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Abitare la cultura: cosa raccontano oggi le biblioteche di Bergamo

Intervista. L’intervista alla direttrice del Sistema Bibliotecario Urbano Laura Boni apre un nuovo progetto editoriale dedicato all’analisi del sistema culturale bergamasco

Lettura 6 min.
(Foto Beppe Bedolis)

L’intervista a Laura Boni, direttrice del Sistema Bibliotecario Urbano di Bergamo, inaugura un progetto editoriale che nei prossimi mesi intende attraversare e raccontare lo stato della cultura bergamasca attraverso la voce dei principali referenti delle agenzie culturali pubbliche e private della città. L’obiettivo è restituire una istantanea delle condizioni reali di accesso, partecipazione e inclusione, in un contesto segnato da profondi cambiamenti sociali e nei modi di fruizione culturale. Il Sistema Bibliotecario Urbano, con i suoi 42.984 iscritti e con la sua rete diffusa di sedi, servizi e pubblici, rappresenta l’infrastruttura culturale più ampia e ramificata del territorio e un osservatorio privilegiato sui bisogni della città.

Raggiungo Laura Boni nel suo ufficio presso la Biblioteca Tiraboschi, cuore operativo del Sistema Bibliotecario Urbano, dove l’accoglienza restituisce immediatamente il senso di una biblioteca intesa come spazio civico abitato e condiviso.

LL: A livello nazionale, secondo ISTAT, nel 2024 solo il 14.5 per cento della popolazione ha frequentato una biblioteca almeno una volta nell’anno. Dal vostro osservatorio, in che modo la capillarità del Sistema Bibliotecario Urbano si traduce oggi in un accesso effettivo, continuativo e significativo alla cultura per la popolazione urbana?

LB: Uno degli elementi strutturali più rilevanti del Sistema Bibliotecario Urbano di Bergamo è la sua articolazione in otto sedi distribuite sull’intero territorio cittadino, comprese le aree periferiche. Questa capillarità si riflette sia nella distribuzione equilibrata del patrimonio librario, sia in una organizzazione degli orari di apertura calibrata sui bisogni specifici dei quartieri. Il patrimonio complessivo dello SBU conta oggi 185.842 documenti, ed è distribuito sulle otto sedi anche secondo una logica tematica, che contribuisce a definire specificità e vocazioni differenti per ciascuna biblioteca. A questo si aggiunge un costante aggiornamento delle collezioni, con 9.758 nuove risorse librarie e documentarie acquisite nel 2025. Per quanto riguarda gli orari di apertura la Biblioteca Tiraboschi, in particolare, garantisce 59 ore settimanali di apertura, con periodi di chiusura molto limitati, mentre le altre sedi assicurano un’apertura che va da un minimo di 20 a 37 ore settimanali. Si tratta di scelte che tengono insieme accessibilità, continuità del servizio e attenzione alle diverse modalità di fruizione culturale della popolazione urbana.

LL: A fronte dei 42.984 iscritti, risultano, in un anno, circa 11.003 utenti attivi che hanno utilizzato almeno una volta i servizi di prestito. Anche a livello nazionale la frequentazione delle biblioteche riguarda meno di una persona su sei (ISTAT 2024). Che tipo di lettura sociale è possibile fare di questa distanza tra accesso potenziale e uso effettivo?

LB: Il Sistema Bibliotecario Urbano di Bergamo non si discosta, per quanto riguarda la fruizione e i profili di utenza, dai trend nazionali: l’accesso alle biblioteche, sia come presìdi culturali sia come servizi di prestito, registra un calo diffuso, in particolare nella fascia di età 15–20 anni. Si tratta in larga misura di una dinamica fisiologica, legata a una fase di passaggio, che vede spesso un ritorno alla frequentazione in concomitanza con l’ingresso negli studi universitari. La frequenza risulta invece più elevata tra le donne, in tutte le fasce d’età, mentre è più contenuta tra gli uomini. Una delle letture che ci diamo è che molti uomini adulti, una volta concluso il percorso di studi, entrino nel mondo del lavoro con profili professionali che rendono più difficile la frequentazione regolare delle biblioteche.

