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Gaza-Israele, «bisogna chiedersi chi pagherà le conseguenze»

Intervista. Il Medio Oriente è sull’orlo del baratro. È l’opinione di Francesco Mazzucotelli, bergamasco, docente di Storia della Turchia e del Vicino Oriente presso l’Università degli studi di Pavia. A questa situazione drammatica hanno contribuito decenni di politiche di “tamponamento” che hanno eluso la questione palestinese

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Israele colpisce Gaza dopo l’attacco a sorpresa di Hamas_ Foto di Mohammed Saber

Capita che, a volte, un’immagine affiori nella mia mente: il leader palestinese Yasser Arafat che stringe la mano al primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. In mezzo, l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. È una fotografia iconica, che ritrae i tre durante gli accordi di Oslo del 1993 ; un’istantanea vista, per la prima volta, sul sussidiario di storia di quinta elementare.

Dal 7 ottobre scorso, tutto ciò che quel fotogramma simboleggiava si è spento in un silenzio assordante. Una deflagrazione che non può essere ascritta solamente all’operazione « alluvione al-Aqsa », ovvero l’offensiva con cui Hamas, nel giorno del cinquantesimo anniversario dello scoppio della guerra dello Yom Kippur , ha trucidato un gran numero di israeliani fra soldati e civili provocando così l’ira del governo Netanyahu e l’inizio del conflitto con Gaza.

Le cause di questa nuova crisi, spiega Francesco Mazzucotelli, bergamasco, docente di Storia della Turchia e del Vicino Oriente presso l’Università degli Studi di Pavia, rivelano infatti radici profonde. Radici che hanno a che fare con un contesto mediorientale (e geopolitico) complesso e ben preciso che l’Occidente, tuttavia, concentrato più sui contendenti dello scontro che sulla fattualità oggettiva degli eventi, pare ignorare.

FR: Professor Mazzucotelli, nel film «Oppenheimer» di Christopher Nolan, il celebre fisico, a un certo punto, pare ipotizzare la possibilità che, una volta innescata, la reazione a catena di un ordigno atomico possa non fermarsi, andando così a distruggere il mondo intero. Gli accadimenti che si stanno susseguendo in questi ultimi giorni sono tessere di un domino che scombussolerà l’intero Medio Oriente e che, inesorabilmente, trascinerà le nazioni verso una terza guerra mondiale?

FM: Non so se si stia andando verso la terza guerra mondiale, ma la situazione è grave, talmente sull’orlo del baratro che la posizione dei governi europei e dell’amministrazione statunitense risulta, dal mio punto di vista, estremamente discutibile. Mi pare che non ci sia piena consapevolezza di quello che sta succedendo. Il Medio Oriente è già scombussolato ma, ancora, non si sa in quale direzione stia andando. Al momento, ci sono infatti diverse questioni che rimangono in sospeso: non si può dire se il conflitto si allargherà a livello regionale (coinvolgendo altri attori), se ci sarà (e come andrà) l’assalto israeliano via terra e neanche quale sarà il futuro di alcune nazioni arabe, in cui le manifestazioni di piazza in favore dei palestinesi hanno marcato un solco profondo fra cittadini e governo.

FR: Dopo l’eccidio di Re’im, la reazione del governo israeliano non poteva che essere violenta. Contro un esercito come quello di Israele, le brigate al-Qassam hanno però poche possibilità di vittoria. In cosa spera Hamas?

FM: Tra le interpretazioni che sono state avanzate in questi giorni (e che quindi risentono tutte della limitatezza delle fonti a disposizione), c’è la teoria secondo la quale l’aggressione di Hamas non sarebbe altro che un fare estremo volto a sbloccare la situazione nella striscia di Gaza. Hamas, forse, spera che un’operazione militare terrestre da parte dell’esercito di Israele possa impantanarsi in una logorante guerriglia urbana per lei vantaggiosa o che, a livello regionale, i suoi alleati intervengano, così che quel tentativo di normalizzazione fra Israele e stati arabi (incarnato dagli «accordi di Abramo») possa definitivamente fallire.

FR: Come interpreta la posizione moderata di Turchia e Iran che, almeno fino a ora, non hanno chiamato l’«umma» alla guerra totale? Pure il Qatar (finanziatore e protettore di Hamas) pare tenere un basso profilo.

FM: Erdoğan, fin dal primo giorno di questa crisi, ha assunto una posizione decisamente moderata, invitando entrambe le parti all’auto-contenimento e offrendosi come mediatore. Questa posizione è spiegata dalle relazioni consolidate fra Israele e Turchia, dalla loro cooperazione tecnologica e militare. Finché il conflitto rimane drammatico ma circoscritto, la Turchia potrà permettersi questa politica dei “due forni”. Laddove esso dovesse allargarsi al Libano o al confine fra Israele e Siria, diventerebbe molto più difficile mantenere questa posizione sostanzialmente terza. L’Iran è invece in attesa: la crisi potrebbe essere pretesto per bypassare le proteste che, in quest’ultimo anno, hanno scosso la società della Repubblica Islamica ma, allo stesso tempo, la disomogeneità ideologica del popolo iraniano potrebbe diventare un buon motivo per non entrare in guerra. Per quanto riguarda il Qatar, credo che esso goda di relazioni economiche e commerciali a cui non può rinunciare: una destabilizzazione regionale sarebbe deleteria.

