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I primi film dell’anno da non perdere

Articolo. Da Park Chan-wook a Demoustier, fino a Laxe e Sorrentino, le pellicole raccontano il nostro presente e orientano i nostri sguardi sul mondo

Lettura 7 min.
La grazia di Sorrentino

Il nuovo anno si apre all’insegna del cinema d’autore: visioni diversissime – dall’apprezzatissimo «No Other Choice» di Park Chan-wook al sorprendente «Lo sconosciuto del grande arco» di Stéphane Demoustier, fino allo straordinario «Sirât» di Óliver Laxe e all’atteso «La grazia» di Paolo Sorrentino – che diventano una bussola per leggere il presente tra lavoro, memoria, corpo e potere.

« No Other Choice - Non c’è altra scelta» di Park Chan-wook

Quello di Park Chan-wook è da sempre un cinema di perfezione stilistica: meccanico, suggestivo, ricchissimo di dettagli visivi e narrativi. Un cinema capace di stare addosso ai personaggi, di seguirli da vicino, e insieme di metterli dentro situazioni più grandi di loro, che li schiacciano e li rivelano. «No Other Choice», ultimo film del regista sudcoreano, si inserisce in questo solco: racconta la storia di Yoo Man-soo, uomo sulla cinquantina con moglie, due figlioletti e due splendidi cani, caporeparto in un’importante azienda cartaria, che da un giorno all’altro perde il lavoro e precipita in un vortice di disperazione dal quale – vanificati i tentativi di trovare un nuovo impiego nello stesso settore – riesce a immaginare di uscire solo adottando soluzioni drastiche e violente.

Park costruisce il film come un racconto poroso, attraversato da storie che si contaminano e si aprono all’improvviso lungo la narrazione, come deviazioni inattese che cambiano direzione al film. Mescola registri apparentemente inconciliabili – farsa, commedia, tragedia – senza mai perdere il controllo e trasformando questa mobilità in una cifra personale, riconoscibile, profondamente autoriale. Il mondo di Park è un mondo a sé stante in cui l’eccesso non è mai decorativo ma parte della struttura stessa del racconto. In questo quadro, la Corea del Sud emerge come un luogo attraversato da ferite sociali profondissime: una sorta di patria del capitale globale, laboratorio estremo della modernità, dove le fratture prodotte dallo sviluppo accelerato si vedono con una chiarezza quasi brutale. Non è un caso che molto cinema coreano contemporaneo vada in questa direzione, interrogando il costo umano del successo economico e ciò che resta indietro mentre tutto corre.

«No Other Choice» non cerca soluzioni né consolazioni: osserva, registra, mette in scena una deriva senza moralismi, lasciando che siano i gesti e le conseguenze a parlare. E restituisce l’immagine di una società in cui la perdita del lavoro coincide con la perdita di identità, di linguaggio, di appartenenza: la dissoluzione della carta, come elemento materico e tattile, come traccia concreta di un mondo “analogico”, rappresenta proprio questo. Un film che non mette la violenza al centro dell’immagine come altri lavori di Park, ma la sposta altrove: nella durezza di ciò che racconta, nella freddezza con cui mostra un mondo in cui, alla fine, l’unica alternativa rimasta sembra essere la forza.

Durata: 2h17
In programmazione al Conca verde, Uci Orio e Anteo Treviglio

«Lo sconosciuto del grande arco» di Stéphane Demoustier

«Lo sconosciuto del grande arco» è un film sulla Francia, ma anche sulla storia. Una storia che non riguarda soltanto il Paese transalpino, perché parla di qualcosa di più ampio: del modo in cui le ambizioni politiche e collettive si traducono in spazio, e di come poi quello spazio – le architetture, i monumenti, le città – finisca per trattenere, deformare o tradire quella stessa storia, depositandola nelle forme che abitiamo ogni giorno. Stéphane Demoustier sceglie l’architettura come chiave d’accesso per interrogare l’identità di una nazione e le ambizioni che la attraversano. E sceglie di raccontare una vicenda reale: quella della costruzione del Grande Arche de La Défense a Parigi, voluta da François Mitterrand, bandita a concorso nel 1982 e terminata nel 1988, a pochi mesi dalle celebrazioni per il bicentenario della Rivoluzione del 1989.