Al contrario, mostrano una presenza significativa le persone uscite dal mondo del lavoro, per le quali la biblioteca diventa anche un luogo di ritrovo e di socialità. Un altro elemento rilevante riguarda la provenienza territoriale: le biblioteche di quartiere sono frequentate prevalentemente dai cittadini che vivono quel quartiere, mentre la Biblioteca Tiraboschi rappresenta sì un riferimento per il quartiere, ma anche un polo per l’intera città e per il territorio provinciale. La fruizione da parte dei cittadini bergamaschi resta complessivamente alta, ma si registra anche una crescente presenza di famiglie straniere. Questo fenomeno è probabilmente favorito dalla partecipazione delle scuole alle attività didattiche proposte dalle biblioteche fin dalla prima infanzia, che avvicina i bambini alla lettura e generando un effetto di trascinamento positivo sulle famiglie. È un processo lento e ancora non pienamente consolidato, ma che nel tempo mostra segnali di continuità e rafforzamento.

LL: Le rilevazioni ISTAT indicano che la frequentazione delle biblioteche è più diffusa tra giovani studenti e persone con livelli di istruzione medio-alti, mentre cala sensibilmente tra lavoratori e fasce socialmente fragili. Quali forme di esclusione emergono oggi come più critiche per Bergamo?

LB: Esistono azioni che è necessario continuare a mettere in campo per rendere l’accesso alle biblioteche sempre più prossimo e inclusivo. Le biblioteche di Bergamo accolgono anche persone che vivono situazioni di forte fragilità, e il personale, anche nelle sedi più piccole, è formato per gestire queste presenze in un clima non giudicante e il più possibile accogliente. Per noi, quando entra in biblioteca un cittadino, entra innanzitutto una persona, qualunque sia la sua condizione. Le modalità di accoglienza e di accesso devono quindi essere le migliori per tutti, ed è in questa direzione che lavoriamo, cercando di creare le condizioni perché le persone possano fermarsi, abitare lo spazio, restare in biblioteca il più a lungo possibile. Oggi le biblioteche devono essere punti di riferimento aperti per l’intera comunità: luoghi non rigidi, capaci di adattarsi a bisogni diversi e di ospitare attività differenziate, in modo da rispondere a una pluralità di situazioni, età e percorsi di vita.

LL: Nel 2025 il Sistema Bibliotecario Urbano di Bergamo ha registrato 178.873 prestiti totali. Il prestito rappresenta però solo una parte dell’uso complessivo delle biblioteche, che include studio, permanenza e servizi culturali. Quali altri bisogni osservate e quanto questi bisogni incidono sulle vostre scelte di programmazione, di servizio e di bilancio?

LB: Il dato del prestito è certamente uno degli indicatori più immediati –peraltro, risulta in crescita – ma da solo non restituisce pienamente quali siano i bisogni dei cittadini rispetto alla biblioteca. Ciò che osserviamo con maggiore attenzione è quanto le persone frequentano le biblioteche e in che modo le frequentano. Un altro indicatore significativo è la partecipazione alle attività e agli eventi, che coinvolgono pubblici diversi: dalle famiglie con bambini, attraverso progetti come «Nati per leggere» e «Nati per la musica», a giovani e adulti, fino alle iniziative realizzate nell’ambito del «Patto per la lettura del Comune di Bergamo», del quale lo SBU è promotore, che oggi conta oltre 40 aderenti e che dal 2026 vedrà l’ingresso anche dell’Università di Bergamo. Il bilancio del Sistema Bibliotecario Urbano è consolidato, e gli interventi più recenti si sono concentrati soprattutto sulla ridefinizione degli spazi, a partire da alcune sedi. Un esempio è la biblioteca Caversazzi, dove il riadeguamento degli arredi ha consentito di ripensare profondamente l’organizzazione degli ambienti, partendo dalla consapevolezza che negli ultimi anni sono cambiate le modalità di fruizione della cultura. A nuovi bisogni e a nuove forme di utilizzo devono infatti corrispondere nuovi spazi e nuovi strumenti. Nel caso della Caversazzi, questi interventi hanno avuto un impatto evidente sulla partecipazione, che si è ampliata sia nei numeri sia nella varietà dei pubblici, diventando più diversificata anche all’interno delle stesse fasce orarie. In questo quadro, l’acquisto di nuovi libri resta comunque un elemento centrale e uno strumento fondamentale di attrazione, avvicinamento e fidelizzazione dell’utenza: nel 2025 l’investimento è stato superiore a 1euro pro-capite, risultando pienamente coerente con gli indirizzi della Rete Bibliotecaria Bergamasca, di cui lo SBU è parte.

