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Ville eleganti e finestre decorate. A Caravaggio non c’è solo il Santuario

Articolo. Un piccolo itinerario nel cuore della pianura bergamasca lontano dai riflettori, dedicato ai luoghi poco conosciuti della città, ma non per questo meno affascinanti

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Arco di Porta Nuova

La luce del tardo pomeriggio filtra tra le tende bianche delle finestre della cucina del nonno, mentre io e lui siamo seduti al grande tavolo, assorti in una delle nostre solite chiacchierate del giovedì dopo il lavoro. Per puro caso, ripescando tra i ricordi di alcune gite del passato, ci ritroviamo a commentare la bellezza del Santuario di Caravaggio, luogo sicuramente molto conosciuto –immagino non solo dai bergamaschi. Mentre saluto il nonno per tornare a casa, nella mia testa un pensiero si fa sempre più insistente: tutti conoscono il Santuario di Santa Maria del Fonte, ma chissà com’è il resto di Caravaggio e quali altri posti interessanti nasconde tra le sue vie ?

Pochi giorni dopo eccomi qui, pronta ad esplorare la città. La luce del pomeriggio che filtra tra le case, obliqua e dorata, non è tanto diversa da quella che entrava dalle finestre di casa del nonno. Sfuggendo alle ombre imminenti, colpisce i mattoni rossicci e li fa risaltare ancora di più contro l’azzurro intenso di un cielo che sembra dipinto.

I mattoni sono quelli della facciata della scuola elementare di Caravaggio, intitolata a Michelangelo Merisi e riaperta all’inizio dell’anno scolastico in seguito a lavori di ristrutturazione. Scendo dall’auto proprio qui davanti, perché l’idea è quella di esplorare Caravaggio partendo dal paese e lasciando solo come ultima tappa il Santuario di Santa Maria del Fonte. Tappa che nemmeno raggiungerò, perché avrò bisogno di più tempo del previsto per tutti i luoghi interessanti che troverò lungo la strada.

Subito incuriosita dall’elegante simmetria della facciata liberty della scuola elementare, scopro che la costruzione dell’edificio risale al 1912. Tra le decorazioni spiccano al centro, sopra il terrazzino, due leoni che reggono uno stemma, mentre nelle lunette laterali coppie di angeli tengono tra le mani il libro della conoscenza.

Procedendo verso il centro del paese mi imbatto nell’ex asilo nido di via Caldara, una costruzione dalle grandi vetrate ad arco a cui la decadenza dona un certo fascino. Lo stabile sembra essere sede di alcune associazioni e al momento interessato da progetti di riqualifica.

Le vie tranquille e silenziose in cui mi aggiro si aprono improvvisamente sul vociare di una piazza. Alla mia sinistra, Palazzo Gallavresi si sorregge sugli archi del porticato, mentre la luce calda del sole gioca con la facciata. L’edificio, ora sede del Comune, è stato residenza di un ramo dei duchi milanesi Sforza e sede del Marchesato di Caravaggio, prima di diventare proprietà della famiglia Gallavresi, che gli ha lasciato il suo nome. Il Palazzo al momento ospita la Pinacoteca Civica, e alcune notizie trovate in rete dicono che all’epoca degli Sforza la famiglia di Michelangelo Merisi visse proprio in questo edificio, perché legata ai duchi da rapporti di lavoro.

A Caravaggio le chiese non mancano di certo, ma tra tutte sicuramente spicca la Parrocchia dei Santi Fermo e Rustico. Oggi è sabato e la piazza è in gran fermento: c’è chi si affretta verso qualche commissione e chi siede comodo ai tavolini dei bar da cui sale un gran vociare, godendosi un caffè al sole. Di fronte a loro, la facciata di mattoni della chiesa è illuminata di luce dorata, così come il maestoso campanile alto più di settanta metri, che scopro essere tra i più alti della bergamasca. L’interno della chiesa è di un caldo barocco rosa e verde, insospettabile da fuori, e racchiude anche un piccolo tesoro: la Cappella del Santissimo Sacramento, della scuola di Bramante.

A malincuore lascio l’atmosfera vivace di Piazza San Fermo e Rustico ma, mentre il mio sguardo ancora indugia sugli edifici decorati che la circondano, la mappa è già impostata sull’Arco di Porta Nuova, a pochi passi di distanza. La luce sempre più calda sta compiendo delle vere e proprie magie sui due angeli in pietra che la sovrastano, trattenendomi a scattare fin troppe foto da tutte le angolazioni possibili. Oltre ai due angeli, stagliata contro una finestra di cielo si distingue la raffigurazione dell’apparizione della Madonna a Giannetta de’ Vacchi, episodio che diede in seguito origine al Santuario. L’Arco di Porta Nuova infatti fu costruito nel 1709, in occasione dell’Incoronazione della Beata Vergine al Santuario, e si trova proprio sulla strada che collega quest’ultimo al centro della città.

