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Elephant Brain al Druso: «Scrivere canzoni è un modo per resistere»

Intervista. Gli Elephant Brain faranno tappa questa sera al locale di Ranica. Protagonista della serata il nuovo album «Almeno per ora» dedicato a un nuovo modo di scoprire il tempo

Lettura 5 min.
Elephant Brain (Foto di Matteo Bosonetto)

Il 2026 è appena iniziato. Le abbuffate delle feste si fanno ancora sentire, ma la pausa è finita: siamo tornati alla routine di tutti i giorni, tra impegni e commissioni. Quelle cose rimandate con leggerezza a gennaio, ora tornano puntuali, rendendo più grigio il clima del dopo feste. Fortunatamente, il Druso ha messo in calendario per il primo fine settimana di gennaio – ovviamente si intende il primo post festività – un evento in grado di far saltare e divertire tutti gli amanti del rock alternativo italiano. Questa sera, venerdì 9 gennaio gli Elephant Brain porteranno infatti sul palco di via Locatelli a Ranica tutta la forza di «Almeno per ora», il loro ultimo album pubblicato il 10 ottobre. L’evento farà parte dell’«Almeno per ora club tour», una tournée iniziata il 15 novembre e che ha visto la band perugina esibirsi al Largo Venue di Roma, al Locomotiv Club di Bologna, all’ Hiroshima Mon Amour di Torino e allo Urban di Perugia. Ma chi sono gli Elephant Brain?

La band

Vincenzo Garofalo alla voce, Andrea Mancini e Emilio Balducci alle chitarre, Roberto Duca al basso e Giacomo Ricci alla batteria. Sono questi i nomi dei componenti degli Elephant Brain, band nata a Perugia nel 2015. «Elephant Brain» è anche il nome del loro primo lavoro, un EP interamente autoprodotto che ha permesso alla band di suonare in giro per l’Italia e di arrivare in finale all’«Arezzo Wave Umbria» 2016. Nel dicembre 2019, dopo tre anni fuori dalle scene per la scrittura del nuovo disco, al «Rock Contest» si aggiudicano il «Premio SIAE» per la migliore composizione con il brano «Scappare Sempre». Il 17 gennaio 2020 esce «Niente di speciale» il disco d’esordio co-prodotto dalla stessa band insieme a Jacopo Gigliotti dei Fast Animals and Slow Kids.

Anticipato dai singoli «Anche questa è insicurezza», «Neanche un’ora sveglio» e «Come mi divori», il secondo disco della band, «Canzoni da odiare», esce a novembre 2022, seguito da un tour di 40 date disseminate per tutto lo Stivale. Nella primavera 2024 tornano dal vivo con due nuovi singoli, «Sto meglio» e «Una casa in cui tornare». Nel 2025 la band si mette al lavoro su nuova musica e il 23 maggio 2025 esce «Benedici», brano nato a quattro mani dall’incontro tra gli Elephant Brain e i Voina mentre a settembre è la volta di «Impareremo a perdere», il singolo che anticipa il nuovo album «Almeno per ora».

Un album per resistere

«Scrivere canzoni è un modo per resistere ed aiutare a resistere». Questa è forse la frase che più di tutte è rimbalzata tra le piattaforme social durante la promozione dell’album. Gli Elephant Brain non sono nuovi alla riflessione su temi esistenziali – seppur affrontati sempre con una base rock e tanta voglia di far saltare il pubblico sotto palco – ma con «Almeno per ora» si sono concentrati sul concetto di tempo e della resistenza agli eventi scaturiti dal suo corso. «Tempo» inteso come tempo passato a fare qualcosa, il tempo che ha portato via qualcosa e donato qualcosa di nuovo, ma anche il tempo presente che è l‘unico in cui viviamo davvero e con cui «almeno per ora» ci relazioniamo.

Insomma, un invito a capire e ad accettare il proprio tempo, sia esso passato, presente o futuro, con una nuova consapevolezza ma sempre rimanendo noi stessi. Musicalmente, il tutto si traduce in uno stile musicale che mantiene l’anima rock alternativa di «Canzoni da odiare», ma che incontra basi alle volte più cupe ma mai soverchianti, quasi a voler dire con la musica «siamo sempre noi, ma oggi vogliamo parlarvi di un trascorrere del tempo che è inevitabile ma non necessariamente negativo». Un totale di 34 minuti (33:59 secondo Spotify) per nove tracce cariche di significato e di carica sonora che portano una ventata di novità nelle cuffie dei fan a tre anni di distanza dall’ultimo album.

