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Dall’intelligenza emotiva alla memoria: cosa si può imparare “A scuola di calcio”

Intervista. Lo psicologo Gian Marco Marzocchi ci racconta come e perché giocare a calcio è (o dovrebbe essere) un’esperienza educativa. Argomento cui ha dedicato un libro che si rivolge ai mister, agli insegnanti, ma anche ai genitori

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Inclusivo per vocazione (tutti ci possono giocare!) il calcio aiuta ad apprendere competenze trasversali: l’attenzione, la memoria, la coordinazione, l’intelligenza emotiva, l’autonomia… Gli psicologi Gian Marco Marzocchi e Andrea Fredella da anni studiano come migliorare le competenze neuropsicologiche e le prestazioni calcistiche.

Lo raccontano nel loro libro “A scuola di calcio” (Edizioni Erickson). Ne abbiamo parlato con Gian Marco Marzocchi, professore associato di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione alla Bicocca e psicologo presso il Centro per l’Età Evolutiva di Bergamo.

Gian Marco Marzocchi

MM: Partiamo da un luogo comune. Il calcio è talvolta considerato intrinsecamente “diseducativo”, vuoi perché i calciatori sono visti come modelli superficiali di successo, vuoi perché sono altri gli sport (il basket, il rugby...) considerati esempio di fair play e correttezza. Cosa possiamo dire a sua difesa?

GMM: Il calcio è lo sport più popolare, e quindi il più chiacchierato. È vero che crea un sistema molto competitivo, che rischia di innescare schemi poco educativi. La chiave di volta sono le persone: gli allenatori di bambini e ragazzi che lo agiscono come strumento di crescita educativo. Sono circa un milione i ragazzi dai 6 ai 18 che giocano a calcio da tesserati, dedicando a questo sport almeno 5 o 6 ore la settimana. Ci sono tante occasioni per passare messaggi educativi tramite la pratica sportiva. Dobbiamo focalizzarci sul calcio come uno strumento bello e motivante che “carica” e favorisce una crescita sana.

MM: Quali sono le competenze che allena il calcio nei bambini?

GMM: Andrea Fradella, che oltre a essere psicologo sportivo è anche allenatore, ha curato nel dettaglio questi aspetti nel libro. In sintesi: è sempre più importante il link fra sviluppo cognitivo e sviluppo motorio. Gli sport di squadra aiutano la socializzazione e il team working, fondamentale non solo in ambito sportivo ma scolastico e lavorativo. A vincere come gruppo e non solo come individuo, a scapito di altri. Poi aiuta la comunicazione: gli allenatori parlano sia al bambino deluso così come a quello esaltato, aiutandolo a gestire le emozioni.

MM: Lei sostiene che l’allenatore di una squadra giovanile deve essere, prima di tutto, un educatore. Come i genitori possono assicurarsi che lo sia?

GMM: Così come stiamo attenti alle scuole dove iscrivere i figli, possiamo fare lo stesso anche con il calcio, richiedendo un colloquio con i dirigenti della società sportiva. Io stesso, da padre, ho incontrato allenatori con una spinta e uno spirito educativo, e altri meno. L’allenatore fa da modello, è lui il leader: se ha un’impostazione aggressiva questo si riflette sia nei bambini sia nell’atteggiamento dei genitori. Le mamme e i papà devono chiedersi sinceramente quale sia il loro obiettivo: vogliamo fare di nostro figlio una stella o usare il calcio per una socializzazione sana e una crescita educativa?

MM: Si dice che il sogno di ogni allenatore sia allenare una squadra di orfani. Come dovrebbe comportarsi un genitore per sfatare questa massima?

GMM: Deve vivere il calcio come un’agenzia educativa per la crescita del figlio, investendo nella scelta di una squadra adeguata. Incitare i giocatori a darci dentro fino alla fine, anche quando anche quando la squadra sta perdendo. Si molla solo quando l’arbitro fischia.