Questa strada, che da Largo Beata Giannetta diventa Viale Giovanni XXIII, è senza dubbio la più bella di Caravaggio: ampia e fiancheggiata da ville eleganti, riserva anche un paio di sorprese. Dopo aver superato un supermercato che sicuramente in passato è stato qualcos’altro, visti gli stucchi che ne decorano le finestre, trovo la prima: il Convento di San Bernardino.

Il complesso risale alla fine del Quattrocento e venne costruito in memoria di San Bernardino da Siena, che intorno al 1419 passò per il territorio di Caravaggio e contribuì a riappacificare gli screzi con la comunità di Treviglio. Dopo svariati passaggi di proprietà, il convento è diventato Centro Civico negli anni Settanta, ed ora ospita la biblioteca cittadina, mostre temporanee e un Museo Navale nato dalla collezione di Ottorino Zibetti, che però purtroppo ho trovato chiuso per pochi minuti di pessimo tempismo, dato che sembra essere visitabile proprio il sabato pomeriggio dalle 15 alle 18.

Mi allontano dal chiostro già immerso in lunghe ombre e silenzi, ripromettendomi di tornare presto: anche la Chiesa di San Bernardino è chiusa, e di questo mi dispiace parecchio. Informandomi scopro che i giorni di apertura al pubblico sono il mercoledì e il venerdì mattina, ma che l’associazione OpenRoad organizza diverse visite guidate anche alla domenica. La chiesa è divisa in due parti: una riservata ai religiosi del convento e una per la comunità di fedeli. Sul tramezzo che le divide si trova uno splendido affresco del Ciclo della Passione di Cristo, realizzato dall’artista caravaggino Fermo Stella nel Cinquecento. L’affresco occupa quasi ottanta metri quadri di spazio ed è stato ristrutturato di recente, così come gli affreschi nel coro, realizzati dai fratelli Galliari. Insomma, un piccolo tesoro che non avrei voluto perdermi, e che tornerò a visitare il prima possibile.

Dal complesso di San Bernardino già si notano i mattoni rossi e gli archi che appartengono a quella che una volta era la Casa Littoria di Caravaggio. Nonostante le serrande rotte, l’intonaco scrostato e il cemento che annerisce e diventa cupo come gli anni di storia di cui è testimone, l’edificio ha il fascino di tutti quei posti che sono stati vissuti, riempiti di storie e poi abbandonati.

La Casa Littoria è stata costruita tra il 1935 e il 1935 su progetto di Alziro Bergonzo, e dal 1945 fino al 2004 la sua struttura è stata modificata per ospitare alcune abitazioni. L’edificio ora è all’asta in attesa di acquirenti, mentre l’erba cresce indisturbata nel cortile circondato da archi e il bassorilievo di un’aquila, annerito e coperto da una scritta antifascista, è testimone del tempo che passa.

Il tramonto si avvicina e io torno sui miei passi tra le vie del centro, su cui si affacciano palazzi eleganti e finestre decorate, di nuovo verso la scuola elementare da cui ho iniziato il mio percorso. Proprio dietro alla scuola, attraversando un piccolo ponte su un canale, si raggiunge un murales che rende omaggio a Michelangelo Merisi, colui che ha reso il nome di Caravaggio celebre in tutto il mondo, nonostante non sia davvero nato qui (ad essere nativi di Caravaggio, entrambi i genitori). Il dipinto raffigura la famosa opera «La Vocazione di San Matteo», aggiungendo però in scena anche l’autore, immortalato nell’atto di girarsi verso il pubblico mentre presta gli ultimi ritocchi, aprendo un varco nella quarta parete.

Lascio sia il Caravaggio che mi guarda dal dipinto sul muro che la città di Caravaggio, mentre il sole lascia spazio alle ombre sempre più lunghe del crepuscolo. In poco tempo si è già creata la necessità di tornare a esplorare altri luoghi della città, di approfondire quelli già visti di passaggio. Per il momento porto con me qualche foto e molti racconti per le prossime chiacchiere del giovedì con il nonno. D’altra parte è stato lui, con i suoi ricordi, a ispirare le mie nuove scoperte.

(Tutte le foto sono di Lisa Egman)

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