Ho Chi Minh, antica Saigon. La nostra guida si chiama Pat. Mi dicono che ci sta aspettando all’ingresso dell’albergo, ma per qualche minuto non riesco a trovarlo. Poi lo vedo, rannicchiato in un angolo. È magro, gli zigomi scavati, la spalla destra appena più alta della sinistra e un cappello di tela decisamente troppo largo. Quando capisce che siamo arrivati si alza, fa un cenno - l’inglese lo sa poco - e comincia a camminare.
Sorrido sorpresa appena giro l’angolo: eccolo, il Vietnam, già pronto a scombinare le mie certezze.
Fin da bambini ci insegnano a stare composti: la schiena dritta, le spalle allineate, la testa alta. Gli abitanti di Ho Chi Minh sembrano invece avere fatto del corpo uno strumento da piegare, ripiegare e contorcere come quello di un acrobata. Sono accucciati ai bordi dei marciapiedi, come se volessero occupare meno spazio possibile, oppure seduti stretti stretti su sgabelli di plastica colorati, alti poche decine di centimetri. Intravedo un uomo sdraiato in auto, sul sedile del guidatore: tiene una valigia sulla pancia e lascia penzolare fuori dal finestrino un piede nudo, la pianta sporca di terra. Poco più avanti, un altro fuma seduto placido sul ramo di un albero.
Comincio da qui a raccontare il Paese che ho visitato ad agosto: dalle curiose posture dei suoi abitanti. Mi chiedo se questo modo di stare non abbia a che fare con la conformazione stessa di questa terra: una “S” molto allungata, compressa tra montagne, risaie e mare. In lunghezza, il Vietnam si estende per circa 1.650 chilometri, poco più dell’Italia, ma la larghezza è poca: appena 50 chilometri nel punto più stretto, nella provincia di Quảng Bình. Per attraversarlo tutto e godere dei suoi paesaggi come meriterebbe – dal delta del fiume Mekong ai templi attorno a Da Nang fino alla baia di Ha Long – ci vorrebbero mesi. Noi, quindici persone con altrettanti zaini in spalla, abbiamo potuto assaggiarne solo una parte. Provo a fare lo stesso con questo racconto.
Il tempo delle città
Il sole sorge rapidamente a tropici. Nei parchi delle città – Ho Chi Minh, la capitale Hanoi, la cittadella imperiale di Hue – c’è chi corre già prima dell’alba, chi pratica esercizi di aerobica e tai chi. E poi arrivano i motorini, tutti insieme, come fiumi che hanno rotto gli argini. Strisce pedonali e semafori non mancano, ma la precedenza è più un suggerimento che una regola. Si attraversa semplicemente alzando le braccia per farsi notare, perché nessuno si ferma («non riesco nemmeno a fare una foto perché ho paura di essere investita» scherza Olga, l’amica che mi porto a casa da questo viaggio).
I motociclisti sono abilissimi: si infilano anche nei vicoli più stretti e schivano non solo i pedoni spaventati, ma anche le automobili e le biciclette cariche di cesti di frutta, fasci di bambù, cuccioli di cane. Anche il servizio taxi funziona su due ruote: gli autisti di Grab, l’Uber asiatico, indossano una tuta verde, porgono il casco ai passeggeri e li conducono imperturbabili a destinazione.
Eppure, in mezzo a questo movimento continuo, a questo caos, la sensazione che provo fin da subito è quella di un’estrema lentezza. Ai bordi delle strade si mangia, si chiacchiera, si riposa. Si prega fuori dai minimarket, tra sacchetti di patatine e lattine di birra, le gambe incrociate su stuoie sottili. Le strade non sono solo luoghi di passaggio, non servono solo a raggiungere un punto: nelle strade si sta, come si sta (o si stava?) nelle nostre piazze.
Il tempo della natura
Comincio a fare mia questa lentezza allontanandomi da Hanoi su uno scalcagnato autobus (si chiamano “sleeping bus”: non ci sono i tradizionali sedili, ma veri e propri posti letto. Toglietevi le scarpe prima di salire, mi raccomando). Nel nord del paese, a pochi chilometri dal confine con la Cina, le risaie terrazzate di Sa Pa hanno trasformato i ripidi pendii delle montagne in composizioni geometriche, addolcendo un paesaggio di un verde così intenso da fare male agli occhi.
Ad accompagnarci in questa zona, dove vivono ben otto gruppi etnici distinti, è una donna di nome Mama Sung. Alta poco più di un metro e quaranta, indossa una felpa azzurra, stivali di gomma dello stesso colore e una bandana. Appartiene all’etnia Hmong, un popolo originario della Cina il cui nome significa “libero”. E la sensazione che proviamo qui è proprio quella di libertà: la libertà di chi conosce e sa ascoltare i ritmi della terra.
Sentiamo frinire le cicale mentre avanziamo in fila sul sentiero scivoloso. Mama Sung ne afferra una e ride. È incuriosita dal nostro modo di gesticolare mentre parliamo, vuole che le spieghiamo il significato di quei gesti che per noi sono così naturali. Quando incrocio le dita per mostrarle come gli italiani augurano “buona fortuna”, mi guarda stranita. In Vietnam, lo stesso segno è considerato volgare e offensivo.