LL: Secondo l’ISTAT, nel 2024 solo circa il 40 per cento della popolazione ha letto almeno un libro nel tempo libero. Il Sistema Bibliotecario Urbano garantisce un accesso gratuito e capillare, ma i dati mostrano che solo una parte degli iscritti utilizza i servizi in modo continuativo. In che modo questa distanza viene letta come una responsabilità istituzionale legata all’equità culturale?

LB: Il tema dell’equità culturale è centrale. Il dato del prestito può confermare alcune dinamiche, ma da solo non è sufficiente a restituire la complessità del ruolo delle biblioteche. La sfida è far sì che le biblioteche diventino sempre più luoghi in cui le persone stanno bene, spazi da abitare con naturalezza. È un processo ancora in parte da costruire, anche se a Bergamo stiamo lavorando molto in questa direzione. Non è scontato, infatti, che le persone entrino in biblioteca con la stessa spontaneità con cui entrano in un caffè: su questo pesa anche una tradizione storica italiana, che ha a lungo identificato la biblioteca quasi esclusivamente come luogo di consultazione e di prestito. Se però guardiamo ad altri contesti europei, e non solo, vediamo biblioteche pensate come spazi dinamici, capaci di offrire servizi diversi e di rispondere a bisogni molteplici. È un modello che comporta investimenti e costi, ma verso cui esiste un impegno chiaro a muoversi, nella direzione di strutture più inclusive e aperte. In questa prospettiva, un esempio concreto di attenzione all’equità è rappresentato dalla gestione, da parte dello SBU, di tre biblioteche all’interno del Carcere di Bergamo: un’azione che dimostra come la biblioteca possa contribuire a ridurre le distanze, favorendo percorsi di crescita personale e di benessere anche in contesti di forte fragilità.

LL: Sempre secondo l’ISTAT, nel 2024 oltre un terzo degli adulti con basso livello di istruzione non legge libri e presenta competenze di lettura e alfabetizzazione più fragili rispetto alla media. Quanto sono centrali competenze come la mediazione culturale e il lavoro con le fragilità? E, guardando ai prossimi dieci anni, che tipo di Sistema Bibliotecario Urbano serve a Bergamo?

LB: Un nodo centrale, oggi, è senza dubbio quello della formazione del bibliotecario. Non sono più sufficienti competenze esclusivamente legate all’ambito umanistico o biblioteconomico: servono sempre di più capacità di ascolto, empatia, sensibilità, insieme a competenze di mediazione culturale e linguistica, che consentano a chiunque di accedere e fruire dei servizi del Sistema Bibliotecario Urbano. Da questo punto di vista, possiamo contare su uno staff consapevole del contesto in cui opera e dei cambiamenti che hanno investito il servizio negli ultimi anni. Questa consapevolezza rappresenta una risorsa importante per lo SBU, perché permette di affrontare con maggiore attenzione e flessibilità situazioni complesse e bisogni differenti.

Guardando al futuro, ciò che personalmente mi piacerebbe lasciare al Sistema è l’idea di una biblioteca come luogo in cui si sta bene, uno spazio sicuro, accogliente e capace di cambiare, pronto a adattarsi alle trasformazioni sociali e culturali.

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