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Il mondo in un mazzo di tarocchi

Articolo. All’Accademia Carrara è possibile ammirare un viaggio lungo sette secoli, dal Quattrocento ad oggi, nella storia dei tarocchi

Lettura 4 min.
La mostra (Foto Antonio Cadei per Accademia Carrara)

La mostra curata da Paolo Plebani che ha aperto i battenti in Accademia Carrara, dal titolo «Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna», centra diversi obiettivi. È l’occasione eccezionale di vedere riunite, dopo oltre un secolo dalla sua dispersione, tutte e 74 le carte del “nostro” quattrocentesco «mazzo Colleoni» – il più completo al mondo tra i mazzi antichi e quello che ispirò a Italo Calvino il suo «Il castello dei destini incrociati» – diviso tra Accademia Carrara, The Morgan Library & Museum di New York e la raccolta privata della famiglia Colleoni. La mostra propone poi una selezione impeccabile di opere, carte ma anche codici miniati, dipinti, arazzi, incisioni, medaglie, deschi da parto, cassoni nuziali, ciascuna meravigliosamente capace di raccontare l’ecosistema simbolico condiviso da cui nascono i tarocchi che, lungi dall’essere manufatti preziosi ma isolati, si intrecciano con pittura, miniatura, letteratura, musica, danza e costume sociale.

Traghettato dalla vitalità dei tarocchi che continua nel presente, il percorso arriva all’arte contemporanea e apre a quell’immaginario popolare che dei tarocchi si è pienamente appropriato, attraverso l’installazione al Palazzo della Ragione de «I Tarocchi di De Andrè» realizzata da Studio Azzurro. Ad ogni passo dell’itinerario espositivo, le carte si fanno specchio del mondo che, di volta in volta, li produce e li squaderna. Vi proponiamo tre mondi che rivivono in tre mazzi carte esposti in mostra.

Vita di corte

Dentro il palazzo, la corte non dorme ancora. Le pareti affrescate, le pesanti vesti di broccato, la luce tremula delle candele. Sul tavolo intarsiato brillano le carte, dipinte a mano, profuse d’oro: inizia il «gioco dei Trionfi». Le figure scorrono sotto le dita: l’Imperatore, la Papessa, la Temperanza. Ogni immagine è familiare, come un volto noto a corte. Il gioco comincia, ma non è solo un passatempo. La Ruota della Fortuna calata dalla duchessa strappa sorrisi ironici; un applauso al duca che risponde con l’Imperatore; il cavaliere esita, ma poi svela la carta della Morte, suscitando un brivido. Tra una mano e l’altra si parla di alleanze, di future nozze, di città da governare. Si gioca, ma si recita il mondo che su quel tavolo viene ordinato, rovesciato, messo alla prova, e alla fine rimesso al suo posto. Nelle carte un teatro in miniatura, dove la corte poteva contemplare, giocando, l’immagine ideale di se stessa e dove ogni partita era una piccola lezione: la Fortuna gira, il potere è fragile, la virtù sostiene l’ordine.

I mazzi più antichi, dipinti e miniati, ci accompagnano dentro le corti dell’Italia settentrionale alla metà del Quattrocento, dove i «trionfi» (come le carte si chiamavano in origine verosimilmente in relazione anche con la straordinaria fortuna dei «Trionfi di Petrarca») sono svago aristocratico ma anche preziosissime opere d’arte da esibire come segno di prestigio o da offrire in dono ai diplomatici. Ed eccoli, gli esemplari più raffinati tra quelli sopravvissuti, tutti provenienti da Milano e tutti usciti dalla bottega cremonese dei Bembo: il «mazzo Visconti» di Modrone, il «mazzo Brambilla» e il più famoso, il «mazzo Colleoni», commissionato da Francesco Sforza, duca di Milano dal 1450 al 1466. All’inizio del Cinquecento, però, le carte cambiano nome da trionfi a tarocchi, l’invenzione della stampa li traghetta dalla corte alla piazza, mentre le armate straniere che percorrono la penisola portano questa invenzione tutta italiana alla conquista dell’Europa. Tra Sette e Ottocento, una nuova svolta: i tarocchi da semplice gioco vengono assorbiti dalla dimensione dell’esoterico e dell’occulto, diventando strumenti per divinare il futuro.