Accanto a noi cammina Lili, stabilissima con le sue ciabatte e la figlia piccola legata dietro la schiena. Le donne, a Sa Pa, diventano madri molto giovani («ho 23 anni», ci dice Lili). Per supportare la famiglia gestiscono la coltivazione del riso, tessono abiti tradizionali, accompagnano i viaggiatori nei trekking e li accolgono nelle loro case. L’ospitalità – la xenia, l’avrebbero chiamata gli antichi greci – è un valore fondamentale nella cultura vietnamita. Sulle tavole il cibo per gli ospiti non manca mai: arriva in abbondanza anche nelle abitazioni più povere, insieme a un bicchierino di happy water , un distillato alcolico trasparente. La sera in cui Mama Sung ci invita a brindare ho mal di stomaco, ma non posso dire di no: bastano piccoli sorsi, rifiutare del tutto è ritenuto poco educato.
Il tempo della pioggia
A Sa Pa, 1500 metri d’altezza, ricominciamo a respirare. Il clima ad agosto in Vietnam è talmente caldo e umido che sembra di trovarsi perennemente immersi nella nebbia. E poi c’è la pioggia. A volte si tratta di scrosci di breve durata: il cielo si colora di grigio e giallo e l’acqua lava via per un momento l’odore di benzina. Altre volte, invece, scoppiano vere e proprie tempeste. La temuta tempesta tropicale Narra, per esempio, ci costringe a rivedere i nostri programmi.
Per noi, del resto, la pioggia è un contrattempo. Ma per i vietnamiti no, ed è l’altra cosa che imparo quasi subito: la vita prosegue come se niente fosse. Sui motorini si continua a viaggiare e le mantelle colorate si gonfiano al vento come vele di barche. A Ninh Binh, una provincia verdissima a un paio d’ore dalla capitale, troviamo la strada che porta dal nostro ostello al parcheggio completamente allagata. Indossiamo le ciabatte e i pantaloni corti, ma sprofondiamo a ogni passo. Poi ci accorgiamo che qualcuno ha disposto una fila di piccoli massi per segnalare il percorso e aiutarci a camminare. Non si argina l’ostacolo: ci si adatta pacificamente.
È un’idea che ritorna anche quando chiediamo ai locali come vivono religione e spiritualità. La nostra guida nella zona centrale del Paese, un uomo parecchio loquace di nome Tony, ci mostra la statua di un Buddha dalla pancia grande e dal sorriso largo. Le orecchie, altrettanto imponenti, servono ad accogliere e a “digerire meglio” lamentele e malumori. I vietnamiti mettono statuette di questo tipo nelle case e nelle automobili, perché infondano calma.
A Buddha non si chiede mai salute, denaro o fortuna, ma la capacità di vivere con gioia, di stare bene con ciò che c’è. Nelle case, che vengono ancora ordinate secondo l’antica disciplina cinese del feng shui, gli ambienti sono allestiti in modo tale che l’energia positiva possa fluire senza blocchi - linee morbide, nessuno spigolo vivo né passaggio troppo stretto. L’angolo dedicato agli antenati è importantissimo: sugli altari delle case si brucia l’incenso e il fumo sale lentamente. La morte non interrompe i legami con chi non c’è più, semplicemente li trasforma.
Il tempo del caffè
Se il profumo di incenso stuzzica costantemente il naso, il palato è conquistato dai sapori più diversi: quello del pho , la tradizionale zuppa di noodles in brodo di carne servita anche a colazione, del banh mi , una baguette farcita di carne, uova, verdure e sottaceti. E poi del banh xheo , che ricorda una frittata, ripiena di gamberi o maiale, erbe aromatiche e germogli di soia.
Ma soprattutto c’è il caffè, nelle sue infinite varietà: il cà phê đen , nero e forte, il cà phê muối di Hue, con uno strato di latte condensato e un pizzico di sale. E poi il cà phê trứng, il caffè all’uovo, specialità di Hanoi: sopra il caffè riposa una crema densa, fatta con tuorlo d’uovo montato e zucchero, che ricorda lo zabaione. Per preparare una tazza si usa un filtro metallico chiamato phin. Si mette qualche chicco di caffè nel filtro, si versa sopra l’acqua calda e poi si aspetta, senza fretta. Il caffè scende goccia dopo goccia. Servono almeno cinque minuti, a volte si arriva addirittura a dieci.
Più ci muoviamo, più il Vietnam mi insegna qualcosa di più sul modo di vivere il tempo. Sul rapporto con il presente, il qui e ora, ma anche con la memoria. Uscito appena cinquant’anni fa da una delle guerre più devastanti del Novecento, sembra avere appreso una «capacità straordinaria di rigenerazione». Lo ha scritto l’antropologo Franco La Cecla in un bellissimo libro dal titolo «L’ottimismo del drago»: «il passato non deve pesare sul presente».
Nel Vietnam del sud, che è stato il teatro principale della guerra, visitiamo i tunnel di Cu Chi, un intricatissimo sistema di gallerie che furono scavate a partire dalla fine degli anni 1940 dai Viet Minh nella lotta contro i coloni francesi e poi utilizzate dai Viet Cong. Sottoterra, nei tunnel umidi e bui, ci si sente soffocare. Poi si torna in superficie e si ricomincia a vivere. I vietnamiti, del resto, hanno ricominciato a farlo ormai da tempo. Non hanno dimenticato le loro ferite ma forse – almeno a quanto ci raccontano le persone che incontriamo – hanno trovato il modo di portarle con sé.
Ad Hanoi fotografo un uomo mentre gioca a golf davanti a un monumento dedicato alla Resistenza nazionale. È un’immagine straniante, un po’ ossimorica, come tante delle cose che ho scoperto qui: la corsa e la lentezza, il rumore e il silenzio, il fumo dei motorini e il verde delle risaie. Ma forse, mi insegna il Vietnam, ci sono opposti che possono incontrarsi, dialogare, persino convivere.
