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Francesca Lollobrigida ci ricorda che non capiamo niente di sport, di bambini e di madri

Articolo. L’elogio retorico della «super mamma» campionessa risulta indigesto a molte, ma è frutto di un equivoco di fondo: gli ori di Lollobrigida non sono una metafora della forza delle donne, ma una bellissima storia di sport

Lettura 4 min.
La campionessa olimpica Francesca Lollobrigida (Foto EPA - TERESA SUAREZ)

Nella sua bio su Instagram la campionessa olimpica Francesca Lollobrigida si definisce «mamma atleta». Subito dopo aver vinto l’oro olimpico nei 3.000 metri di pattinaggio di velocità è corsa ad abbracciare suo figlio e ha scelto di fare le interviste con lui. Possiamo supporre, quindi, che non le sia dispiaciuto essere definita «super mamma» nei titoli dei giornali del giorno dopo, cosa che invece non è andata giù a molte femministe («Perché parlare della sua maternità quando ha appena vinto le Olimpiadi?», «Quando un atleta maschio viene definito “papà”? Mai»). Ad amareggiare Francesca Lollobrigida, invece, come ammesso da lei stessa, è il fatto che in molti abbiano bollato come «maleducato» suo figlio Tommaso di due anni e mezzo, reo di non stare abbastanza composto mentre la mamma si prendeva il suo momento di gloria.

Dei bambini non capiamo niente

Basterebbero conoscenze elementari non dico di pedagogia, ma di semplice biologia, per sapere che un bambino di due anni e mezzo – anche il più educato al mondo - non comprende i concetti di «telecamera», «intervista», «oro olimpico», «momento opportuno». Un bambino di due anni e mezzo che non vede sua madre da una settimana le salta in braccio e la vuole tutta per sé. È già tanto che non si metta a piangere e urlare se qualcuno pretende di competere con lui per le attenzioni di sua madre.

È stressante? Moltissimo. È «anormale»? No. Credo che molti genitori vedendo l’intervista a Lollobrigida con il figlio in braccio abbiano avuto dei flash di loro conversazioni delicatissime disturbate da duenni scatenati, telefonate di lavoro arrangiate in equilibrio precarissimo, momenti di smart working nel caos più totale. Poi passa. Arriva un’età in cui si può lavorare o rilasciare interviste a Rai Sport mentre i figli si intrattengono per conto loro. Non si tratta nemmeno di educazione, ma di dare ai bambini il tempo di maturare.

Viviamo in un mondo schizofrenico, che pretende che i bambini di due anni siano composti e poco «mammoni» e che, allo stesso tempo, infantilizza i bambini più grandi, cui viene concesso un decimo dell’autonomia che avevano le precedenti generazioni, come dimostra il fatto che abbiamo fatto un caso nazionale di un undicenne tornato a casa a piedi da solo. Viviamo in un mondo che non riconosce la fatica delle madri e dei padri nemmeno quando ce l’ha davanti, ed è pronta a bollare come «maleducato» un bambino che fa il bambino.

Delle madri non capiamo niente

Scrivo «madri e padri» perché sono convintissima che crescere un figlio sia un compito comune. La mia generazione ha rivendicato un ruolo diverso per i padri e sono sempre di più anche gli atleti maschi a raccontarsi nelle vesti di papà. Penso a Gianmarco Tamberi, che spesso ha condiviso la sua vita privata di marito e padre, con numerosi post con la figlia Camilla, che non lo fa dormire o che lo accompagna sul campo d’allenamento.

