pubblica e quella riservata al convento sono divise da un tramezzo. Pietro Baschenis tra il 1623 e il 1627 lo affrescò splendidamente con scene della Passione di Cristo: i suoi rossi, gialli e verdi, colori simbolici della presenza di Dio, riescono ancora dopo tanti anni a narrare il dolore della Crocifissione e a catturare l’attenzione dei visitatori, fedeli o meno. Non sono da meno gli affreschi dell’abside, dove dottori della chiesa, evangelisti, apostoli e sante fanno da contorno all’Incoronazione della Vergine, di un autore sconosciuto che viene associato alla scuola di Bembo. Non mancano tracce del Maestro di Martinengo, sempre avvolto dal mistero, a cui sono attribuiti gli affreschi dell’arco trionfale della chiesa. Sebbene fatico a distogliere lo sguardo dagli affreschi del tramezzo, anche le quattro cappelle meritano attenzione, in particolare quella dedicata a Elisabetta Cerioli, fondatrice della Congregazione, e quella della Sacra Famiglia, entrambe con altari lignei scolpiti dai fratelli Giuseppe e Caterina Caniana.

La chiesa è il pezzo forte del Convento dell’Incoronata, ma non è di certo l’unico tesoro che racchiude. Nel chiostro sono conservate due meridiane a riflesso del 1738, opere davvero rare e complesse, dal funzionamento strabiliante che bisogna proprio farsi raccontare. Visitando chiostri e sale si svelano man mano storie e opere d’arte eccezionali, che invito ad approfondire con una visita guidata in una delle numerose occasioni previste per la stagione 2026.

Nel frattempo io lascio Martinengo portandomi a casa una grande lezione: se un borgo ha avuto importanza strategica per Bartolomeo Colleoni e ha regalato location a film di Ermanno Olmi, beh, senza dubbio esplorarlo è una buona idea. E questo è solo l’inizio, giusto un assaggio dei tanti tesori che Martinengo custodisce.

Tutte le foto sono di Lisa Egman

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