Ci hanno insegnato che il segreto è stare bene con noi stessi, e che le relazioni – amorose, amicali, ma ultimamente anche familiari – sono «ciliegine sulla torta» da aggiungere a una vita già piena, soddisfacente, risolta. Se gli altri non ci fanno stare bene, è più salutare farne a meno. Noi millennials abbiamo interiorizzato questo principio, salvo poi accorgerci che tanto bene non stiamo lo stesso.
Il governo spagnolo se ne è accorto e ha approvato una Strategia Nazionale per combattere la solitudine non desiderata: l’obiettivo è creare una rete di supporto sociale a livello nazionale per garantire che ogni cittadino possa trovare il supporto di cui ha bisogno. Un po’ a sorpresa, soffrono di solitudine più i giovani degli ultrasettantenni. Non ho trovato dati sulle neo madri, ma ho come il sospetto che, se conteggiate, batterebbero ogni fascia statistica. «Manca il villaggio», è la considerazione che ci si ripete in questi casi: non c’è rete sociale, mancano legami solidali, le madri sono sole. Ed è tutto vero, ma la domanda è: come possiamo ricreare questo villaggio? E siamo sicuri di volerlo davvero?
Valorizzare le relazioni di prossimità
I nonni amatissimi che vivono a mille chilometri di distanza restano amatissimi, ma dobbiamo accettare che non fanno parte della nostra quotidianità. Le amiche speciali con cui abbiamo condiviso una vita intera, ma che adesso riusciamo a vedere due volte l’anno restano nostre amiche, sono importantissime, ma non possono più essere il perno della nostra vita sociale.
È deprimente? Un po’ sì. Abbiamo imparato – essenzialmente dalle serie tv, dove le “vere” amiche si conoscono da almeno vent’anni e si aggiornano sulle loro brillanti vite al qualche tavolo di un locale – che i legami importanti sono quelli che si formano quando siamo giovani e liberi. Le conoscenze che si fanno in età adulta questo sono: conoscenze, rapporti di reciproca utilità, niente di importante. Eppure, perché dovrebbe essere così? La nostra migliore amica l’abbiamo conosciuta per affinità, ma anche perché eravamo in classe insieme e ci scambiavamo gli appunti per non dire i compiti. Non era utilitarismo anche quello? Non sta scritto da nessuna parte che la vicina di casa gentile non possa diventare una persona cara, che le mamme dei compagni di scuola siano tutte infrequentabili o che i colleghi debbano per forza rimanere solo colleghi. Se lo scopo è ricreare un villaggio bisognerà pure partire dai suoi abitanti.
Chiedere favori
Chiedere un favore può essere più gentile che offrirsi di farne, così come domandare un consiglio ci rende più graditi che darlo. Regalare giochi o vestitini da neonato può risultare essere invadente, così come fornire consigli non richiesti; al contrario, chiedere a una persona di prestarci qualcosa che a lei non serve più le farà quasi sicuramente piacere, perché è gratificante dare una mano agli altri e condividere le nostre esperienze. Il luogo comune vuole che poi la gente «se ne approfitti», ma nella vita reale a me non è mai successo. Mi sembra molto più diffuso il problema opposto: un’estrema difficoltà nel chiedere aiuto, la paura di esporsi, aprirsi, fare “brutta figura”, essere fuori luogo.
Se io chiedo: «Puoi prendere tu mia figlia a scuola e farla giocare con la tua finché non rientro dal lavoro?» ti sto dicendo: «Mi fido di te» e sto ammettendo: «Sono in difficoltà», ma implicitamente ti comunico anche: «Se dovesse servirti, la prossima volta ci penso io». Scambiarsi semplici favori – un passaggio in auto, un’ora di babysitting, una merenda, un invito a cena – crea legami e aiuta ad arrivare a fine giornata meno stremate: quanto sarebbe più semplice sentirsi liberi di chiedere?
Praticare la tolleranza
Se si chiede, si accetta ciò che l’altro può dare. Noi genitori millennials riponiamo grande fiducia nelle regole della pedagogia: educazione alimentare, una corretta routine del sonno, niente schermi (magari!), niente pedagogia nera, educazione gentile. Tutto «giusto», a patto di essere un pochino elastici.
