Attraversare il deserto è un’esperienza archetipica, nel senso che anche se non l’abbiamo mai fatta, è viva dentro di noi. A un livello superficiale per le immagini di film e libri, dalla Bibbia in poi, che sono parte della nostra cultura, a un livello più profondo, e archetipico, appunto, in quanto appartenenti all’umanità. Affondiamo le nostre radici in quello che Jung definì «inconscio collettivo» per cui l’acqua da cui queste nostre radici psichiche traggono nutrimento è la stessa per tutta l’umanità: niente ci è estraneo (e quindi, aggiungo io, nessuno dovrebbe esserci straniero). Il deserto, una sconfinata distesa di sabbia, apparentemente senza vita, in cui è facile perdersi - tant’è che J. L. Borges lo paragona a un labirinto – offre nel nostro immaginario due esperienze contrapposte: il trovare un’oasi, l’acqua e della vegetazione oppure l’imbattersi in un miraggio: trovare una possibilità di sopravvivenza o una fragile illusione.
Passando dall’esperienza “geografica” a quella più strettamente psicologica ed emotiva, può capitare di sentire di star attraversando un deserto, di sentire intorno a noi una desolazione sterile e in qualche modo disperante. Può capitare quando stiamo vivendo una separazione, che sia in una relazione affettiva, familiare o lavorativa. È difficile e faticoso, e la sete si fa sentire sempre più insistente. È naturale, quindi, fiondarsi verso la prima pozza d’acqua che vediamo (o, similmente, possiamo trovare difficile abbandonare l’oasi in cui ci troviamo e ci aggrappiamo a una situazione non buona per noi). Uso questa immagine per mostrare come ci si può sentire in certi momenti e quindi che possiamo provare empatia, compassione e, perché no? amore verso di noi, se ci troviamo in situazioni simili, nella difficoltà, per esempio, di chiudere un rapporto. Come possiamo chiudere una porta, voltarci e riprendere il cammino, se sappiamo che alle nostre spalle c’è il deserto? È più che comprensibile che ci aggrappiamo alla maniglia di quella porta e non riusciamo a girare la chiave.
Resta da definire e comprendere se ciò a cui ci aggrappiamo sia realmente un’oasi dove dissetarci meritatamente o se, nostro malgrado, è soltanto un miraggio. Temo che nella vita, come nel deserto, spesso l’unico modo per capirlo sia buttarcisi e sperimentarlo. Poi l’esperienza e l’ascolto di noi possono aiutarci a capire il prima possibile se davvero vale la pena restare in quella posizione, e quanto possa diventare più doloroso restare in tensione e trattenere rispetto al lasciare (e lasciarsi andare).
Scrivevo poco sopra «dissetarci meritatamente» e, se sicuramente dopo aver attraversato un deserto ci si merita dell’acqua, credo che questa faccenda del merito di cui la nostra cultura è intrisa sia sopravvalutata e rischi di diventare una trappola controproducente, uno dei tanti insidiosi modi in cui ci boicottiamo e sacrifichiamo la nostra libertà e la nostra felicità. Spesso, infatti, associamo una frase come «Te lo meriti!» più a una punizione che a un premio e abbiamo l’abitudine a pensare che per avere qualcosa di buono si debba faticare. Credo, invece, che i diritti di esistere, di essere felice e di ricevere amore dovrebbero essere il punto di partenza della nostra vita.
Tornando all’immagine che sto usando come simbolo, a volte possiamo avere la convinzione che ci meritiamo di attraversare il deserto per meritarci una (breve, mi raccomando!) sosta in un’oasi per riprendere poi il nostro cammino, nuovamente nel deserto.
Possiamo riconoscere di meritare un’oasi? Si tratterebbe di una piccola, semplicissima rivoluzione copernicana: il cambio di prospettiva dal sentirci in dovere di dover dimostrare di meritare quei diritti emotivi fondamentali al sentire profondamente che li meritiamo già, e quindi iniziare a muoverci da questo punto, iniziando a garantire innanzitutto a noi questi diritti, e a guardarci con uno sguardo amorevole e non giudicante. E questo può essere solo l’inizio, il punto di partenza, per poi arrivare darci sempre più diritti e amore e benevolenza e di conseguenza, a cascata, garantirli e donarli a ciò che ci circonda, in cerchi concentrici che si fanno sempre più ampi, fino a contenere tutto ciò che esiste. Come se quell’oasi cui tanto anelavamo arrancando per la fatica e la sete nel deserto potesse espandersi e rinverdire tutto. Forse, allora, possiamo guardare quell’oasi che ci sembrava potesse salvare la vita per quello che realmente è, e ridimensionarne portata e importanza, confrontandola con tutto il verde del mondo. A volte la vita può essere come l’uomo che piantava alberi di Jean Giono, se ci riconosciamo quei diritti fondamentali e ci autorizziamo a muoverci per raggiungerli.
Ci meritiamo una foresta rigogliosa, e il viaggio per raggiungerla, che a volte inizia semplicemente con il rendersi conto che esiste, è possibile. Questo viaggio può insegnarci a distinguere cosa è miraggio e cosa oasi. Probabilmente il primo passo che possiamo fare è rivolgere verso di noi quello sguardo amorevole che meritiamo, che abbiamo sempre meritato.