L’intervista a Vincenzo Garofalo

Per comprendere meglio «Almeno per ora» e per avere qualche informazione sia sull’«Almeno per ora Club Tour» sia sulla data al Druso, abbiamo fatto una chiacchierata con il cantante Vincenzo Garofalo.

GT: Ad ottobre è uscito il vostro terzo album «Almeno per ora». Che tipo di disco è e come è nato?

VG: È un album più scuro, più cupo rispetto ai due precedenti. È nato in modo molto spontaneo: non siamo partiti da un concept preciso, come spesso si fa, ma dai singoli brani. Abbiamo scritto le canzoni come ci venivano, senza pensare a un disco vero e proprio, e solo dopo, una volta registrate tutte le tracce, ci siamo accorti che stavano bene insieme. Alcuni pezzi, come «Sto meglio» e «Una casa in cui tornare», risalgono addirittura al 2023 e sono usciti nel 2024, ma si inserivano perfettamente nel percorso dell’album. Il filo conduttore, se vogliamo, è il tempo: il qui e ora, il vivere l’attimo. Da qui anche il titolo «Almeno per ora», che parla del tentativo di fermare questo momento delle nostre vite quotidiane, nel periodo storico che stiamo vivendo.

GT: Ascoltando «Almeno per ora» emerge un senso di «nonostante tutto». È una lettura corretta?

VG: Diciamo che il disco parla di resistenza. «Resistere nonostante tutto». Nel nostro caso significa incastrare la musica nella vita quotidiana, perché purtroppo non possiamo permetterci di fare solo i musicisti. È un «a denti stretti, ma ce la facciamo». La musica, le chitarre, diventano quasi degli scudi o delle spade per resistere a quello che la vita ti mette davanti.

GT: Bergamo sarà una tappa del vostro tour. Come sta andando questa esperienza e come sta reagendo il pubblico alla nuova scaletta?

VG: Sta andando molto bene. C’è uno scambio continuo di energia: quando vediamo il pubblico carico, ci carichiamo anche noi. È una molla. La cosa bella è che la gente canta già i pezzi, nonostante il disco sia uscito solo da un paio di mesi. Considerando che facciamo un genere piuttosto bistrattato, ci sentiamo quasi delle mosche bianche. Siamo davvero felici che qualcuno scelga di venire ai nostri concerti per cantare, pogare, sentire le chitarre a volumi altissimi. A volte ci sentiamo dei privilegiati.

GT: Un’altra cosa che vi rende “mosca bianca” è il vostro rapporto con il tempo: tra un disco e l’altro passano anni. È una scelta consapevole?

VG: In realtà è tutto molto poco schematico. Scriviamo quando sentiamo il bisogno di farlo e pubblichiamo quando siamo pronti e soddisfatti. Il problema è che siamo eternamente insoddisfatti. Alcuni brani hanno avuto dieci, venti versioni diverse prima di arrivare a quella definitiva. A volte, quando andiamo in studio, il produttore ci dice: «Ragazzi, il pezzo funzionava già dieci versioni fa». Siamo anche molto legati all’idea di disco come capitolo, come fotografia di un momento. «Niente di speciale» raccontava la fine dei vent’anni, «Canzoni da odiare» era un pezzo figlio della rabbia post-pandemia e di un tour saltato. «Almeno per ora» è invece un disco di consapevolezza: prende atto di quello che siamo diventati, di quello che abbiamo fatto e di quello che continuiamo a fare. È stato il modo per dire: «Gli Elephant Brain oggi sono questo».

GT: Cosa devono aspettarsi i fan che verranno a vedervi al Druso?

VG: Un concerto molto “tranquillo” (ride, ndr): si poga, le chitarre hanno volumi infernali, si suda, ci si abbraccia, si fa stage diving e se qualcuno cade lo si rialza per pogare ancora più forte.
I nostri concerti sono momenti di sfogo totale, per il pubblico e per noi. Per un’ora e mezza abbandoniamo la vita reale, il lavoro, i pensieri, e ci immergiamo completamente in quello che succede sotto il palco. Alla fine torniamo sempre a casa con un sacco di affetto addosso, ed è una cosa che non diamo mai per scontata.

GT: Siamo all’inizio del 2026. Quali sono i buoni propositi degli Elephant Brain?

VG: Ne abbiamo tantissimi, ma probabilmente non li rispetteremo (scherza, ndr). Sicuramente suonare il più possibile e suonare bene, perché siamo molto autocritici. E poi continuare a fare musica in modo spontaneo, per necessità, non per obbligo. Se venisse meno questo, perderebbe senso tutto. La musica, per noi, deve rimanere una cosa vera.

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