FR: La bandiera di Israele è stata esposta su alcuni edifici pubblici italiani. La stessa sorte non è toccata a quella della Palestina. Pare valga l’equazione “palestinesi uguale Hamas”. Perché?

FM: Purtroppo, anni di discussione incompleta e superficiale e, a volte, deliberatamente confusionale, hanno fatto passare un’equazione che non è corretta e che impedisce di trovare delle soluzioni sostenibili che permettano di tenere in considerazione anche una serie di diritti legittimi del popolo palestinese.

FR: «La nostra responsabilità derivante dall’Olocausto, ci impone il dovere perenne di difendere l’esistenza e la sicurezza dello Stato di Israele». Affermazioni, quelle del cancelliere tedesco Scholz, che paiono rafforzare l’idea che Israele sia, fondamentalmente, uno «stato etnico». Ma se Israele è uno stato etnico, quale futuro avranno i palestinesi in seguito all’evacuazione della striscia di Gaza?

FM: Affermazione interessante e, allo stesso tempo, preoccupante, perché la doverosa memoria della Shoah (e la doverosa condanna dell’antisemitismo) non può osteggiare eventuali critiche al governo israeliano o il tentativo di cercare una forma di convivenza giusta e sostenibile fra israeliani e palestinesi. Bisognerebbe poi interrogarsi sul significato di «esistenza e sicurezza»: se questo binomio non sia stato utilizzato a scapito dei diritti elementari della popolazione palestinese. Quel che è certo è che, al netto delle operazioni militari di questi e dei prossimi giorni, manca una visione su come gestire, in maniera non soltanto securitaria, la questione palestinese negli anni a venire.

FR: Israele è stato accusato da Amnesty International di apartheid, mentre l’ONU ne ha condannato l’espansione a scapito dei legittimi territori palestinesi. Gli scontri di questi giorni sono anche il frutto di scelte politiche fraudolente da parte dei governi israeliani passati?

FM: Come accennato, non esiste una visione politica a lungo termine per gestire in modo sostenibile la questione palestinese. Negli anni, quello che i governi israeliani hanno cercato di fare è stato tamponare la situazione, pensando che la normalizzazione dei rapporti diplomatici con i Paesi arabi (annacquando qualsiasi rivendicazione politica palestinese) sarebbe stata una via d’uscita rispetto ai problemi in Cisgiordania e nella striscia di Gaza.

FR: L’evacuazione imposta a Gaza, il gran numero di bombe lanciate sulla città… Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i Territori occupati, ha parlato di pulizia etnica.

FM: Credo sia inopportuno addentrarsi in disquisizioni squisitamente nominaliste. Quel che conta è la sostanza e la sostanza dei fatti è quella messa in luce da varie organizzazioni internazionali (governative e non): quello che sta accadendo si pone largamente al di fuori delle condotte ritenuti ammissibili in un conflitto. L’ordine di evacuazione (senza corridoi umanitari autentici) a un milione di civili e l’interruzione della fornitura di acqua, cibo, energia elettrica e medicinali è qualcosa che ha a che fare più con una forma di punizione collettiva che con la giustizia.

FR: Durante la pandemia di Covid-19, chi avanzava dubbi sulla politica vaccinale veniva tacciato di complottismo; durante il conflitto fra Russia e Ucraina, invece, coloro che marciavano per la pace venivano catalogati come putiniani. Ora, chi critica Israele rischia di essere classificato come antisemita. C’è un problema di propaganda e di “caccia alle streghe” in Italia? Odio e slogan hanno sostituito il pensiero critico?

FM: Sì, c’è un problema di assenza di pensiero critico e c’è la volontà di confondere il cercare di capire (e di spiegare le motivazioni) con il giustificare: si tende a semplificare la complessità degli eventi storici e a delegittimare (additandoli come filo-Hamas) coloro che criticano il governo israeliano. Le limitazioni delle manifestazioni pro Palestina, imposte da alcuni Paesi europei, sono qualcosa di estremamente preoccupante.

FR: Dallo scorso 7 ottobre, sono già morte più di tremila persone. Eppure, in Italia il linguaggio di alcuni giornalisti si è fatto bellicoso, cinico, quasi feroce. Mario Sechi, intervenuto giovedì scorso ad «Otto e mezzo», si augura che Gaza subisca lo stesso trattamento di Dresda; il sindaco di Terni, invece, che venga “spianata”.

FM: Da parte dell’opinione mediatica, c’è una superficialità senza precedenti nel parlare della guerra e delle sue conseguenze. È anche questo un grande problema, indice di una grossolanità nella lettura di quello che sta accadendo. A mio avviso, è anche un modo di fare deresponsabilizzante rispetto all’obiettivo di offrire delle prospettive, su lungo periodo, volte alla mediazione fra le parti.

FR: «Ormai solo un dio ci può salvare» diceva Martin Heidegger. Ci sono margini per ricomporre il conflitto?

FM: Mi piacerebbe poter rispondere di sì, ma la pochezza delle risposte offerte dalle classi dirigenti europee e dall’amministrazione americana non lasciano in questo momento grandi spiragli di speranza. Certo, immagino l’obiezione di coloro che dicono che con i terroristi non si può trattare. Ma bisogna chiedersi chi pagherà le conseguenze, ad esempio, per un’eventuale distruzione totale del nord della striscia; se tutto ciò non diventi, infine, l’ennesimo anello della catena di traumi e risentimenti che, in futuro, nuovamente, sarà foriera di odio e violenza.

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