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La notte della sfida in Iran e l’avvertimento da Caracas

Articolo. Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Sheghi Taba, cittadina iraniana che dal 2011 vive a Bergamo e in queste ore sta seguendo le proteste scoppiate nel suo Paese

Lettura 3 min.
Neil Hall (Foto EPA)

Nella notte dell’8 gennaio, gli iraniani in tutto il Paese hanno messo in atto una delle più coordinate forme di resistenza civile degli ultimi anni. Alle 20 in punto, rispondendo all’appello del principe Reza Pahlavi, i cittadini sono scesi in strada — o si sono affacciati dalle finestre — riempiendo l’aria di slogan che hanno squarciato la calma artificiale costruita dalla Repubblica Islamica.

Da Teheran a Rasht, Kerman, Kermanshah, Mashhad, Urmia, Karaj, Arak, Dezful e decine di altre città, il messaggio era inequivocabile: questo sistema non funziona più. Video condivisi tra famiglie e amici mostravano folle che gridavano «Questa è la battaglia finale, Pahlavi tornerà» e «Morte a Khamenei». In alcuni quartieri, «Javid Shah» risuonava come un ritornello di un passato che il regime non è riuscito a cancellare.

Il messaggio video del principe Reza Pahlavi — visto più di 80 milioni di volte entro la mattina di giovedì — invitava gli iraniani a ritrovare la propria voce: «Gli occhi del mondo sono puntati su di voi. Andate nelle strade e, uniti, gridate le vostre richieste». Ha definito questa azione come il primo passo di una strategia più ampia di resistenza civile. La risposta popolare ha mostrato chiaramente la profondità della rabbia del Paese.

Un regime che perde il controllo

La Repubblica Islamica ha reagito come sempre: con la forza. In diverse città, i residenti hanno riferito interruzioni di corrente esattamente alle 20, seguite dal rumore di spari. Unità motociclistiche, forze antisommossa e agenti in borghese hanno invaso le strade. Agenti mascherati sono comparsi nei centri urbani, cercando di intimidire e disperdere la folla.

Con l’intensificarsi delle proteste, l’accesso a Internet è crollato. Teheran ha subito rallentamenti estremi e blackout totali, ormai una tattica abituale di un governo terrorizzato dalla visibilità e dal coordinamento. Il blackout non era solo una misura tecnica; era una confessione di paura.

Il parallelo con Caracas

La tempistica della rivolta iraniana coincide con un evento drammatico avvenuto a migliaia di chilometri di distanza: la caduta improvvisa di Nicolás Maduro in Venezuela. Ciò che è accaduto a Caracas, a mio avviso, non è stato semplicemente l’arresto di un dittatore, è stato un avvertimento per ogni regime che crede che petrolio, repressione e retorica anti‑occidentale possano garantire la sopravvivenza eterna.

Maduro, bendato e vestito con abbigliamento sportivo Nike, è stato prelevato dal suo letto e trasportato sulla USS Iwo Jima per comparire davanti a un tribunale federale a Manhattan. La scena sembrava più un film di Hollywood che un’operazione militare. Ma per Teheran era qualcos’altro: uno sguardo su un possibile futuro. Iran e Venezuela condividono una traiettoria ormai nota: ricchezza petrolifera dissipata, economie svuotate, valute in caduta libera, istituzioni prive di legittimità e popolazioni che non hanno più nulla da perdere. Il Venezuela ha raggiunto il punto di rottura per primo. L’Iran ora accelera verso lo stesso precipizio.

Le attuali proteste in Iran non sono spontanee. Sono l’eruzione di una ferita lunga quarant’anni. La scintilla può essere stata il crollo economico — la caduta libera del rial, l’evaporazione della classe media — ma l’incendio è politico. Il messaggio non riguarda più salari o prezzi. È esistenziale: questo sistema deve cadere. La repressione può zittire una strada per una notte, ma non può riempire i piatti vuoti, ricostruire la fiducia o creare un futuro. Dal mio punto di vista, la Repubblica Islamica sta seguendo lo stesso percorso del Venezuela: negazione, repressione, povertà, isolamento e, alla fine, collasso dall’interno. La caduta di Maduro ha messo in luce una verità semplice: nessun governo sopravvive quando perde il proprio popolo. Né con il petrolio. Né con le prigioni. Né con le esecuzioni. Caracas oggi non è solo una città. È un avvertimento. E Teheran, riga dopo riga, sta riscrivendo la stessa storia.

Un appello all’Occidente

Con la crescita della rivolta e il vacillare delle fondamenta del regime, molti iraniani sostengono che sia giunto il momento per i governi occidentali di smettere di restare a guardare. Questa non è semplicemente una crisi politica in un Paese lontano, è la lotta di una delle civiltà più antiche e durature del mondo, una nazione la cui eredità culturale e storica precede la maggior parte degli Stati moderni.

Gli iraniani credono che la rivoluzione in corso possa raggiungere il suo momento decisivo in qualsiasi istante e che sia tempo che le nazioni occidentali si schierino con il popolo iraniano chiudendo le loro ambasciate a Teheran e interrompendo i rapporti diplomatici ed economici con la Repubblica Islamica. Per molti manifestanti, tali azioni invierebbero un messaggio chiaro: il mondo non è più disposto a legittimare un regime che ha perso il proprio popolo e l’Occidente sceglie di stare dalla parte di una civiltà che ha contribuito al progresso umano per millenni.

Una nota per i lettori

L’autrice di questo contributo, Sheghi Taba, ha organizzato per giovedì 15 gennaio, alle ore 15 nei pressi di Palazzo Frizzoni, una manifestazione per esprimere sostegno e vicinanza al popolo iraniano.

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