Fino al prossimo 6 settembre lo Spazio Zero della GAMeC accoglie «Eau», la prima mostra personale in un’istituzione italiana dell’artista angolana-portoghese Ana Silva (Calulo, 1979). Un debutto atteso, che non è soltanto un traguardo biografico ma un passaggio culturale importante: l’ingresso nel panorama museale italiano di una ricerca che unisce temi quali l’ecologia, la memoria e la giustizia sociale, mettendo al centro una delle questioni più urgenti del nostro tempo, l’accesso all’acqua. In un’epoca segnata da crisi climatiche e disuguaglianze crescenti, la scelta di dedicare un progetto monografico a questa artista assume il valore di una presa di posizione chiara e necessaria.
Il titolo è essenziale, quasi primordiale. «Eau» richiama un bene vitale che, in molte aree del pianeta, resta tutt’altro che garantito. Nelle opere tessili presentate a Bergamo, l’acqua non è rappresentata in modo didascalico: è evocata come assenza, come frattura, come privilegio negato. È suggerita attraverso vuoti, interruzioni, superfici che sembrano trattenere un flusso mancato. Attraverso il ricamo, linguaggio storicamente associato alla sfera domestica e alla trasmissione femminile dei saperi, Silva costruisce una riflessione che supera la dimensione ambientale per farsi portavoce di una presa di posizione politica e culturale. L’atto del cucire diventa una forma di scrittura alternativa, capace di incidere sulla materia e sul pensiero. La sua pratica si fonda su un processo a più mani e a più geografie. I disegni ideati dall’artista vengono inizialmente affidati a ricamatori in Angola; un dato che rivela un cortocircuito culturale, poiché nel Paese africano l’uso della macchina da cucire è tradizionalmente prerogativa maschile. Silva interviene poi personalmente, aggiungendo cuciture manuali, dettagli luminosi, inserti che spezzano la serialità del fondo. Questo passaggio finale restituisce centralità al corpo e al tempo dell’artista.
Il risultato è un dialogo tra produzione industriale e gesto artigianale, tra economia globale e cura individuale: una tensione che si percepisce fisicamente nelle superfici stratificate delle opere. Il cuore green della mostra non si limita ai contenuti, ma attraversa i materiali. I tessuti scelti sono infatti spesso stoffe industriali prodotte in massa per i mercati africani: pattern geometrici, colori accesi, superfici pensate per una circolazione rapida e un consumo altrettanto rapido. Una volta superati dal mercato, questi tessuti diventano eccedenza, scarto nelle case e nei magazzini. L’artista si inserisce in questa traiettoria e la devia: recupera, riutilizza, ricuce, trasformando il rifiuto in risorsa. Sostenibilità, qui, è un modo prolungare la vita degli oggetti e rimettere in circolo storie sommerse, saperi marginalizzati, economie invisibili. Le figure femminili che abitano le opere appaiono talvolta incomplete, attraversate da fili lasciati a vista, immerse in trame che richiamano la ripetizione industriale. Sono corpi in divenire, vulnerabili e insieme resistenti, che sfuggono a un’identità univoca. Intervenendo sui pattern seriali, Silva introduce una pausa, un’interruzione critica: è lo spazio in cui la mano riafferma la propria presenza contro l’anonimato della produzione di massa e contro l’idea che tutto debba essere perfettamente rifinito, chiuso, consumabile.
Accanto ai lavori più recenti, la mostra ripercorre alcuni capitoli fondamentali della ricerca dell’artista, come la serie «O Fardo / Vestir Memórias». Qui il supporto è costituito dai grandi sacchi in plastica e rafia utilizzati per trasportare abiti usati dall’Europa ai mercati africani. Contenitori di vestiti e insieme di storie invisibili, questi sacchi raccontano gli squilibri di un sistema economico che riversa nel Sud globale le eccedenze del Nord, generando dipendenze e nuove forme di sfruttamento ambientale. Trasformandoli in superfici narrative attraverso cuciture e inserti figurativi, l’artista compie un gesto di riappropriazione poetica e politica: ciò che era destinato allo scarto diventa archivio di memoria e strumento di consapevolezza critica. L’ecologia proposta da Silva è relazionale e sistemica. Non riguarda solo l’ambiente naturale, ma le connessioni tra corpi, merci, territori, eredità coloniali ancora operative e flussi transcontinentali. Vivendo tra Angola, Portogallo e Brasile, l’artista incarna una condizione mobile che si riflette nelle sue opere: migrazioni, attraversamenti, stratificazioni culturali. In questo senso «Eau» dialoga con le sfide poste dalla globalizzazione e dal consumo accelerato, invitando a ripensare il concetto stesso di progresso alla luce della responsabilità collettiva.
La mostra si inserisce nel più ampio programma «Pedagogia della Speranza», avviato dalla GAMeC il 24 febbraio e ispirato al pensiero del pedagogista brasiliano Paulo Freire. L’educazione, secondo Freire, non è mai neutrale: può riprodurre disuguaglianze oppure diventare pratica di emancipazione. È in questa seconda direzione che si muove il palinsesto del museo, trasformando lo spazio espositivo in un laboratorio di cittadinanza attiva e confronto interdisciplinare. Domenica 1 marzo il public program propone un doppio appuntamento. Alle 10, negli spazi della GAMeC, il workshop «EmpowerED. Esercizi di disapprendimento decoloniale», guidato da Marie Moïse, affronterà il tema delle discriminazioni sistemiche nei contesti educativi, fornendo strumenti critici per riconoscere e contrastare razzismo e disuguaglianze di genere attraverso un lavoro partecipato. Alle 18, all’Auditorium di Piazza Libertà, il filosofo della scienza Telmo Pievani e l’ingegnere Juan Carlos De Martin dialogheranno nel talk «Chi educa chi nell’era dell’AI?», interrogandosi sul rapporto tra intelligenza artificiale, potere e accesso alla conoscenza in un mondo sempre più governato dagli algoritmi.
Nei mesi successivi il calendario proseguirà con incontri e laboratori dedicati al pensiero femminista di bell hooks, pseudonimo della scrittrice e attivista Gloria Jean Watkins, alla riflessione sulle tecnologie digitali e a pratiche pedagogiche alternative capaci di intrecciare arte e trasformazione sociale. Un percorso che rafforzerà l’idea del museo come ecosistema culturale, radicato nel territorio ma aperto a questioni globali, in cui la sostenibilità è intesa come responsabilità condivisa.
