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10 pezzi “femministi” che non ti aspetti

Guida. Il 25 novembre sarà la «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne». Per l’occasione, vi consigliamo dieci artiste diverse da quelle a cui potreste pensare. Artiste che negli anni si sono distinte all’interno di generi musicali che per gli stereotipi sono prettamente “maschili”, come il metal, il rap, o la produzione elettronica

Lettura 5 min.

Artiste donne, ma non le solite. Ci sembrava bello e doveroso celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre anche da un punto di vista musicale, con artiste che siano femministe in un modo magari un po’ diverso da quello che siamo abituati a intendere. Non troverete Patti Smith, Aretha Franklin o Lauryn Hill, e nemmeno pezzi come «Independent Woman» delle Destiny’s Child, per dirne una. Non perché non siano validi, ma perché siamo convinti che il femminismo migliore (meno retorico e più efficace) sia quello che dia un esempio.

Ecco quindi un’occasione per approfondire dieci nomi di artiste o di gruppi che hanno lasciato che sia la loro arte a parlare e che rappresentano – ognuno a suo modo – un unicum nella musica degli ultimi anni. Rapper, produttrici, compositrici e anche oscure cantrici di incubi mefitici: troverete un po’ di tutto, e speriamo sia tutto (o quasi) nuovo.

Ikonika, «Manual Decapitation» (2017)

L’etichetta che forse più di ogni altra ha segnato la musica elettronica a cavallo tra gli anni Dieci: parliamo della Hyperdub di Kode9, fucina di intellettuali, musicisti e artisti che tra dubstep (quella vera), afrofuturismo e contaminazioni tra le più disparate ha sfornato – tra i tanti – nomi come Burial e Zomby. Ikonika spicca tra i suoi producer di punta: il progetto di Sara Abdel-Hamid ha iniziato rielaborando la dubstep più oscura e si è poi spostato, sempre curioso e cangiante, verso lidi più house e balearici nel nostalgico «Aetropolis» del 2013. Poi, quattro anni più tardi, un disco («Distractions») di grime oscura e brutale sia strumentale che rappata, digitale e spigoloso come la sua cover.

La ragazza è tanto talentuosa quanto inafferrabile: giusto quest’anno è uscito «Supernova», album collaborativo con 45Diboss con la dancehall più sperimentale e interessante che abbiamo sentito da un bel po’.

OvO, «Tokoloshi» (2013)

Chiamiamolo post-metal, o in qualunque altro modo si preferisca: quel che è certo è che gli OvO sono qualcosa di unico, una nostrana gemma di grande valore e grande malvagità da conservare gelosamente. La minimale e mai sufficientemente celebrata batteria di Bruno Dorella (Bachi da Pietra, Ronin e tanto altro) costituisce il sudario ritmico su cui si stendono le violente schitarrate e lo screaming della maligna chanteuse Stefania Pedretti.

«Abisso» del 2013 è il loro zenith creativo a sindacabile parere di chi scrive, con i consueti toni apocalittici del duo arricchiti da particolarissime tinte nere, nel senso di ritualistiche e magiche: un onirico rito voodoo, con innominabili tentacoli lovecraftiani a emergere da quel baratro in cui echeggiano danze macabre e contagiose come l’irresistibile «Tokoloshi».

Blondie, «Rapture», 1981

Sicuramente non spetta a questa opinabilissima playlist il compito di spiegare chi siano i Blondie e Debbie Harry né la loro importanza. Il pezzo in questione sarà poi legittimamente suscettibile di tutte le critiche del caso, dall’appropriazione culturale in giù.

Altrettanto certo è che vedere una donna, in quegli anni e in quel momento storico, rappare sfilando accanto a Baquiat e Fab Five Freddy e prendersi la testa delle classifiche, è stato un momento tanto “figo” quanto segnante.

LIM, «Quando», 2022

Sofia Gallotti insieme a Clod ha dato vita con gli Iori’s Eyes a uno dei progetti più belli e interessanti in ambito diciamo electro-pop tricolore. Erano gli inizi degli anni Dieci. Poi le strade dei due si sono separate e Sofia ha intrapreso un nuovo percorso solista con il suo progetto LIM: elettronica d’autore, capace di suonare sia classica e molto rispettosa dei suoi evidenti modelli, quanto curiosa di aprirsi a tante altre cose.

«Glowing» è stato il suo primo bellissimo album, e «Quando» è un singolo a base di piano e house semplicemente irresistibile, tanto catchy quanto raffinato ed elegante.