A vincere fu l’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen, tutt’altro che un’archistar, anzi pressoché sconosciuto fuori dal proprio Paese, e improvvisamente catapultato al centro di un progetto monumentale che andava ben oltre la dimensione strettamente architettonica. Il grande arco, simbolo e condensato dell’epoca mitterrandiana, nasceva come gesto programmatico: trasformare la grandeur francese in una forma, inscriverla nello spazio e proiettarla nel futuro. Un monumento pensato per sfidare il tempo, che il tempo stesso ha finito per superare. E von Spreckelsen, protagonista del film (interpretato da Claes Bang), incarna questa tensione in modo quasi speculare a quella del progetto politico che ha generato l’opera e del presidente stesso: l’ambizione di lasciare una traccia, di imprimere un nome nella storia attraverso un gesto destinato a durare.

La sua lotta non è solo professionale o personale, ma esistenziale: fare della propria vita qualcosa di straordinario, sottrarla all’anonimato. In questo senso, il film racconta una vicenda profondamente novecentesca, legata all’idea che il futuro possa essere progettato, pianificato, costruito. Eppure, vista oggi, quella tensione appare distante, quasi fuori tempo massimo. «Lo sconosciuto del grande arco» lavora proprio su questa distanza, mostrando un’epoca che è stata nostra ma che, allo stesso tempo, ha già smesso di esserlo. E dentro questo movimento si inserisce la figura di von Spreckelsen che per tutto il film non accetta compromessi di alcun tipo e si arrocca in un’intransigenza radicale. L’ostinazione di un uomo che rifiuta di scendere a patti con la realtà che non è solo tratto caratteriale, ma una fede quasi religiosa nell’idea che l’opera debba restare pura, intatta, più importante delle contingenze e forse anche più importante di chi la costruisce. È qui che il film diventa davvero novecentesco: nella convinzione che una forma possa resistere al tempo, e che valga la pena consumarsi per consegnarla alla storia. Costi quel che costi!

Durata: 1h45

« Sirât » di Óliver Laxe

Con «Sirât» il regista spagnolo Óliver Laxe, uno degli autori più fuori dagli schemi del cinema contemporaneo, realizza forse il suo film più radicale. Un’opera difficilmente incasellabile, che è soprattutto un viaggio carico di suggestioni visive e sensoriali e che sembra poter cambiare forma e esplodere da un momento all’altro. La storia ruota attorno a un uomo spagnolo di mezz’età che raggiunge il cuore dell’Atlante marocchino insieme al figlio adolescente per cercare la figlia, fuggita di casa e finita in una comunità di raver che inseguono festival di musica elettronica tra radure sperdute e paesaggi desertici del Marocco.

Non riuscendo a trovarla, decide di unirsi a un gruppo in partenza verso Sud, in direzione del deserto: un tragitto per il quale non ha né il mezzo né la preparazione adatti e che proprio per questo si trasforma progressivamente in un’esperienza allucinata, un vero incubo a occhi aperti. Non è un horror in senso tradizionale, «Sirât». Non ci sono mostri, jump scare o violenza esibita, eppure il film lavora costantemente su una paura più sottile e più fisica: quella di precipitare, di perdere appigli, di essere spinti oltre una soglia senza ritorno. Laxe porta i suoi personaggi verso l’abisso con una calma implacabile: li trasforma in figure in balia di qualcosa di più grande, ineluttabile e li mette in conflitto con il paesaggio e con ciò che li circonda. Il deserto, che è uno spazio di pace e di silenzio, diventa lentamente altro: un mondo alla fine del mondo che si trasforma progressivamente in una trappola e in un luogo di morte.

