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Jon Fosse, un premio Nobel ignoto (in Italia)

Articolo. Lo scorso 5 ottobre, lo scrittore e drammaturgo norvegese Jon Fosse ha ricevuto il Nobel per la Letteratura 2023. Ma perché nel nostro paese sono in pochi a conoscerlo e ad averlo letto?

Lettura 5 min.
Jon Fosse (Tom A. Kolstad)

Il 22 febbraio 2022, in un articolo sul New York Times, l’autore e critico Randy Boyagoda ha scritto: «Fosse è uno di quegli scrittori di cui ti senti in colpa di non aver già sentito parlare, o che ti eri ripromesso di leggere un giorno (probabilmente a fine ottobre, dopo un importante annuncio da Stoccolma)».

Boyagoda, in qualche modo, lo aveva anticipato. Giovedì 5 ottobre, l’Accademia Reale svedese delle scienze ha assegnato il Premio Nobel per la Letteratura allo scrittore di prosa, poeta e drammaturgo norvegese Jon Fosse. Quella appena trascorsa è stata la 115esima edizione per quanto riguarda la categoria di letteratura, per un totale di 119 premi attribuiti dal 1901 al 2022.

Nato a Haugesund nel Rogaland, Fosse è cresciuto in una piccola fattoria a Strandebarm nel Hardanger – la zona spettacolare dei fiordi, per intenderci –, va specificato perché l’atmosfera norvegese ha nette influenze sulla sua scrittura. Si è laureato in Lettere presso l’Università di Bergen e ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il Premio di Letteratura del Nordic Council, il Premio Brage e il Premio europeo per la letteratura. È stato tradotto in oltre 50 lingue. Nel 2011 gli è stato concesso di trasferirsi per un periodo a Grotten, la residenza onoraria per artisti meritevoli a Oslo. Fosse è inoltre il primo vincitore del Nobel a esprimersi nella variante minoritaria del norvegese (nynorsk).

L’opera di Fosse è così vasta da attraversare quasi tutte le categorie letterarie: romanzi, saggi, poesie, libri per bambini e teatro, è inoltre traduttore in norvegese. «Negli ultimi dieci anni mi sono preparato con cautela al fatto che ciò potesse accadere. Ma credetemi, non mi aspettavo di ricevere il premio oggi, anche se potevo avere una chance», ha spiegato Fosse, intervistato dalla tv pubblica norvegese Nrk. Questo premio non era così inaspettato – come è ovvio che sia per un Nobel – perché Fosse è uno dei drammaturghi più acclamati ed interpretati al mondo, tanto da essere soprannominato «il nuovo Ibsen» e meritare per il Daily Telegraph un posto tra i 100 geni viventi. Ma allora perché in Italia, fino a poche settimane fa, era perlopiù un autore sconosciuto? Il motivo è semplice: Fosse è, soprattutto, un drammaturgo.

Il teatro in Italia è – ormai – un grande assente

Pochi minuti dopo la pubblicazione della notizia ufficiale, il nome di Jon Fosse ha iniziato a comparire finalmente su tutta la stampa nazionale e le varie pagine letterarie. Dal momento che è centrale nelle motivazioni del premio («per le sue innovative opere teatrali e narrative che danno voce all’inesprimibile»), sui giornali si è tornato a parlare dell’importanza del teatro come bene culturale, dell’urgenza che rappresenta, della possibilità che offe di dare voce alle complessità della sfera emotiva. Con una retorica (velatamente stucchevole) che poco si concilia con lo spazio effettivamente dedicato a quest’arte nel settore dello spettacolo.

Sulle mie bacheche social ho persino visto riapparire quella citazione – che circola da anni – dell’attore Elio Germano, che a sua volta cita il filosofo e anarchico russo Peter Kropotkin: «Se riuscissimo a metterci nei panni degli altri non avremmo bisogno di regole», aggiungendo (Germano) «per questo il teatro dovrebbe essere insegnato». Ora, senza andare fuori tema, resta il grande interrogativo del perché, non solo nell’ambito educativo, ma in primis nelle rassegne stampa culturali, venga destinato uno spazio irrisorio alla scena teatrale, con un’esclusione sistematica che perdura da decenni, a favore di altri settori dello spettacolo.

Se ci aggiungiamo poi gli anni della pandemia, vediamo come al teatro tocchi spesso pagare il prezzo più caro anche nei numeri: i dati SIAE nell’ultimo rapporto sullo Spettacolo e lo Sport ci dicono che da 15 milioni di spettatori del 2019 siamo passati a 4,9 milioni del 2020 e a 4,3 milioni del 2021.