M.I.A., «Bamboo Banga», 2007

Ecco un’artista che è sempre stata femminista in un modo tutto suo: perennemente dentro e fuori al sistema, tanto alfiera di rivendicazioni sacrosante quanto di scelte ipocrite che ne hanno in parte disinnescato la credibilità. Vedi il video di «Borders», in cui si erge a paladina dei migranti e polemizza un po’ con tutti (quante polemiche ha sollevato qualche anno fa quella maglietta «Fly Pirates»…). Eppure, spogliandola da tutto il contesto e le sterili provocazioni, M.I.A. resta anzitutto una musicista fondamentale nel definire tanta della musica odierna, una rapper fenomenale e l’autrice di dischi fantastici.

Tra tutti noi scegliamo «Kala», che nel 2007 si apriva con quella mina di groove riduzionista che è «Bamboo Banga». Poi già, in chiusura arriva un capolavoro come «Paper Planes», ma quella la conoscono già tutti…

Noga Erez, «Pity», 2017

È originaria di Tel Aviv e ha firmato alcune tra le hit più fighe in circolazione che ancora non avete sentito: Noga Erez è una ragazza che di gusto e classe ne ha da vendere, e le perdoniamo volentieri anche un secondo album «Kids» decisamente meno coraggioso del primo «Off the Radar». Qui trovavamo un immaginario iper-realistico e super-pop al tempo stesso, a base di scorie post-rave e rimasugli trap, piglio hip hop e tantissima stilosità.

Pezzi come «Toy», «Pity», la titletrack «Hit U» e soprattutto l’incendiaria «Dance While You Shoot» sono singoli pazzeschi dal potenziale rimasto in definitiva insondato, ma ancora tutto da scoprire. Sicuramente il nostro preferito però è «Noisy» con un video che fa un po’ Harley Queen e un po’ Guerrieri della Notte. Impossibile non amarla.

Caterina Barbieri, «SOTRS», 2017

La compositrice elattroacustica bolognese Caterina Barbieri nel 2017 ha pubblicato questo lavoro straordinario di elettronica ipnotica, ambientale in alcuni suoni ma mai negli intenti, estremamente teorica ma altrettanto pregna di fascino e interesse.

Atmosfere che ondeggiano tra un Bach convertito ai sintetizzatori e sentori più kraut, strumentazione ridotta al minimo (solamente un sequencer e un oscillatore) interamente votata alla ripetizione di un pattern e alle sue infinite e infinitesimali variazioni come strumenti per la riconfigurazione percettiva ed emotiva dell’ascoltatore. Notevole.

Carla Dal Forno

Ha qualcosa di Nico, ma trapiantata di peso in un film di David Lynch: in effetti ce la vedresti bene a suonare al Club Silencio Carla Dal Forno, italiana di nome ma australiana di patria. Dream pop e post-punk, slowcore e darkwave, tutto filtrato da una lente DIY: la ragazza prende i Chromatics e li porta in cameretta.

Solo che la cameretta si trova probabilmente a «Twin Peaks», e così ecco pezzi pop ma misterici come «Fast Moving Cars» dal bellissimo album «You Know What It’s Like».

Little Simz, «Point & Kill», 2021

Probabilmente LA rapper di questi anni: «GREY Area» del 2019 era stato il primo capolavoro, un trattato di hip hop inglese che lasciava da parte il grime per battere su lidi più conscious à la Loyle Carner (per restare in terra britannica). Poi «Sometimes I Might Be Introvert», nel 2021, a sublimarne le ambizioni: con i dovuti distinguo e le ovvie proporzioni, il personale «To Pimp a Butterfly» della ragazza, che in effetti a Kendrick Lamar ci assomiglia pure: non tanto come stile quanto come attitudine, perché un rap così fulgido e capace di affondare la lama così a fondo, con questa naturalezza, è appannaggio veramente di pochissimi.

Per lei in questa playlist scegliamo un biglietto da visita in cui a dominare incontrastato è il groove a base di batteria, basso e fiati. Per sentirla più impegnata, meglio prendersi il tempo che merita.

Jlin, «Black Origami», 2017

Jlin, ovvero una delle cose più belle successe alla musica elettronica negli ultimi anni. La ragazza a suo tempo è stata spinta dai nomi giusti (Aphex Twin, Holy Herndon, addirittura Basinski), ma il valore è lì da sentire: se l’esordio «Dark Energy» era stato formidabile, il secondo «Black Origami» è il vero masterpiece: Jlin prende la footwork (e non solo) e la trasforma in una masturbazione solipsistica, via dalla strada, via dal ballo e dai campioni altrui (nel disco tutti i sample sono originali).

Il ponte che viene costruito parte dall’America ma abbraccia l’India, l’Africa e tutto il medio oriente. Il tribalismo viscerale, spastico e cubista che emerge è l’esatto contrario di M.I.A., pur condividendone l’anima. Elettronica cerebrale, monolitica, potentissima.

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