E i raver – che nel film non sono attori ma reali seguaci di musica elettronica che interpretano se stessi – diventano l’incarnazione più concreta di tutto questo: figure sospese sul confine fra la vita e la morte (il sirât, secondo la tradizione islamica è un ponte sospeso sopra l’inferno che separa i credenti dai non credenti) che con la morte flirtano davvero e che si portano addosso i segni di una lotta continua con il proprio corpo e con il tempo. Laxe, che ha vissuto con loro a lungo, osservandoli e condividendone i ritmi e le regole, li filma come gli ultimi uomini e le ultime donne sulla terra, ma anche come gli ultimi capaci di un gesto di ribellione contro il conformismo, la normalizzazione e l’addomesticamento del desiderio. E con il suo cinema, fatto di corpi, suono e materia, Laxe rende fino in fondo la fisicità di questa esperienza. Riuscendo, grazie a una musica pervasiva e alle immagini abbacinanti che costruisce, a dare forma a un universo sensoriale potentissimo, capace di attrarre e respingere – sedurre e inquietare – nello stesso gesto. E in mezzo a tanti tentativi celebrati e spesso inconsistenti, è difficile non pensare che oggi, se esiste un “orrore” d’autore davvero necessario, abbia proprio queste sembianze.

Durata: 2h
In programmazione all’Auditorium Piazza della Libertà e disponibile su Mubi

«La grazia» di Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino torna alla politica. Intesa come l’esercizio del potere, del governo e della gestione dello Stato. Diciassette anni dopo «Il divo» (2008), il regista napoletano sceglie di calare di nuovo il proprio cinema in quel mondo, ma questa volta assume un registro completamente diverso e abbandona la farsa grottesca e a tratti caricaturale di allora per concentrarsi su uno stile più misurato, intimista, quasi contemplativo.

Racconta la storia di un Presidente della Repubblica vedovo ed ex giurista – Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo – che, giunto agli ultimi sei mesi del proprio mandato, si trova davanti alle scelte più difficili e ambigue di tutta la propria avventura politica. Da un lato la firma di una legge sull’eutanasia, che la figlia (e consigliera) cerca di convincerlo a siglare; dall’altro la decisione se concedere o meno la grazia a due detenuti. Intorno, i ricordi della moglie defunta e il sospetto dei suoi tradimenti; il rapporto torbido e irrisolto con l’altro figlio, che vive in Canada; i confronti con compagni di partito, amici e avversari politici. E poi improvvise fenditure surreali: un astronauta che galleggia nello spazio, alcuni adolescenti che ballano, un capo di Stato in visita che inciampa sul tappeto rosso.

C’è, insomma, il Sorrentino più tipico: con una scrittura che asseconda la deriva visionaria e che affida al protagonista uno sguardo laterale sul mondo, distante – spesso quasi impassibile – eppure capace di tagliare la scena con commenti secchi e icastici. Sotto tutta questa forma, però, il contenuto tende a sfuggire. O meglio: resta spesso appiattito su uno dei temi più risaputi del cinema sorrentiniano: la noia come fondo dell’esistenza, il suo peso, e la non eccezionalità di qualsiasi ruolo, di nessuna figura. Anche il Presidente è un uomo come gli altri in fondo, con gli stessi vuoti, le stesse ossessioni, la stessa fragilità. E la politica, proprio come ne «Il divo» resta una cornice: solenne, elegante, a tratti surreale, ma incapace di produrre uno senso. E in questa chiave il termine grazia che dà il titolo al film si presta a differenti interpretazioni: non solo quella presidenziale, che il capo dello Stato si chiede se concedere o meno, ma anche quella di cui il cinema potrebbe (dovrebbe) farsi portatore.

Sorrentino la insegue e la utilizza in senso ossimorico – come promessa e insieme impossibilità – ma non riesce davvero a trovarla all’interno delle pieghe del racconto. Come se il suo cinema non si elevasse mai davvero, scambiando la rarefazione e lo stile trattenuto per una forma di trascendenza. E in fondo quella che vorrebbe fosse grazia non è altro che un ordine che con il proprio cinema cerca di trovare dentro al caos della realtà. Ed è forse un atteggiamento più condiscendente e consolatorio di quanto lui stesso creda (e voglia farci credere).

Durata: 2h12
In sala dal 15 gennaio

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