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The Sun, perché ogni giorno può diventare «ogni benedetto giorno»

Articolo. Domani sera, giovedì 14 dicembre alle 20.45, la rock band vicentina salirà sul palco dell’Auditorium del Seminario di Bergamo per portare un messaggio di solidarietà e di pace.Tutto il ricavato dell’evento, che vede affiancati il Centro missionario diocesano, Ascom Bergamo e Websolidale Onlus, andrà a sostegno di tre progetti missionari. I biglietti sono ancora disponibili

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The Sun live in Portogallo

«Ho tutto un mondo di speranze e di sogni. Sono illusioni solo se non ci credi». Era il 2012 quando l’«Onda perfetta» dei The Sun contagiava anche chi credeva ancora che fare e ascoltare musica rock significasse solo eccessi e sregolatezze. Avevo sedici anni e nutrivo anche io, come molti degli adolescenti attorno a me, «desideri un po’ comuni e un po’ folli».

Che il rock potesse «parlare a tutti coloro che sono in ricerca», oltre che aiutare ad «affrontare la vita di tutti i giorni, le prove e le sfide» il frontman del gruppo vicentino Francesco Lorenzi lo aveva capito già da qualche anno. Musicista appassionato fin da ragazzino, nel 1997 fonda con Riccardo Rossi i Sun Eats Hours. La formazione conosce in breve un ampio successo internazionale, tanto da venire premiata come migliore punk rock band italiana al mondo nel 2004. Nel 2009, dopo un personale percorso di fede cominciato nel 2007, Francesco coinvolge il gruppo alla scoperta di un nuovo modo di vivere e fare musica: nascono così i The Sun.

Il gruppo sarà ospite a Bergamo giovedì 14 dicembre alle 20.45, nell’auditorium del Seminario (biglietti sono ancora disponibili seguendo questo link). Insieme a Lorenzi, testi, chitarra e voce, saliranno sul palco Riccardo Rossi alla batteria, Matteo Reghelin al basso e fisarmonica, Gianluca Menegozzo e Andrea Cerato alla chitarra elettrica e cori. Il concerto, evento di punta delle iniziative di Natale del Centro missionario diocesano, contribuirà a sostenere tre iniziative specifiche: i progetti caritativi che la comunità cristiana locale promuove a favore della popolazione della Striscia di Gaza, l’acquisto degli arredi per la scuola dell’infanzia di Nhamaxaxa in Mozambico, e le attività di doposcuola per bambini e adolescenti in difficoltà a Gameleira in Brasile.

Durante la serata del 14 dicembre, inoltre, il Vescovo Francesco Beschi consegnerà il tradizionale Premio Papa Giovanni XXIII a tre missionari bergamaschi, i cui nomi saranno svelati la sera stessa dal palco.

«Per noi la musica è un servizio. È musica orientata verso l’accompagnamento, l’incoraggiamento, deve servire al cammino di ogni giorno». Con un entusiasmo che trapela da ogni singola parola, Francesco Lorenzi dà inizio così alla nostra chiacchierata.

MM: Francesco, cosa significa essere oggi una band cristiana, in un mondo votato sempre più all’individualismo, all’egoismo, anziché alla relazione?

FL: L’esperienza cristiana ci insegna che siamo felici nella misura in cui siamo collettivamente, siamo la nostra esperienza relazionale. L’esperienza comunitaria e l’esperienza personale sono inevitabilmente l’una connessa all’altra e una anche in un certo modo dipendente dall’altra. Non possiamo esimerci da questa verità, che ci ricorda bene la Genesi, «non è bene che l’uomo sia solo». Anzi, è proprio nell’esperienza comunitaria che noi cresciamo. È difficile: è più facile stare da soli, perché stare insieme significa anche doversi mettere in discussione, confrontarsi, capirsi.

MM: Ho spiato il tuo stato di WhatsApp prima di chiamarti. Citi il Vangelo di Matteo: «cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Credi che anche chi non crede in qualche modo stia “cercando” qualcosa?

FL: In un modo o nell’altro, la vita ci porta a sentire una scintilla, una voce interiore che per quanto si provi ad anestetizzare, in realtà c’è. Si può cercare anche facendosi del gran male perché si cerca una soddisfazione, una felicità, dove in realtà una soddisfazione e una felicità non ci sono. Siamo esseri spirituali e proprio per questo non possiamo che vivere in ricerca.

MM: Però a volte ci mancano le coordinate, ci sentiamo persi… Che ruolo ha la musica in tutto questo?

FL: La musica ha un impatto fortissimo. Come viene anche sottolineato da alcuni studi psicologici, noi facciamo nostri i pensieri che sono nelle canzoni che ascoltiamo più spesso. Quindi se noi in una canzone mettiamo parole vere, autenticamente positive, o almeno con una tensione verso la profondità, verso l’ampiezza della vita, cambia tutto. Io credo molto nella responsabilità sociale degli artisti, anche se sono discorsi che si facevano trenta, quarant’anni fa, e forse non vanno più di moda…

MM: Questa voce interiore di cui mi parlavi, questa scintilla… tu quando e come l’hai sentita?