Se affido mia figlia a qualcuno – specialmente qualcuno che non pago, e che non fa parte della famiglia – accetto che, nei limiti di sicurezza, buonsenso e legalità, possa fare cose che io non farei. Accetto che possa proporre un brutto cartone alla tv o perfino un orrido influencer da uno smartphone, che a merenda dia patatine e tè freddo (Con lo zucchero! Con il sale! Con la teina!), oppure che sgridi mia figlia o che la porti al parco anche se ha piovuto. Dobbiamo accettare che non tutti hanno il nostro stesso stile educativo, e che questo non fa di loro persone orribili né crea danni irreparabili ai nostri figli.
Il «villaggio» non è solo mutuo soccorso, teglie di lasagne offerte e babysitter gratis. Il villaggio è anche gente che conosce i fatti nostri, prossimità con persone che non sempre la pensano come noi, necessità di ricambiare favori anche quando non se ne ha voglia, caramelle ai bambini prima di cena. Siamo disposti ad accettarlo o preferiamo pagare una tata?
Distinguere fra relazioni tossiche e relazioni imperfette
Ci avete fatto caso che l’aggettivo “tossico” è diventato quello più usato per descrivere una relazione di qualsiasi genere? La prima a parlare di «Toxic People» fu la psicologa americana Lillian Glass nel suo omonimo libro del 1995. Le intenzioni erano meritorie: imparare a liberarsi delle persone che ci trattano sistematicamente male, anche se ci creano dipendenza.
Tutto giusto. Il problema è che il concetto si è allargato non poco, finendo per comprendere qualsiasi relazione imperfetta (lo sono tutte). La zia che al pranzo di Natale ci chiede se siamo ingrassate o dimagrite non è per forza “tossica”, ha solo fatto una domanda maleducata. L’amica che non risponde ai messaggi quasi sicuramente non è “tossica”, sta solo passando un momento faticoso. Il bambino che ha preso in giro nostro figlio al parchetto non è “tossico”, è un bambino che deve imparare a relazionarsi col prossimo. Un fratello con cui abbiamo litigato non è per forza “tossico”, ma una persona cara con cui ci siamo arrabbiati. Siamo stati tutti «Toxic People» di qualcun altro, anche di persone cui vogliamo bene. Le relazioni sono importanti, bisogna accettare di fare fatica per farle funzionare.
I bambini non sono il centro dell’universo
Che persone con figli della stessa età si frequentino è abbastanza scontato, perché tutti i genitori ambiscono a riprodurre il meraviglioso fenomeno di due o più bambini che iniziano a giocare insieme senza più richiedere la presenza degli adulti. Tuttavia, un grande equivoco è pensare che chi ha figli vorrebbe che tutti ne avessero, specialmente gli amici più cari. Non è così. Niente è più riposante per un genitore che potere frequentare persone che non hanno figli: se amano i bambini sono “zii” eccezionali e non affaticati dalla loro stessa prole, se non li amano sono persone con cui potere parlare di qualsiasi altra cosa. Spesso sono un mix delle due cose.
I bambini, specie molto piccoli, possono essere totalizzanti, ma i loro bisogni non vengono sempre prima di quelli degli adulti. Ci hanno detto il contrario: che per essere buoni genitori siamo sempre noi a doverci adattare a loro, e mai loro a noi. Ma non è così, non è sempre così. Per ogni serata cui costringiamo i nostri amici childfree a cenare alle 19 in un orrido ristorante per famiglie se ne meritano (e ce ne meritiamo noi) altrettante in cui lasciamo i figli a casa e parliamo fra adulti. Possiamo partecipare al pranzo delle nozze d’argento dei nostri prozii, anche se questo fa saltare il pisolino al bambino; aiutare la vicina di casa gentile a fare lo Spid, anche se saltiamo il ripasso delle tabelline; insegnare ai nostri figli a comportarsi bene a casa della nonna, anche se è noioso e non c’è niente di divertente da fare. Capire di non essere il centro dell’universo fa benissimo anche a loro. È un villaggio, non un kindergarten.
