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Dal documentario al meme, la vera storia del «pinguino nichilista»

Articolo. L’immagine, tratta da un documentario diretto da Werner Herzog, è diventata un meme virale, ma la scienza racconta una verità ben diversa

Lettura 3 min.
«Encounters at the End of the World», documentario del 2007 diretto da Werner Herzog

In questi ultimi giorni il mio feed di Instagram è stato riempito da pinguini. Quegli uccelli bianchi e neri tanto «carini e coccolosi» che, evolvendosi negli anni, hanno “dimenticato” di volare come i loro antenati perché richiedeva troppe energie per un corpo strutturato come il loro. Soprattutto, un pinguino che cammina da solo verso le montagne dell’Antartide. Lo chiamano «pinguino nichilista», gli attribuiscono pensieri cupi, una consapevole rinuncia al senso, la decisione di andare avanti anche quando non c’è una meta. Il meme ha attraversato TikTok, Instagram e X, è stato reinterpretato e trasformato in simbolo. Ma la storia di quell’immagine, e di ciò che le abbiamo costruito intorno, è molto più complessa e molto più interessante di quanto sembri.

L’origine della marcia del pinguino

L’origine del fenomeno affonda le radici in un’immagine potente e disturbante tratta da «Encounters at the End of the World», documentario del 2007 diretto da Werner Herzog. Il filmato mostra un pinguino di Adelia che, invece di dirigersi verso il mare insieme alla colonia (unica via di sopravvivenza per la specie) si allontana in direzione opposta, addentrandosi nell’entroterra antartico, verso montagne remote e ghiacciate. Un comportamento raro, raccontato nel documentario come una deviazione senza ritorno. «Ma perché?», si chiese Herzog, e definì quella camminata una «marcia della morte», spiegando che una volta intrapreso quel percorso l’animale non avrebbe potuto salvarsi. Gli esperti coinvolti confermarono che il pinguino morì poco dopo essere stato ripreso, dopo aver percorso decine di chilometri in completa solitudine.

È in questo passaggio che un comportamento animale viene trasformato in racconto. Herzog non si limita a osservare: interpreta, carica l’immagine di significato, la inserisce in una visione del mondo fatta di isolamento e attrazione per l’ignoto. Il pinguino non è ancora un meme, ma smette già di essere solo un soggetto naturalistico.

L’antropomorfizzazione e gli errori

Quando quella scena è riemersa in questi giorni sui social, il salto è stato quasi inevitabile. Il pinguino viene decontestualizzato, rallentato, accompagnato da musiche malinconiche e frasi esistenziali. Nasce così il personaggio del «pinguino nichilista»: una sorta di contenitore emotivo in cui proiettare disillusione e senso di smarrimento. Col tempo, quella camminata solitaria diventa una metafora del rifiuto delle convenzioni, dell’andare controcorrente.

Il cortocircuito è stato evidente quando il meme è entrato nel linguaggio politico. Un’immagine generata dall’intelligenza artificiale, pubblicata dall’account ufficiale della Casa Bianca, ritrae Donald Trump che cammina sul ghiaccio accanto a un pinguino in Groenlandia. L’errore geografico è immediato (perché i pinguini non vivono nell’Artico), ma secondario. La figuraccia è soprattutto comunicativa: l’animale diventa una semplice icona visiva, svuotata del suo contesto, utile a evocare freddo, conquista, territori estremi. È la dimostrazione di come, nell’ecosistema dei meme, l’efficacia simbolica conti più dell’aderenza ai fatti.

La realtà scientifica

Eppure, la ricerca scientifica racconta una storia molto diversa. Comportamenti come quello osservato nel documentario rientrano nella normale variabilità individuale presente in tutte le popolazioni animali. I pinguini, in particolare, vivono e si muovono in ambienti vastissimi e visivamente poveri di punti di riferimento: superfici di ghiaccio piatte, orizzonti indistinti, luce uniforme. Orientarsi, in Antartide, è una sfida continua. Per farlo, questi animali hanno sviluppato un sistema di navigazione sofisticato, che combina più indizi: la posizione del Sole, interpretata grazie a un preciso orologio biologico interno capace di funzionare anche durante il giorno polare. È probabile che contribuisca anche il campo magnetico terrestre, anche se questa ipotesi è ancora in fase di studio. Nessuno di questi segnali è infallibile da solo, infatti funzionano bene insieme, ma possono entrare in crisi quando uno o più elementi vengono meno.

Esperimenti di spostamento controllato hanno mostrato chiaramente questo limite. In studi condotti a Cape Crozier , alcuni pinguini di Adelia vennero prelevati dalla colonia e rilasciati in aree lontane, piatte e prive di riferimenti visivi: distese di ghiaccio senza costa visibile, a centinaia di chilometri dal punto di origine. In queste condizioni, gli animali iniziavano comunque a camminare seguendo una direzione coerente e costante, anche quando quella direzione non li riportava verso il mare o il gruppo.

In molti casi, i pinguini mantenevano una traiettoria stabile, orientata grossomodo nella stessa direzione, indipendentemente dalla sua “correttezza”. Questo significa che un individuo può muoversi in modo deciso e perfettamente conforme alle regole del proprio sistema di orientamento, e tuttavia allontanarsi dalla colonia. Non è una scelta irrazionale né un comportamento anomalo: è un errore di navigazione che emerge quando le informazioni disponibili non sono sufficienti.

In ecologia esiste un termine preciso per descrivere questi casi: vagrants , animali vaganti osservati fuori dalle aree in cui normalmente vivono. Errori di orientamento, condizioni ambientali estreme, età, esperienza o stato fisiologico possono portare un singolo individuo a fare qualcosa che la maggioranza non fa. Anche lo stato fisico conta: studi su eventi di mortalità nei pinguini di Adelia mostrano che animali debilitati o stressati possono isolarsi, rallentare e adottare comportamenti meno efficienti, senza che vi sia una causa infettiva evidente.

Cosa ci insegna davvero?

Alla luce di questi dati, non esiste alcuna evidenza che un pinguino che si allontana dalla colonia stia «scegliendo di morire». Tutte le spiegazioni scientifiche disponibili convergono su cause molto più semplici e concrete: disorientamento, stress ambientale, limiti fisiologici.

Il «pinguino nichilista», quindi, non è un ribelle esistenziale. È un animale che vive in uno degli ambienti più difficili del pianeta, dotato di sistemi di orientamento straordinari ma non perfetti. Forse ci affascina proprio perché non è eroico, non è efficiente, non è ottimizzato. Ma mentre cerchiamo significati nascosti nella sua camminata solitaria, la sua vera storia, fatta di adattamento, fragilità e cambiamento climatico, continua a scorrere sotto il ghiaccio, molto meno visibile e molto più urgente.

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