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Con «Polasound» la magia del jazz arriva dritta al cuore

Articolo. La rassegna voluta da Marco Pasinetti e Filippo Sala proseguirà fino al 22 maggio allo Spazio Polaresco con una serie di concerti pensati per abbattere ogni barriera tra pubblico e artisti. Un’occasione preziosa per “respirare” la vera forza della musica

Lettura 4 min.
I musicisti Fausto Baccalossi e Guido Bombardieri

«Jazz e libertà vanno mano nella mano». È una frase del grande pianista statunitense Thelonious Monk che vidi scritta su un muro più di venticinque anni fa. Ai tempi ero troppo piccolo per comprendere il livello di una simile citazione e per apprezzarne a pieno le sfumature di significato. «Libertà» nel jazz significa poter creare, improvvisare ed essere se stessi senza preconcetti, donando la propria anima all’orecchio di chiunque abbia la volontà di ascoltare. Proprio alla ricerca di questo tipo di emozioni, sono andato a fare una chiacchierata con Marco Pasinetti e Filippo Sala, i due organizzatori di «Polasound: la musica al centro», in occasione della seconda serata della rassegna che ha visto protagonisti a fine febbraio i musicisti Fausto Baccalossi e Guido Bombardieri.

Prima di spiegarvi cosa Marco e Filippo mi hanno detto sul progetto, vi ricordo che la rassegna proseguirà, sempre allo Spazio Polaresco, il 27 marzo con «Spell Hunger», un sodalizio formato da Piero Bittolo Bon e Andrea Grillini, il 24 aprile con «Details» a cura di Simone Massaron e Francesca Remigi, e l’8 maggio con «Nel canto presente», una serata con Beatrice Arrigoni e Fabrizio Carriero. Chiuderà il calendario di appuntamenti – il 22 maggio – il concerto di Lorraine92 e Maniscalco.

La musica al centro

Ci sediamo in un tavolo a pochi metri dallo spazio al centro della sala in cui, nel giro di mezz’ora, avrebbero preso posto Guido Bombardieri e Fausto Beccalossi, due giganti del panorama jazzistico italiano ed internazionale. Ho evitato intenzionalmente di usare il termine “palco” perché non c’è nessuna barriera fisica a delimitare lo spazio dedicato agli artisti da quello ad utilizzo del pubblico. Anzi, con mia sorpresa noto che alcuni divanetti sono quasi a ridosso della strumentazione. Mi rivolgo quindi ai miei interlocutori in cerca di risposte e vengo rassicurato da Pasinetti. «Non è un caso che l’evento si chiami “la musica al centro”. L’ambiente è volutamente più intimo rispetto a quello di un teatro o di un locale e i musicisti si trovano fisicamente al centro della sala. Questo ci permette di far avvicinare il pubblico alla musica non solo in senso metaforico, ma anche fisicamente, permettendoci di abbattere le barriere canoniche tra musicista e pubblico».

Vedere un palco come una barriera è inusuale ma, a ben pensarci, non così illogico, soprattutto se si considera quanto nei grandi concerti si abbia spesso la sensazione di star guardando qualcosa di distante, come se gli artisti fossero in una teca di vetro. «Forse il voler avvicinare il pubblico all’artista – continua Pasinetti – deriva dal fatto che siamo entrambi musicisti, ma la nostra idea è quella che su un palco succedano tantissime cose che vanno ad arricchire l’esperienza musicale. I musicisti sul palco fanno tantissime cose, dal sistemare gli strumenti all’utilizzare gestualità particolari, passando per settaggi dell’ultimo secondo, le gestualità, gli sguardi e mille altre sottigliezze che rendono unica un’esibizione. La stessa empatia tra più musicisti su di un palco diventa parte dell’opera che portano al pubblico».