MM: Lo scopo di un mister, generalmente, è vincere la partita, la coppa, il campionato. Per un allenatore delle giovanili è lo stesso?

GMM: Se ha solo lo scopo di vincere vuol dire che non ha lavorato su tutte le altre competenze. L’obiettivo primario è fare squadra, e di conseguenza è molto più facile vincere il torneo. Invertendo i fattori si crea solo competizione e stress, e non si approda a nulla. Il primo dovere è educare, anche al calcio. È legittimo chiedere di dare il massimo, volere fare bella figura: nessuno va in campo per farsi battere. Il coach è chi sa tirare fuori il meglio da ognuno.

MM: C’è il rischio che bambini meno dotati per lo sport finiscano per essere emarginati?

GMM: Eccome se c’è questo rischio, ma anche lì dobbiamo essere consapevoli. Dipende dall’allenatore, ogni giocatore deve dare il massimo e bisogna sapere valorizzare i miglioramenti di ognuno. Tutti devono avere un ruolo: l’obiettivo del mister deve essere fare squadra non vincere il torneo.

MM: Lei scrive che il calcio promuove l’inclusione, in che modo?

GMM: A molti livelli, perché è un gioco accessibile a tutti. Un classico sono i bambini che hanno disturbi di apprendimento e magari sono più competenti sulla dimensione motoria o visivo-spaziale, quindi il calcio può aiutarli a compensare e ad avere una immagine di sé più positiva. Ci può essere anche chi ha problemi comportamentali o di attenzione ed è motivato a migliorare, impegnandosi per raggiungere i risultati. Ci sono poi calciatori con vere e proprie disabilità, che traggono beneficio dalla pratica sportiva. Mi viene in mente il documentario “Crazy for football”, che racconta la storia di un gruppo di pazienti psichiatrici provenienti da diversi dipartimenti di salute mentale di tutta Italia, uniti dal sogno di partecipare ai mondiali per pazienti psichiatrici a Osaka, in Giappone.

MM: A che età cominciare a fare calcio?

GMM: Tutte le società lo propongono già a 5 anni. Non è troppo presto, se si imposta come un’attività di gioco in cui c’è la palla e ci si tocca, si fa un cerchio, ci si diverte, si socializza. Se poi c’è la gioia per la palla che entra in porta bene, così come la delusione per avere subito un gol. Se il calcio prende un taglio educativo ha un potere enorme.

MM: Negli ultimi anni c’è stato un avvicinamento anche delle bambine al calcio. Crede che le squadre miste siano un vantaggio o no?

GMM: Fino agli esordienti le squadre possono essere miste, dai 12 anni in su bisogna separarsi e spesso non è semplice creare una squadra femminile perché mancano i numeri. Entro una certa età è positivo giocare insieme, anche mio figlio aveva bambine in squadra ed è un valore aggiunto. Successivamente è meglio riconoscere specificità e differenze. L’allenatrice Milena Bertolini sostiene sia giusto valorizzare le differenze, anche di gioco. Quindi è corretto che ci siano campionati distinti.

MM: La scuola ostacola la pratica sportiva?

GMM:Il problema è che i bambini stanno quasi tutto il girono a scuola, dovremmo bilanciare meglio il tempo in cui stanno seduti sui banchi e quello in cui stanno in palestra o nei campi da gioco. Mediamente i ragazzini fanno due allenamenti a settimana, ma se anche ne facessero tre e un pomeriggio in meno a scuola non sarebbe male. Molti studi dimostrano che le migliorano le prestazioni cognitive, oltre che la salute, migliora con lo sport.

MM: Il Covid non ha aiutato in questo senso…

GMM: È stato parecchio difficile. Sono aumentati i bambini con problemi di gestione della rabbia e delle emozioni. La pratica sportiva non è un semplice “sfogo”, ma aiuta a imparare a regolare e modulare le emozioni. Senza questo spazio faticano a gestirle.

Sito Edizioni Erickson

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