Abitare i tarocchi

Il sentiero sale tra gli ulivi di Capalbio, sotto il sole della Maremma. All’improvviso, qualcosa luccica tra le foglie. È una creatura gigantesca, rivestita di specchi e ceramiche colorate. È l’Imperatrice del «Giardino dei Tarocchi», il grande parco visionario creato dall’artista Niki de Saint Phalle. Una porta si apre nel ventre dell’Imperatrice: non è una scultura da guardare, ma da abitare. Fuori, il Mago inclina la testa azzurra verso il cielo, la Temperanza tende braccia smisurate, la Papessa ci invita a scalarla fino al cielo, un’esplosione di rossi, blu, gialli incandescenti si mescola al suono del vento e delle cicale. Qui il tarocco non si posa su un tavolo ma è il paesaggio, e il visitatore diventa carta, figura tra le figure.

Sono gli artisti del Novecento a riguardare i tarocchi con occhi nuovi e a reinterpretarli come repertorio di archetipi e immagini dell’inconscio, dal mazzo di Leonora Carrington agli «Arcani dipinti» da Francesco Clemente. Ma è con Niki de Saint Phalle che i tarocchi escono dal mazzo e diventano architettura abitabile. L’artista concepì il «Giardino dei Tarocchi» nella seconda metà degli anni Settanta come il sogno artistico e spirituale della sua vita: un luogo in cui la simbologia dei tarocchi si manifesta non solo visivamente, ma come paesaggio, architettura e immaginario da attraversare. Per quasi vent’anni si dedicò anima e corpo alla costruzione del giardino, popolato da 22 sculture monumentali, alte fino a 15 metri e ispirate agli Arcani Maggiori dei tarocchi.

Il potere agli ultimi

La stanza è piccola, il soffitto basso, il fumo sospeso come un velo. Fuori, il porto respira nel buio. Dentro, un tavolo di legno tormentato da graffi e bicchieri. Le carte non brillano d’oro e di miniature ma sono sparse, vive, consumate. Qui non si gioca con L’Imperatore, la Papessa, la Giustizia, ma con Piero, Geordie, Andrea, Marinella, Bocca di Rosa. Le figure non sono allegorie ma ladri gentili, fiere prostitute, soldati smarriti, e il mondo non è un cosmo ordinato ma tormentato, ferito, innamorato. Nell’installazione video «I Tarocchi di De André», eccezionalmente allestita negli spazi del Palazzo della Ragione in Città Alta, ogni carta racconta una storia, e ogni storia è dalla parte di chi perde.

Fabrizio De André è tra gli intellettuali che hanno mostrato un interesse profondo per i tarocchi, ne ha studiato la tradizione simbolica e ne ha tratto spunti e riferimenti che attraversano la sua opera, fino a trovare espressione nelle scenografie dei suoi concerti, come il suo ultimo tour «Mi innamoravo di tutto» del 1997-98. Così, se in Accademia Carrara gli antichi e raffinatissimi tarocchi quattrocenteschi restituiscono un affascinante affresco della vita di corte, delle ricche dimore, dell’otium dei signori, della moda e del modello cortese, invece al Palazzo della Ragione risuonano 31 brani musicali, presentati sotto forma di tarocchi, dove i personaggi più conosciuti delle storie narrate in musica da De André diventano i nuovi Arcani. La struttura simbolica dei tarocchi tradizionali viene riabitata da figure di un’umanità fragile e radicale, quelle a cui De André ha restituito dignità e voce. L’universo degli “ultimi” diventa un nuovo pantheon simbolico, dove la santità non è nei potenti ma in chi vive ai margini e il sacro non è nell’istituzione ma nella fragilità.

Info

«Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna» sarà visitabile in Accademia Carrara fino al 2 giugno. Informazioni sui biglietti, sulle prenotazioni e sulle visite guidate sono disponibili sul sito ufficiale del museo. «I Tarocchi di De André» sono visitabili gratuitamente fino al 3 maggio al Palazzo della Ragione.

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