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Ricordare il Vajont a teatro per non vivere la solitudine della minaccia climatica

Articolo. Oltre 100 teatri in tutta Italia e più di 1000 tra attori e attrici per un coro di voci in contemporanea che riporta viva la memoria del Vajont a 60 anni dal disastro. «VajontS 23», progetto di Marco Paolini, andrà in scena anche al Teatro Sociale in Città Alta lunedì 9 ottobre, alle 21. Sul palco le compagnie teatrali della provincia e giovani aspiranti attori e attrici, per un racconto di un passato che invita ad agire per salvare il futuro del pianeta

Lettura 3 min.
VajontS 23, prove al Teatro Sociale

Sono le 22.39 del 9 ottobre 1963. Circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccano da una parete del Monte Toc e franano nel bacino idroelettrico creato con una diga lungo il torrente Vajont tra Friuli e Veneto. In soli quattro minuti l’onda di piena che si crea travolge il fondovalle sottostante causando la morte di 1910 persone. Una catastrofe che si sarebbe potuta evitare.

Sessant’anni dopo, nella stessa data, lunedì 9 ottobre alle 21, al Teatro Sociale in Città Alta e in contemporanea in 130 teatri d’Italia, in occasione dell’anniversario della tragedia, nove compagnie attive in provincia daranno vita a «VajontS 23», uno spettacolo dedicato a quei tragici eventi basato sul testo originale di Marco Paolini, scritto a quattro mani con Gabriele Vacis. Un’azione di teatro civile diretta dalle registe Silvia Briozzo e Caterina Scotti, portata in scena dagli attori e dalle attrici di Erbamil, La Pulce, La Vecchia Serena, Pandemonium Teatro, Teatro Caverna, Teatro del Vento, Teatro Piroscafo, Teatro Prova e TTB Teatro Tascabile di Bergamo e organizzata dalla Fondazione Teatro Donizetti.

Sessant’anni fa il Vajont. Uno sguardo al passato per ripensare il futuro

Il debutto dello spettacolo originale di Marco Paolini risale al 1997: accanto al tour nei teatri, la pièce viene trasmessa anche in RAI in prima serata, diventando un caso mediatico. «Erano passati trentaquattro anni dal disastro. Adesso, sono sessanta. Cos’è cambiato? Noi non siamo gli stessi. È passata una generazione, ma non è solo questione anagrafica – spiega il drammaturgo, regista e attore – Da alcuni anni ho cominciato a studiare i report sul clima, a leggere i libri di chi prova a narrare ciò che stiamo vivendo, a misurare le strategie del negazionismo prima e del populismo poi nel cavalcare i luoghi comuni che contrastano il quadro scientifico, giustificando un’inerzia diffusa alla transizione ecologica. La storia del Vajont racconta non solo ciò che è accaduto sessant’anni fa, ma quello che potrebbe accadere a noi su scala diversa, in un tempo assai più breve. Come le tragedie classiche, racconta di come i segnali, che c’erano, furono ignorati o sottovalutati».

Il disastro del Vajont, infatti, è ritenuto il più grave mai provocato dall’attività umana in tempo di pace. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite rappresenta «un classico esempio delle conseguenze del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che cercavano di risolvere». Oggi, quella tragedia che si sarebbe potuta evitare ritorna protagonista a teatro non solo con un valore di memoria, ma anche come invito alla riflessione sulla responsabilità umana davanti ai disastri naturali e agli impatti antropici sul clima, a cui stiamo assistendo.

La memoria passa dal palco e dall’emozione condivisa

«Quando nei mesi scorsi siamo stati contattati da Marco Paolini – spiega Maria Grazia Panigada, Direttrice Artistica della Stagione di Prosa e Altri Percorsi, coordinatrice della messa in scena a Bergamo – abbiamo aderito immediatamente e con entusiasmo alla sua richiesta per vari motivi. Primo fra tutti l’importanza di un testo che rievoca con grande forza uno degli eventi più drammatici della storia del nostro Paese, che apre molte riflessioni sulla nostra condizione attuale. E poi perché ci è parsa subito come un’opportunità per realizzare un momento condiviso del mondo teatrale bergamasco nel suo impegno non solo artistico, ma anche civile. E siamo orgogliosi che a questo evento parteciperanno anche i giovani attori del nostro Progetto Young», un percorso formativo per professionisti e professioniste dello spettacolo promosso da Fondazione Teatro Donizetti.

Al lavoro insieme agli attori delle compagnie di Bergamo e provincia, infatti, c’è anche un gruppo di giovani tra i 18 e i 20 anni, che in scena sarà impegnato nel coro dello spettacolo. «Ragazzi e ragazze forse troppo giovani per sapere cosa fosse il disastro del Vajont prima di leggere il copione di Paolini» riflette Albino Bignamini, uno degli storici fondatori di Pandemonium Teatro, che sarà in scena al Sociale. Troppo giovani per sapere, perché la memoria può sbiadire ed è il ricordo costante a tenerla viva, attraverso la condivisione, parola chiave del percorso che nei mesi passati gli attori di «VajontS 23» hanno seguito insieme, ritrovandosi per la prima volta a condividere lo stesso palco e collaborare per mesi alla preparazione dello spettacolo.

Il teatro come esperienza della nostra umanità

Ed è proprio in scena, in un Teatro Sociale chiuso al pubblico, che Bignamini con colleghi e colleghe si è riunito per preparare la pièce. «Noi tutti, in piedi, in cerchio con le parole di Paolini stampate sui fogli posti sui leggii a riscoprire una storia che ci si srotolava davanti, intessendosi con i ricordi personali». Pensando a quel 9 ottobre 1963, l’attore si rivede a otto anni davanti al padre attaccato alla radio per capire cosa stesse accadendo a qualche centinaio di chilometri di distanza, dove un muro di acqua e roccia aveva travolto interi paesi; poi il pensiero passa all’oggi e a cosa quel dramma ci dovrebbe insegnare, alle stagioni che dobbiamo imparare a conoscere come fossero nuove, a un clima che cambia a cui adattarci e a quello che ancora possiamo fare.

«Quella condivisione di voci, emozioni ed esperienze in uno spazio che è quello del teatro ci salva e ci permette di non vivere la solitudine della minaccia climatica – spiega l’attore – La forza del teatro è qui, nell’essere tutti insieme in un solo spazio e sentire, non solo conoscere, per ricordare quello che non abbiamo imparato dagli errori. Non facciamo lezioni, non è un libro di storia, quello che mi affascina è l’esperienza che facciamo della nostra umanità tra palco e platea». Un incontro che passa dalla parola, ma che si farà muto alle 22.39, l’ora in cui la montagna franò nella diga: in tutta Italia l’azione scenica di «VajontS 23» lascerà posto solo al silenzio.

Pe informazioni e prenotazioni (ingresso gratuito) consultare il sito.

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