Nell’immaginario degli adulti esiste la convinzione che le giovani generazioni, sommerse dai messaggi mediatici, considerino come modelli di vita le persone che occupano posizioni di rilievo e di grande visibilità nella nostra società come i campioni dello sport, vip, attori, cantanti e influencer del web. Sorprende invece scoprire che per la maggior parte degli adolescenti intervistati i punti di riferimento siano le persone che vivono all’interno della famiglia: i nonni, i genitori o i fratelli maggiori. Li abbiamo sentiti per il progetto editoriale di Eppen che sta indagando la parità di genere attraverso vari temi: famiglia, lavoro, passioni, casa e il tema di oggi, i riferimenti.
Dalle loro parole si colgono alcune sfumature che meritano una riflessione: innanzitutto si percepisce un senso di gratitudine in chi ha saputo ascoltarli, comprenderli e di tendere loro una mano nei momenti del bisogno. Non c’è tanto il desiderio di assomigliare a coloro che hanno raggiunto la fama e la ricchezza quanto la volontà di essere simile a chi è capace di supportare e aiutare nelle difficoltà. Come se in un adulto sia più importante la capacità di gestire le relazioni piuttosto che la ricerca del successo. Saper ascoltare e consigliare mettendosi nei panni degli altri sono divenuti aspetti fondamentali, molto più che «fare carriera». Questo significa innanzitutto che i ragazzi sono capaci di comunicare con l’adulto e, in particolare, che sanno aprirsi e raccontarsi. In seconda battuta significa che i genitori della generazione Z sono attenti e capaci nel gestire i rapporti con i figli. Tale qualità non va confusa con l’essere “amico” dei propri figli, ma significa accompagnare i figli verso una completa autonomia come persone e cittadini.
Nella mia gioventù i genitori erano più temuti che interpellati: rappresentavano il senso del dovere e il rispetto, a loro ci si rivolgeva solo in caso di estremo bisogno. E da parte loro prioritaria era l’attenzione alla salute, all’educazione e alla formazione dei figli. L’apertura al dialogo era una rarità. Altri tempi…. Ricordo poi i racconti di mio padre che ci diceva che quando era piccolo, con fratelli e sorelle, sedevano al tavolo in una stanza diversa da quella dove pranzavano i loro genitori. Altrissimi tempi…
In quest’ottica rientra anche il pensiero di quella ragazza che dichiara di voler assomigliare alla propria docente, di cui orgogliosamente cita nome e cognome, non tanto per la sua preparazione e competenza nell’insegnamento quanto per la sua capacità di comprendere e di sostenere gli allievi. Nella mia quarantennale esperienza di docente posso confermare che anche l’insegnamento è molto cambiato: è progressivamente sparita la figura dell’insegnate autoritario, legato al programma e insensibile nei confronti delle difficoltà degli alunni. Al suo posto si sta progressivamente imponendo un modello di docente ugualmente preparato ma capace di relazionarsi in modo costruttivo e motivante con gli alunni. Relazione e dialogo sono diventati dei pilastri su cui costruire la formazione scolastica.
