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Un invito ad agire riflettendo sulla storia di Padre Puglisi grazie alla forza del teatro

Articolo. Andrà in scena sabato 26 settembre lo spettacolo «U Parrinu», di e con Christian di Domenico, al salone dell’Oratorio di Foresto Sparso

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(Foto Marina Damato)

Prima ancora di diventare uno spettacolo teatrale, «U Parrinu» è stato un ricordo. Quello di un bambino che si trova ad avere un prete in casa durante alcuni periodi di vacanza e che, molti anni dopo, torna con la memoria a quelle giornate per provare a capire che cosa abbia significato davvero quell’incontro.

Il bambino era Christian Di Domenico, il sacerdote era don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio ucciso da Cosa Nostra il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. La storia di quel rapporto personale è diventata «U Parrinu. La mia storia con Padre Pino Puglisi ucciso dalla mafia», monologo scritto, diretto e interpretato dallo stesso Di Domenico, che sabato 26 settembre arriva a Foresto Sparso. L’appuntamento è alle 20.45 nel Salone dell’Oratorio, nell’ambito delle iniziative promosse dal Comune, con la collaborazione della Parrocchia e dell’Associazione «L’Isola».

La storia dello spettacolo nasce dal rapporto tra la madre di Di Domenico e Puglisi, per lei una guida spirituale e una figura paterna, spesso ospite della famiglia e fu lei a spingere il figlio a mettere il proprio lavoro al servizio della memoria di don Pino. Per molto tempo l’attore ha esitato, poi, dice: «è sorta dentro di me un’urgenza, una necessità di tirar fuori molte delle cose che avevo vissuto da adolescente».

Il testo è nato in nove mesi, «una gravidanza», intrecciando la memoria di Puglisi con quella personale. Per Di Domenico è stato «un gesto sia dovuto, proprio per celebrare la memoria di don Pino, sia liberatorio» per raccontare anche le ragioni che lo avevano portato, da adolescente, ad allontanarsi dalla Chiesa e dalla famiglia.

Il punto di partenza è dunque intimo. Di Domenico ha conosciuto Puglisi da bambino, quando il sacerdote trascorreva alcuni giorni con la sua famiglia. Quella presenza, con il tempo, è rimasta nella memoria anche attraverso piccoli dettagli: le preghiere a tavola, la familiarità con una figura che per un bambino poteva sembrare insolita, soprattutto quegli occhi che Di Domenico ricorda ancora oggi come capaci di una luce difficile da spiegare.

Da questa memoria nasce un racconto teatrale in cui la vicenda di Puglisi si incrocia con la biografia di Di Domenico, in un continuo passaggio tra esperienza personale e storia collettiva. Il sacerdote emerge così nella sua dimensione quotidiana, dentro un lavoro educativo rivolto soprattutto ai minori e alle persone più fragili di Brancaccio.

Nato nel quartiere palermitano il 15 settembre 1937, Puglisi ha dedicato gran parte della propria attività all’insegnamento e all’educazione. La sua presenza nel territorio entrava in contrasto con un sistema nel quale la criminalità organizzata cercava consenso e nuove leve proprio tra le persone più giovani. Il 15 settembre 1993 quella opposizione è culminata nel suo assassinio per mano di Cosa Nostra.

Anche per questo «U Parrinu» guarda alle nuove generazioni, Di Domenico rifiuta l’idea che i giovani di oggi siano necessariamente disinteressati alla dimensione sociale o politica, distratti dai social e dall’effimero. Lo spettacolo è anzi un invito ad agire, come si dice nel prologo: «Quelli che pensano troppo prima di muovere un passo trascorrono la loro vita su un piede solo». È il tema del primo passo, della scelta di esporsi e di prendere posizione, anche quando farlo significa attraversare una fase di incertezza. Un’altra frase accompagna il racconto, ancora più diretta: «Se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto».

Per Di Domenico, il senso di queste parole riguarda anche il modo in cui siamo abituati a pensare all’impegno civile. Di fronte a problemi enormi, come quello della legalità, può sembrare necessario un gesto altrettanto grande: «Se ognuno di noi nel proprio comportamento avesse un senso dell’etica, della convivenza civile e del mutuo soccorso sviluppato e attivo, con le singole azioni si potrebbero raggiungere obiettivi comuni importanti».

È una prospettiva che riporta l’esperienza di Puglisi alla quotidianità. Il suo lavoro educativo continua, secondo l’attore, anche attraverso le persone che ne hanno raccolto l’eredità. A Brancaccio il Centro di accoglienza «Padre Nostro», fondato da Puglisi, è ancora un punto di riferimento e sono molti i ragazzi impegnati nel raccontare il quartiere e la sua storia a chi arriva da fuori: «Questi giovani straordinari si fanno carico dell’essere guide e sono impegnati tutto l’anno». L’attualità di Puglisi, per Di Domenico, passa quindi anche da chi oggi sceglie di proseguire quel lavoro: «Con molta umiltà cerco con la professione che svolgo io, quella di attore e narratore, di comunicare i suoi intenti, molto semplici ma ancora oggi molto attuali».

«U Parrinu» sceglie di partire da una storia già conosciuta per riportarla dentro una dimensione personale, il teatro diventa il luogo in cui la memoria privata di un uomo incontra una vicenda che appartiene alla storia civile italiana. Il racconto procede soprattutto attraverso la parola, lasciando che siano i ricordi a costruire progressivamente la figura del sacerdote. Il centro dello spettacolo è la traccia che una persona può lasciare nella vita di un’altra, anche quando quell’incontro appartiene a un tempo lontano.

Il tema della criminalità organizzata attraversa così il racconto senza esaurirlo. Nei giorni in cui la vicenda di Lea Garofalo e della figlia Denise è tornata dolorosamente all’attenzione pubblica, la domanda sul prezzo della denuncia e della scelta di rompere il silenzio assume una dimensione ancora più concreta. Per Di Domenico esiste un elemento comune nelle storie di chi ha scelto di opporsi alle mafie: «Il minimo comune denominatore è il martirio». Nel suo ragionamento entrano anche figure come don Peppino Diana, ucciso nel 1994, pochi mesi dopo Puglisi.

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La solitudine di chi decide di testimoniare è un altro aspetto: «Prendere posizione, essere un testimone di giustizia, significa un sacrificio per la propria vita». In alcuni casi, ricorda l’attore, può significare anche l’allontanamento dalla propria famiglia e una vita sotto protezione. «Il problema è che diventa una vita di solitudine anche perché si viene lasciati soli».

C’è una ragione per continuare a raccontare queste storie attraverso il teatro: la memoria acquista senso quando riesce a produrre una risposta collettiva, quando chi ascolta smette per un momento di considerarsi spettatore esterno. «Il teatro a me dà senso farlo in questo modo proprio perché c’è una comunità, una collettività che si raduna ad ascoltare queste storie», racconta Di Domenico. L’ambizione, precisa, non è arrivare a tutti: «Se qualche coscienza viene provocata e domani diventa una in più, mi sento meno solo anch’io».

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