Cos’è «Polasound: La musica al Centro»

Mi rendo conto di aver «bruciato le tappe» dell’intervista spinto dall’entusiasmo di non vedere un palco. Torno quindi sui miei passi e pongo finalmente a Marco e Filippo la domanda più importante: Cos’è «Polasound»? A rispondere questa volta è Marco, mentre attorno a noi la sala comincia a riempirsi. «Polasound è una rassegna jazz che vuole trasmettere al pubblico questo genere nella sua forma più pura, ovvero quella legata alla sperimentazione. La nostra idea è quella di portare nella bergamasca una serie di eventi gratuiti che mettano lo spettatore faccia a faccia con artisti di alto livello che selezioniamo personalmente con dei criteri molto precisi».

«Per prima cosa ogni artista – mi spiega ancora Marco – deve essere capace di comunicare la propria idea di musica. Il jazz è il genere mutevole per eccellenza, per cui la ricerca di una propria sonorità è imprescindibile anche quando si eseguono pezzi di altri musicisti. In secondo luogo, prediligiamo gli artisti che portano generi sperimentali. Molti quando pensano al jazz si ricollegano al classico swing. Qui però cerchiamo qualcosa di diverso. Infine, nessun musicista può suonare al Polasound una seconda volta, anche se dovesse presentarsi con un’altra formazione. L’idea è di portare sempre musica nuova e, nonostante questo sia il punto più difficile da rispettare poichè praticamente tutti i musicisti hanno più di un gruppo, arrivati alla seconda edizione possiamo dire di aver sempre presentato al pubblico artisti nuovi». Un’ultima regola decisamente severa che però evidenzia quanto la volontà di creare qualcosa di sempre nuovo sia forte nei curatori del progetto.

La nascita di «Polasound»

La sala è ormai gremita e gli ultimi arrivati fanno la fila al bar per accaparrarsi un cocktail prima dell’inizio del concerto, mentre Bombardieri e Beccalossi stanno scambiando le ultime parole con qualche fan prima di ultimare i preparativi. Approfitto dei restanti minuti a mia disposizione per capire come sia nata questa avventura. Ancora una volta è Marco a rispondermi. «Innanzitutto, va detto che entrambi conoscevamo già da tempo il Polaresco e i suoi spazi. Spesso venivamo qui per sentire qualche concerto, o per suonare a nostra volta quando possibile. Qualche anno fa ho organizzato un evento di sensibilizzazione sul tema dei migranti e, confrontandomi con lo staff organizzativo del Polaresco, mi è stato chiesto se volessi aiutare a creare un evento legato alla musica jazz. Valutando la situazione, mi son reso conto della reale possibilità di creare qualcosa di fatto bene, per cui ho contattato Filippo e abbiamo cominciato a darci da fare».

«Da quel momento si può dire che sia stato tutto un crescendo – interviene Filippo nel discorso – Fin dall’inizio abbiamo utilizzato le regole di selezione, per cui la natura delle serate della rassegna era già come la vedi adesso. Ci siamo concentrati principalmente nel migliorare di volta in volta la qualità dell’esperienza offerta e, per questo in particolare, dobbiamo ringraziare lo spazio Polaresco che ci ha dato carta bianca dal punto di vista artistico».

L’esperienza di un concerto particolare

Arriviamo alla fine della nostra discussione giusto in tempo per poter assistere all’ingresso in scena dei due ospiti della serata. Cala il silenzio e Bombardieri comincia a far risuonare il suo clarinetto in sala, mentre Beccalossi lo accompagna alla fisarmonica cromatica. È questo l’inizio di un concerto coinvolgente e speciale. In altri contesti non avrebbe infatti reso in modo così incisivo: la mancanza di barriere ha permesso ai due musicisti di avere in tempo record l’attenzione del pubblico, entrando in dialogo con i presenti e donando anche un tocco divulgativo alle presentazioni dei singoli brani.

Nell’ora abbondante di esibizione, ogni cambio di strumentazione è stato non solo notato ma anche goduto dai presenti, esattamente come ogni pagina girata dello spartito e ogni dialogo a voce bassa dei due musicisti prima dell’attacco di un brano particolarmente ragionato. Tutte esperienze impossibili da vivere assistendo ad un concerto di stampo classico. In definitiva «Polasound: la musica al centro» non è solo una rassegna jazz, ma un’opportunità per rompere gli schemi e offrire al pubblico un contatto diretto con l’arte e con gli artisti che la rendono viva.

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