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Venticinque anni dopo, il ricordo del tornado che devastò Arcore

L’evento estremo ha lasciato un’eredità che ancora oggi si legge nel lavoro dello stabilimento. TenarisDalmine racconta come il 7 luglio 2001 nacque un modello fondato sulla responsabilità e sulla continuità operativa.

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Sabato 7 luglio 2001, 12.30 circa. Un’intensa tromba d’aria, con venti stimati tra i 250 e i 330 chilometri orari, attraversa la Brianza in poco più di trenta minuti. I Comuni più colpiti sono quelli di Arcore, Concorezzo, Agrate Brianza e Usmate Velate: i feriti sono quasi cento, i danni ammontano a circa 400 miliardi di lire. Tra le strutture attraversate dal ciclone c’è anche lo stabilimento di Arcore di TenarisDalmine.

Per un colpo fortunato del destino, non ci furono feriti tra i dipendenti dell’azienda, chiusa nella giornata di sabato. «Il tornado percorse per intero le campate del parco barre e il laminatoio, passando anche per l’officina e superando il centro servizi», raccontano Gianmarco Copellino e Luca Brambilla, che vissero di persona la catastrofe. All’interno dello stabilimento, il tornado si manifestò come un’«eternità di pochi minuti». Un rumore assordante, le lamiere che si sollevano, le strutture che cedono sotto la forza del vento, gli oggetti trascinati e scaraventati a distanza. «Fu un evento del tutto imprevisto: è incredibile pensare che a un paio di chilometri di distanza, sempre ad Arcore, non ci si accorse di nulla. Al massimo qualcuno pensò a un temporale estivo, solo con un po’ più di vento», spiega Copellino. In quelle condizioni estreme, la priorità fu proteggere le persone e mettere in sicurezza gli impianti. Passata l’emergenza, lo scenario che si presentò di fronte ai lavoratori di Arcore fu desolante: «La palazzina degli uffici non aveva più le pareti e tutto quello che si trovava al suo interno era stato accatastato in un angolo o sparso sui prati. Dei capannoni rimase solo lo scheletro. Le pareti furono pericolosamente piegate, i carri ponte spinti dal vento erano a fine corsa e rimasero in bilico nel vuoto», ricorda Copellino.

Il tornado distrusse 26mila metri quadrati di superficie, danneggiando 50mila metri quadrati di pareti laterali. Le coperture da sostituire arrivarono a quota 80mila metri quadrati. «Mi è rimasta impressa una frase di un collega, che aveva visto la scena dal suo appartamento e che chiamandomi al cellulare mi disse: “Luca, non abbiamo più un posto di lavoro”», aggiunge Brambilla. Le cose, fortunatamente, andarono in modo molto diverso. Fin dalle prime ore dopo il disastro, quando le macerie ancora rendevano difficile muoversi nello stabilimento, emerse la volontà di reagire. «Un tornado in Lombardia è un evento assolutamente eccezionale, ma di fronte alla distruzione abbiamo risposto immediatamente e senza esitazioni: occorreva fare tutto il possibile per riprendere al più presto la produzione», dichiarò Paolo Rocca, che all’epoca aveva appena assunto la guida operativa del gruppo Techint, riflettendo sul tornado di 25 anni fa.

Nella zona interessata dal ciclone, i feriti furono quasi cento. i danni furono di circa 400 miliardi di lire

Nel giro di poche ore, i manager si riunirono ad Arcore per definire le priorità: tutela dei lavoratori, messa in sicurezza degli impianti e pianificazione della ripartenza. La loro presenza nello stabilimento distrutto fu un segnale forte per tutte le persone di Tenaris ad Arcore: molte raggiunsero spontaneamente l’azienda per dare una mano. «Abbiamo deciso di iniziare subito i lavori, senza aspettare di sapere quale sarebbe stato il bilancio finale dei danni o l’entità dei risarcimenti», sottolinea Luca Maccarini, oggi direttore dello stabilimento, che ribadisce come nelle prime ore l’approccio di tutti i presenti fosse orientato all’azione e alla responsabilità. Nei giorni successivi, la gestione dell’emergenza divenne più capillare: logistica e ufficio commerciale lavorarono per garantire la continuità ai clienti, mentre le squadre tecniche si concentrarono sul recupero del materiale, sul ripristino degli impianti di servizio e sulla riorganizzazione delle infrastrutture minime necessarie per tornare operativi.

L’intero sistema Tenaris si attivò: il personale fu trasferito temporaneamente in altri siti, le competenze vennero condivise e le attività redistribuite. A poco più di un mese dal disastro, tra fine agosto e inizio settembre, il laminatoio Diescher tornò a produrre: «Abbiamo ripreso a laminare a cielo aperto, con le nuove strutture portanti ma senza le coperture. Si lavorava fino a quando la pioggia non diventava eccessiva. Per chi non ha vissuto quell’evento sulla propria pelle, è difficile da credere», dicono all’unisono i due testimoni. Ci vollero 5 mesi e mezzo per riportare l’intero stabilimento alla piena operatività, con 15 imprese coinvolte nel cantiere di ricostruzione e fino a 200 persone impegnate ogni giorno nei lavori. A 25 anni di distanza, la comunità di Tenaris ricorda ancora la lezione e di come ha saputo reagire all’emergenza senza esitazioni. «Quando parliamo di Arcore 2001, parliamo di qualcosa che è ancora presente nel nostro modo di lavorare», commenta Maccarini. E conclude: «L’orgoglio, la disponibilità e il senso di responsabilità che vediamo ogni giorno nelle nostre persone sono gli stessi che allora hanno permesso di ripartire in condizioni estreme. È questo lo spirito che continua a distinguere Arcore: la capacità di reagire insieme, sempre».

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