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Dopo 34 anni si riapre il confronto sulle regole dell’attività venatoria

La riforma della legge 157/1992, approvata dal Senato e ora all’esame della Camera, modifica diversi aspetti della disciplina. Enzo Mauri, direttore dell’Oasi Wwf Valpredina, ne analizza contenuti e possibili ricadute

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Una riforma della legge sulla caccia dopo trentaquattro anni. La proposta di legge n. 2984, nata per riscrivere la legge n. 157/1992, ha superato il passaggio in Senato lo scorso 23 giugno. Da allora il testo è all’esame della Commissione Agricoltura della Camera, anche se la maggioranza sembra intenzionata ad accelerare i tempi e portare il provvedimento in Aula già a novembre, senza attenderne la conclusione. Secondo i promotori della proposta, il numero in costante calo di cacciatori (630 mila licenze nel 2025 in Italia, contro l’oltre un milione di licenze ai tempi della 157) giustificherebbe un’azione di parziale deregolamentazione. Anche in provincia di Bergamo l’attività venatoria è appannaggio di pochi: nel 2024 erano circa novemila i cacciatori con licenza (meno dell’1% della popolazione adulta). La proporzione rispecchia i risultati di un recente sondaggio Ipsos Doxa per Fondazione Capellino, secondo il quale tre italiani su quattro chiedono che la caccia venga abolita, progressivamente ridotta fino a scomparire oppure circoscritta a pochi casi di emergenza. Solo il 3% degli intervistati vorrebbe invece che l’attività venatoria fosse incentivata. «Com’è possibile che il 3% abbia un tale peso politico?», si chiede Enzo Mauri, direttore dell’Oasi Wwf di Valpredina a Cenate Sopra. «Chi propone questa legge difende un interesse particolare, quello degli appassionati di caccia, che non dovrebbe essere sullo stesso piano dell’interesse opposto, quello della difesa di un valore costituzionalmente riconosciuto: la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi».

Nella proposta di legge, la figura del cacciatore «concorre alla tutela della biodiversità»: l’attività venatoria è necessaria alla conservazione della natura?

«La caccia non ha mai avuto a che fare con il controllo della fauna, e infatti nella legge 157 attualmente vigente sono considerate due attività distinte: la prima è un’attività ludica, che viene posta entro certe regole; la seconda è un’azione di intervento che presuppone un lavoro di censimento, verifica e prevenzione. Un ulteriore livello di controllo è esercitato dal ruolo vincolante del parere di Ispra nella definizione delle specie cacciabili e dei calendari venatori, che nella nuova proposta di legge viene abolito».

Secondo molti osservatori, la proposta di legge configura la caccia come un settore economico da espandere. In che senso?

«Questo è un punto fondamentale: con la legge 157, le aziende agrituristico-venatorie e agro-venatorie non potevano fare lucro; con la nuova proposta di legge, diventano dei veri e propri business. Possono attirare gente disposta a pagare per sparare ad animali come cinghiali, fagiani e lepri e trarne profitto. Questo complica anche la gestione del territorio. Prima queste aziende dovevano reinvestire i profitti sul territorio; adesso possono fare bilanci in attivo e, letteralmente, vendere la fauna selvatica».

Il Centro italiano studi ornitologici ha criticato l’aumento del numero di uccelli utilizzabili come richiami vivi e la riduzione dei controlli sull’identificazione degli uccelli in cattività. Cosa significa?

«Usare un richiamo vivo catturato equivale a prendere un animale che in natura vola per 15mila chilometri in fase di migrazione e ridurlo in una gabbia grande quanto una scatola di scarpe. Attualmente, i cacciatori possono detenere solo animali allevati, ma noi del Cras, che solo l’anno scorso abbiamo ricevuto un migliaio di richiami vivi sequestrati, abbiamo notato una notevole presenza di contraffazioni: c’è una rete di importazione dall’estero di animali depredati dai nidi a cui viene messo un anello per farli sembrare allevati».

Ha suscitato molto scalpore l’inclusione dei Parchi Nazionali e Regionali nel computo delle aree protette e l’estensione della programmazione venatoria a superfici pubbliche: perché?

«Quella delle aree protette è una delle nostre battaglie sul piano faunistico: le Regioni, in questa nuova proposta di legge, possono ridurle, se pensano che le aree di caccia siano troppo limitate. Mi sembra un controsenso perfino considerando l’attività venatoria stessa, che dovrebbe avere interesse a che la fauna si riproduca e quindi a che le aree protette siano conservate per permetterglielo».

Quale punto della proposta di legge andrebbe completamente ripensato?

«C’è un elemento importantissimo della legge 157 che nella nuova proposta di legge è stato eliminato: il legame cacciatore-territorio. Un cacciatore poteva cacciare in un territorio e solo in quello, per evitare che si spostasse ovunque come un predatore. Il coinvolgimento del singolo era fondamentale per corresponsabilizzare le associazioni venatorie sulla gestione del territorio. Ora potremo avere ambiti di caccia su un’intera provincia».

Quale potrebbe essere un modo per trovare un compromesso migliore su una nuova legge sulla caccia?

«C’è da riconoscere che una riforma della legge 157 poteva avere senso. Le leggi sono modificabili, ma bisogna farlo con responsabilità e negli interessi di tutti. Questa proposta è nata senza un’analisi a monte e quindi ha preso una deriva politica. Questo è inaccettabile anche nei confronti degli interessi dei cacciatori stessi, che non sono tutti uguali. L’augurio è che si abbandoni la tendenza a fare solo del bianco e del nero e che si trattino le questioni complesse come tali, senza usare semplificazioni al ribasso».

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