C’è, tuttavia, una differenza abissale fra un Tamberi e una Lollobrigida, e non mi riferisco agli stereotipi di genere che vogliono la maternità più «importante» della paternità. È una differenza assai più elementare, e il fatto di doverla esplicitare mi fa dubitare della sanità mentale di chi pensa che la parità si ottenga inseguendo un’uguaglianza che non esiste. Tamberi, come qualunque altro uomo, anche il più eccelso dei padri, non affronterà mai nove mesi di gravidanza, parto, puerperio, allattamento. Dettagli che hanno un impatto radicale sulla vita di una donna, e ancora di più se questa donna è un’atleta olimpica, il cui corpo deve garantire performance impensabili per noi comune mortali. Possiamo dire con serenità, e senza essere minimamente sessisti, che per un’atleta donna tornare ai massimi livelli mondiali a 35 anni, dopo avere avuto un figlio, è un’impresa più ardua che per un uomo. Un atleta maschio può diventare padre senza dover saltare un allenamento, senza prendersi nessuna pausa dalle gare, senza modificare dieta né abitudini, senza partorire, senza allattare (Lollobrigida ha affermato di avere allattato al seno 18 mesi, avete una vaga idea di cosa voglia dire?). L’oro di Lollobrigida è straordinario e sì, il fatto che lei sia madre lo rende ancora più straordinario.

Sarebbe anche ora che noi donne con l’ambizione di combinare qualcosa nel mondo (fosse anche solo tenerci il nostro lavoro) smettessimo di considerare la maternità una parentesi o peggio ancora un inciampo nel nostro percorso e rivendicassimo i meriti che abbiamo, senza paura per questo di venire additate dai misogini (maschi e femmine) come «mammine pancine». Così come è arrivato il momento di considerare scontato che i padri dei nostri figli – esattamente come nel caso di Lollobrigida – supportino le nostre ambizioni, senza pensare che ci stiano facendo un eccezionale favore.

Di sport non capiamo niente

Un uomo di sport che ammiro enormemente, Julio Velasco, ha detto, tanto per cambiare, una cosa giustissima: lo sport non è una metafora della vita. La vita non è una rincorsa a vedere chi è il migliore. Non ci sono vincitori e vinti.

Il fatto che Lollobrigida abbia vinto un oro olimpico con un figlio di due anni non è una metafora della forza delle donne. Non significa che, se lei ce l’ha fatta, qualsiasi donna in gamba ce la può fare, che arrivare ai vertici “nonostante” la maternità sia la regola. Il gender gap esiste, le madri sono discriminate (lo raccontano i dati) e ci sono ingiustizie che non si cancellano nemmeno con cento vittorie olimpiche, per quanto esaltanti.

Potremmo cominciare a guardare alle imprese sportive come imprese sportive, e ad ammirarle in quanto tali, senza per forza trovarci un significato superiore. Una tentazione tanto più forte quando seguiamo sport di cui non siamo appassionati, e che vediamo giusto una volta ogni quattro anni in occasione delle Olimpiadi (non è reato non seguire il curling, ma tifare comunque la squadra azzurra, o guardare lo snowboard perché è spettacolare, anche se nulla capiamo della gara). Ma dietro a una perfomance sportiva che noi guardiamo con superficialità e svogliatezza, magari commentando l’avvenenza di atleti e atlete o seguendo il gossip delle loro vite private (nemmeno questo è reato), c’è una vita di dedizione assoluta, ci sono destini che si consumano in una manciata di centesimi di secondo, anni di lavoro esaltati o vanificati in un istante. Praticare o avere praticato un qualunque tipo di sport a qualsiasi livello aiuta a comprenderlo. Così come aiuta avere giornalisti sportivi competenti ed entusiasti, che sappiano spiegare gli aspetti tecnici, ma anche comunicare la bellezza di alcune imprese. Aiuta essere curiosi, esteti, appassionati.

Nel frattempo, Lollobrigida ha vinto anche i 5.000 metri, e ha altre due gare in programma (1.500 e Mass Start, una competizione spettacolare che consiglio di non perdersi), forse ci scappa un’altra medaglia. Gli ori italiani di Milano-Cortina sono quasi tutti di atlete donne. Qui la tentazione di leggervi una metafora è fortissima, ma resisterò.

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