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Federico Buffa, «l’amore per il calcio nasce sul Rio de la Plata»

Articolo. Il narratore sportivo tornerà venerdì 23 febbraio al Teatro Donizetti con «La milonga del fútbol», uno spettacolo che intreccia la storia dell’Argentina con le vicende di tre grandi calciatori: Cesarini, Sivori e Maradona. Il tour teatrale in tutta Italia anticipa il suo nuovo libro, che uscirà a giugno con Rizzoli

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Un viaggio alla scoperta dell’Argentina, tra musica e storie potenti, intrise di sport e italianità. Il giornalista, scrittore e narratore sportivo Federico Buffa torna a Bergamo, venerdì 23 febbraio al Teatro Donizetti alle 20.30 (biglietti posto unico a 19 euro, ridotto 15 euro), con «La milonga del fútbol», uno spettacolo che permetterà al pubblico di vivere il mito di tre grandi mancini del calcio argentino. Il primo è Renato Cesarini, un funambolo del gol che ha scoperto Omar Sivori e lo ha portato in Italia. Il secondo protagonista è proprio Sivori, un calciatore talentuoso e irriverente che ha incantato l’Argentina degli anni ’50 nel pieno del boom economico. E poi naturalmente Diego Armando Maradona, «El Pibe de Oro» che, con il suo calcio spettacolare e fantasioso, divenne l’idolo, tra gli anni ’80 e ’90, di un popolo che stava uscendo dai problemi della recessione e della dittatura del generale Videla. A impreziosire ancor più il racconto (regia di Pierluigi Iorio) il pianoforte di Alessandro Nidi e la voce di Mascia Foschi.

LA: Come è nata l’idea di realizzare uno spettacolo dedicato all’Argentina?

FB: È innanzitutto la prima volta che scrivo integralmente io il testo dello spettacolo, che vuole raccontare cent’anni di storia di un Paese che amo moltissimo. Ho scelto, tramite i protagonisti, di parlare di tre periodi ben precisi. Il primo personaggio – Cesarini, che la famiglia porta a Buenos Aires quando lui ha un solo anno – mi aiuta a raccontare come fosse l’immigrazione italiana in Argentina, tra il 1870 e il 1915. Per i primi venti minuti spiego com’era per un italiano andare là, che vita faceva e chi incontrava. Poi, tramite Sivori, passo all’Argentina rurale degli anni ’30, un’altra importante pagina della storia di questo Paese.

LA: E poi c’è Diego Armando Maradona.

FB: Diego è il figlio di un’America latina periferica, che cresce in un luogo ai limiti senza acqua potabile e dove l’elettricità andava a intermittenza. Un luogo marginalizzato del mondo che ha fatto nascere un autentico genio. Mi piaceva l’idea che un personaggio così importante potesse nascere in un contesto così. Per esigenze di spazio abbiamo dovuto ridimensionare questa parte e quindi la sezione dedicata a Maradona sarà più evocativa che narrativa. Ma tutta questa storia sarà contenuta nel mio nuovo libro che uscirà a giugno e che si chiamerà proprio come lo spettacolo, «La milonga del fútbol». La casa editrice sarà Rizzoli.

LA: A livello storico, l’Argentina non ha vissuto le due guerre mondiali, ma ha vissuto molto altro di più.

FB: In verità alla seconda guerra mondiale si è iscritta, ma in colpevole ritardo. Il Brasile partecipò prima dalla parte di chi vincerà e per questo il mondiale del 1950, anziché all’Argentina come sognava il suo popolo, andò al Brasile. Soltanto per questo motivo.

LA: Il popolo argentino vive una passione viscerale per il calcio. Un amore per il pallone che noi europei non viviamo così intensamente.

FB: La parola corretta è proprio amore. Gli argentini sono contenti che il gioco del calcio, come struttura e come regole, l’abbiano inventato gli inglesi, ma l’amore per il gioco no. L’amore per il calcio nasce infatti sul Rio de la Plata: durante tutto lo spettacolo faccio notare come questa promessa, cioè l’amore per il gioco, incide sul campo come lo percepiamo oggi.

LA: I trasferimenti milionari verso l’Arabia hanno tolto in Europa quel “romanticismo” che si respira invece proprio in sud America?

FB: Il calcio con cui sono cresciuto aveva una componente un pochino diversa da quella attuale. Il problema sono quelli della mia età. Come tutta la storia dell’umanità, le cose avanzano, ma non so se progrediscano. Se si è cresciuti con un altro concetto di calcio, si fa fatica ad adattarsi alla contemporaneità.

LA: Cesarini, Sivori e Maradona hanno conquistato complessivamente 10 scudetti in Italia. Non parlano quindi solo della storia argentina, ma anche di un pezzo di storia italiana.

FB: Sono personaggi tutti collegati fra loro, che hanno lasciato un enorme impatto. Cesarini ha addirittura una terminologia di uso corrente in Italia, intitolata a lui, la cosiddetta «zona Cesarini». Tutti gli Omar che sono nati in Italia negli anni ’60 lo devono a Sivori. Diego è un artista sovrano del mondo, è al di là di qualsiasi definizione. La sua parabola è senza eguali e lo considero veramente un personaggio fuori dal tempo. Di Diego, che ha sempre rimpianto di non aver potuto giocare il mondiale a casa sua nel 1978, si parlerà ancora fra cent’anni.

LA: Lei parla di sport, ma soprattutto di uomini, con i loro sentimenti e i loro conflitti interiori.

FB: Non credo che si possa separare un uomo, una donna, al limite anche una squadra dalla sua storia. La storia determina chi siamo: astrarre una persona da ciò che ha vissuto non è possibile.

LA: In un mondo che viaggia alla velocità della luce e dove, soprattutto sui social, non si ha nemmeno il tempo di approfondire e riflettere, la sua narrazione – approfondita e studiata nei minimi dettagli – assume un valore ancora più importante.

FB: La chiave di tutto sta proprio nel trovare tempo: trovare tempo per leggere un bel libro, per guardare un bel film, per ascoltare una produzione televisiva. Il tempo dipende solo da noi e sta a noi decidere quanto tempo vogliamo dedicare a noi stessi. E sta qui la differenza tra il teatro e le altre forme di narrazione. Se una persona va a teatro, mette in preventivo di restare alcune ore, mentre nel mondo contemporaneo uno puoi fruire di una partita anche tramite gli highlights, praticamente la può vedere in tre minuti. A teatro non puoi starci tre minuti.

LA: Quale vita o quale vicenda, in tutta la sua carriera, l’ha toccato particolarmente?

FB: Quella più impegnativa da raccontare è stata quella di Muhammad Alì. Con lui è nato anche un nuovo modo di preparare e raccontare le vicende. Tutte le storie che ho raccontato fino al 2016 erano di fatto improvvisate. Muhammad Alì non poteva essere improvvisato e quindi ho iniziato a strutturare i racconti capitolo per capitolo, storia dopo storia fino all’ultima, quella dedicata ad Enzo Bearzot. Quella che mi ha emozionato di più è stata invece quella sul Grande Torino, al Filadelfia (lo stadio del Grande Torino, ndr) in notturna. Sono scoppiato a piangere nella scena finale.

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