Anzitutto, un drammaturgo

Partendo dalla poca considerazione e dal poco interesse culturale che si ha nei confronti del teatro in questo Paese – lo dicono i dati, lungi da me inciampare in una retorica da snob invecchiata male –, è facile comprendere perché un drammaturgo sia sconosciuto. La drammaturgia viene infatti considerata un settore specifico, associato alla cultura teatrale e distante dalla scrittura, mentre il dibattito letterario si concentra da sempre quasi esclusivamente sulla narrativa.

La produzione di Fosse comprende più di venti opere in prosa, tredici volumi di poesia, tre saggi, libri per l’infanzia e una trentina di opere teatrali (a cui deve la fama globale). Nonostante la popolarità, molti dei suoi testi non sono stati ancora tradotti in italiano e riassumerne la bibliografia in modo esaustivo sarebbe impossibile così come, per quanto mi riguarda, consigliare un punto di partenza. Qui i libri tradotti disponibili da catalogo.

Fosse ha esordito nella scrittura nel 1983 con il romanzo «Raudt, svart» (non tradotto), sperimentando successivamente altri generi e stili. Autore del dittico sul pittore norvegese Lars Hertervig «Melancholia» (1995-96; tradotto in italiano da Fandango nel 2009) e di numerosi drammi tra i quali «Natta syng sine songar» (1998; in traduzione «E la notte canta», 2002) e «Eg er vinden» (2007; «Io sono il vento», 2012), tra i suoi lavori più recentemente editi in Italia ci sono «Morgon og kveld» (2000; «Mattino e sera», 2019) e due volumi dell’ opera che ne segna il ritorno alla narrativa «Det andre namnet. Septologien I-II» (2019; «L’altro nome. Settologia I-II», 2021) e «Eg er ein annan. Septologien III-V» (2020; «Io è un altro. Settologia voll. III-V»). È in attesa la traduzione italiana di «Eit nytt namn. Septologien VI-VII» (2021; «Un nuovo nome. Settologia voll. VI-VII», 2023). Fosse è pubblicato in Italia da La Nave di Teseo, Cue Press, Editoria & spettacolo e Fandango.

Lo stile esistenziale e scarno

Lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgaard in un suo articolo riassume la forma stilistica del drammaturgo in un’analisi compatta e accurata: «In cosa consiste l’inconfondibile essenza che emerge da tutto ciò che Jon Fosse ha scritto? Non è tanto il suo stile, le ripetizioni, le circonvoluzioni, le stratificazioni cerebrali, né i suoi motivi, tutti quei fiordi, tutte quelle barche a remi, tutta quella pioggia, tutti quei fratelli, tutta quella musica, ma piuttosto ciò che si manifesta in tutte queste cose». Dove «tutte queste cose» sono da leggersi come atmosfere e comportamenti tipici “fossiani”.

Lo stile letterario e teatrale di Fosse è minimalista, i dialoghi sono sottili: i personaggi spesso comunicano attraverso brevi frasi o parole, creando un senso di silenzio e tensione. Viene data importanza alle parole non dette e alle pause nel discorso, e il caratteristico uso di ripetizioni, di parole e frasi, enfatizza i concetti e contribuisce a creare un’atmosfera ipnotica. Questo stile di scrittura porta un distintivo ritmo di narrazione e approfondisce il significato dei dialoghi. Le opere sono spesso caratterizzate da una profonda ambiguità e dualità, i personaggi sono complessi e misteriosi e le situazioni sfuggono a una lettura superficiale, conducendo il pubblico (o il lettore) a riflettere sul significato attraverso diverse interpretazioni.

Temi esistenziali profondi come l’isolamento, la solitudine, la mortalità, l’identità e la ricerca di significato nella vita – ma anche la fede, complice la conversione dell’autore al cattolicesimo – sono spesso rappresentati in situazioni quotidiane e dialoghi semplici. Fosse è forte nel creare un’atmosfera evocativa attraverso la scrittura, utilizza immagini suggestive e un linguaggio poetico per immergere il lettore (o lo spettatore) nell’esperienza emotiva dei personaggi. Gioca con il concetto di spazio e tempo: nelle sue opere le scene sembrano essere ambientate in luoghi indefiniti, dove il tempo può essere non lineare, creando un senso di non-realtà o atemporalità.

Nell’intervista rilasciata a Rodolfo di Giammarco e contenuta nel volume «Teatro» (Cue Press 2023), a proposito dei meccanismi che portano alla stesura del copione, Fosse dichiara: «Non uso mai direttamente esperienze personali, se lo facessi la mia scrittura ne soffrirebbe. Devo scrivere partendo dal niente, tutto deve essere nuovo, per così dire».

Torno all’inizio di questo articolo, alle parole di Randy Boyagoda, e mi chiedo perché, in Italia, siamo sempre così in ritardo.

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