FL: Nel 2007 stavamo vivendo un momento professionale di estrema realizzazione. Stavamo facendo una tournée di oltre cento concerti in dieci stati tra Europa e Giappone, avevo ventiquattro anni e avevamo lavorato tanto per raggiungere quegli obiettivi. Però in realtà proprio durante quel periodo iniziai a rendermi conto che non ero felice. Mi rendevo conto che vivevo in un ambiente musicale dedito a molti vizi, che questi vizi erano entrati a far parte della mia vita, della vita dei miei amici e che questo stile di vita in realtà ci avrebbe ammazzato. Iniziai a vivere una crisi profonda: mi domandavo perché non ero felice, nonostante avessi la vita che avevo sempre sognato. Ed è una domanda difficile, perché un conto è non essere felici quando non hai realizzato i tuoi sogni, ma è diverso trovarsi infelici quando invece li hai realizzati… Ti manca la terra sotto i piedi. Da lì è cominciato tutto un percorso di discernimento, di domande sul significato della vita, della musica, dell’amore e dell’amicizia. E dentro a queste domande si è inserito l’incontro con dei testimoni credibili, che vivevano la fede in un modo semplice ma estremamente luminoso, e poi un incontro con la I maiuscola: quello personale con Cristo, attraverso la sua parola, la preghiera, l’adorazione. Tutto questo mi ha permesso di trovare la forza, di rendermi conto di quante maschere mi ero messo e di quanto la vita potesse essere veramente libera soltanto se noi la viviamo con autenticità. E io vivevo una vita superficialmente bellissima, ma in realtà stavo cercando di assomigliare a qualcun altro, mentre ognuno di noi ha uno spartito personale e soltanto se lo trova e lo suona può essere veramente felice.

MM: È un percorso che non possiamo fare da soli…

FL: Abbiamo bisogno di confrontarci e di metterci in ascolto del Creatore. Da soli facciamo danni, ma se ci mettiamo in relazione nella preghiera, nella meditazione e nell’ascolto, allora possiamo scoprire chi siamo veramente. E quindi questo mi ha permesso di morire e rinascere. Così anche la musica che scrivevo cambiò in modo radicale e distrusse in un certo modo tutto quello che avevamo realizzato fino a quel momento. Il mio cambiamento non andava più di pari passo con quello che si aspettava il nostro mondo discografico. Ecco allora sorgere il grande conflitto con i miei cari amici, i fratelli del gruppo, che non capivano perché io stessi vivendo questo cambiamento. Proprio attraverso questa difficoltà, però, c’è stato l’incontro tra di noi, più autentico, più profondo, che ha permesso ad ognuno di guardarsi dentro e di decidere a chi dare la propria vita e per chi spenderla.

MM: Ecco di quei giorni passati, di quei giorni di “morte”, cosa conservi oggi? Anche quei giorni sono, per citare il titolo di uno dei vostri spettacoli, «ogni benedetto giorno»?

FL: Assolutamente. Io credo fortissimamente in una frase di San Paolo: che tutto concorre al bene di coloro che credono in Dio e che da Dio sono amati e scelti. Tutto nella nostra vita può concorrere al bene nel momento in cui lo rimettiamo alla luce di Dio. Anche i momenti più difficili, anche i dolori più apparentemente insensati in realtà hanno un orizzonte di bene nella dimensione dell’eternità, perché la dimensione dell’eternità non è qualcosa di astratto. La nostra anima è immortale. Ogni giorno può diventare quindi «ogni benedetto giorno» e l’esperienza dell’incontro con il Signore può dare una luce diversa anche a tutto il nostro passato.

MM: Tra le ultime vostre esperienze, c’è la partecipazione alla Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona e la pubblicazione del vostro primo album dal vivo: «Grazie per tutta la luce – Live in Assisi»…

FL: Lisbona è stata un’esperienza meravigliosa. È stata la quarta GMG per i The Sun. Ci ha fatto bene, come amici e come gruppo, anche perché abbiamo questo profondo legame con il Portogallo, dove abbiamo suonato otto volte nel corso della carriera, che è andato intensificandosi. Speciale è stato anche arrivare a fare un album dal vivo: siamo una band principalmente live, abbiamo superato i mille concerti in carriera. Non poteva mancare, quindi, un album dal vivo, che abbiamo registrato in occasione del nostro venticinquesimo ad Assisi.

MM: Come sarà strutturato il concerto bergamasco?

FL: Sarà un concerto energico ed “elettrico”. Proporremmo le canzoni così come sono negli album, inframmezzate da alcune nostre testimonianze e racconti di vita: aneddoti anche personali, brevi flashback, che arricchiranno sicuramente l’esperienza dell’ascolto.

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