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NEET, il problema non sono i giovani

Articolo. Il 15,2 per cento dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni risulta NEET. Ma quasi due terzi di loro cercano attivamente lavoro. E molti di questi, soprattutto al Sud, lavorano in nero. Chiamarli «inattivi» è un errore

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(Foto Shutterstock.com)

C’è un equivoco che attraversa quasi ogni dibattito pubblico sui giovani e il lavoro in Italia: l’idea che NEET significhi «inattivo». Non è così. NEET — acronimo inglese per Not in Education, Employment or Training — indica semplicemente chi non risulta iscritto a un percorso formativo e non è classificato come occupato. Ma all’interno di questa definizione convivono situazioni radicalmente diverse, e la confusione tra NEET e inattività è precisamente il meccanismo attraverso cui una categoria statistica diventa uno strumento di mistificazione.

Il report ISTAT «Livelli di istruzione e ritorni occupazionali», pubblicato il 3 dicembre 2025, lo dice con chiarezza nei dati, anche se raramente chi lo cita ne trae le conseguenze analitiche dovute. In Italia, nel 2024, la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni classificati come NEET è pari al 15,2 per cento, in calo di 0,9 punti rispetto al 2023, ma ancora significativamente superiore alla media europea dell’11,1 per cento. Siamo quasi ultimi in Europa, davanti solo alla Romania (19,4 per cento), e molto distanti da Germania (8,7 per cento), Francia (12,5 per cento) e Spagna (12 per cento).

Ma chi sono, davvero, questi giovani? Lo stesso report ISTAT rivela un dato che dovrebbe essere al centro di qualsiasi discussione seria: due terzi dei NEET non sono affatto inattivi nel senso comune del termine. Il 33,6 per cento è disoccupato, cioè cerca attivamente lavoro, e un ulteriore 32,5 per cento appartiene alle cosiddette» forze di lavoro potenziali», ossia persone disponibili a lavorare ma che non soddisfano tutti i criteri tecnici per essere classificate come disoccupate. Solo il restante 33,9 per cento rientra tra gli inattivi che non cercano un impiego e non sono disponibili a lavorare.

Tradotto: su tre NEET, due vogliono lavorare e non ci riescono. Uno solo ha smesso di cercare. Eppure il racconto pubblico dominante li tratta tutti come se appartenessero a questa ultima categoria. In televisione, quando si parla di NEET, si racconta spesso di giovani scoraggiati e spaventati dal mondo che non escono dalle loro camerette. Nelle trasmissioni più “confuse” si arriva a sovrapporli ai cosiddetti hikikomori, vale a dire le persone che si ritirano volontariamente dalla società. Tornando ai NEET reali, il quadro si complica ulteriormente guardando la composizione per titolo di studio. I NEET non sono concentrati tra i meno istruiti. Il 55,3 per cento di loro ha un diploma di scuola superiore e l’11,5 per cento addirittura una laurea . Questo dato smentisce la narrativa secondo cui il fenomeno NEET sarebbe principalmente il frutto di abbandono scolastico o scarsa formazione. Una persona laureata che cerca lavoro da mesi senza successo è classificata NEET esattamente come chi ha smesso di studiare a 16 anni e non ha mai cercato un impiego. La categoria appiattisce differenze che sarebbe invece essenziale distinguere.

Il divario territoriale aggiunge un’ulteriore dimensione al problema. Nel Mezzogiorno il 73,8 per cento dei NEET si dichiara interessato al lavoro, contro il 56,2 per cento al Nord e il 58,3 per cento al Centro. Sempre il sopracitato rapporto ISTAT ci dice che, nel Sud, un NEET disoccupato su due cerca lavoro da almeno un anno. E che il 52,8 per cento dei NEET disoccupati di lunga durata risiede nelle regioni meridionali. Non si tratta di giovani che hanno rinunciato, bensì di giovani che cercano e non trovano, perché il tessuto produttivo locale non genera abbastanza opportunità. O meglio, le genera ma spesso sotto forma di lavoro nero. È qui che si innesta il nodo dell’economia sommersa, che il report ISTAT non tocca direttamente ma che ogni analisi seria del fenomeno NEET meridionale deve considerare. L’economia irregolare in Italia vale tra i 2,9 e i 3,2 milioni di unità di lavoro a tempo pieno. Circa il 12-13 per cento del totale secondo le stime ISTAT sull’economia non osservata. I settori più colpiti dall’irregolarità — agricoltura, edilizia, ristorazione, lavoro domestico — sono esattamente quelli in cui i giovani meridionali trovano più frequentemente impiego. Una quota di chi appare come NEET nelle statistiche, in quelle aree, lavora già, ma lo fa senza contratto, senza contributi, senza tutele, e quindi risulta invisibile ai sistemi di rilevazione.

Chiamare «inattivo» chi è intrappolato nel lavoro nero equivale a capovolgere la realtà: non è il giovane ad essere fuori dal sistema, è il sistema ad averlo incluso nel suo lato oscuro. Il report ISTAT conferma anche che il »premio occupazionale» dell’istruzione in Italia esiste, ma è significativamente più basso che nel resto d’Europa. Nel 2024 il tasso di occupazione dei neo laureati 20-34enni raggiunge il 77,3 per cento, 9,4 punti sotto la media europea dell’86,7 per cento. Per i neo diplomati la distanza è ancora più marcata: 60,6 per cento contro il 76,2 per cento in Europa. Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione dei neo laureati si ferma al 64,6 per cento, contro l’86,1 per cento del Nord. Un divario di oltre 21 punti non dipende dalla qualità della formazione, ma dalla debolezza della domanda di lavoro locale.

Tutto questo disegna un quadro in cui il problema non è la pigrizia o la passività dei giovani italiani. È il mercato del lavoro formale che non li assorbe abbastanza, concentrato in aree geografiche specifiche, strutturalmente incapace di valorizzare i titoli di studio che il sistema formativo produce. La categoria NEET, nell’uso politico e mediatico che spesso se ne fa, trasforma questo fallimento strutturale in un dato biografico individuale, quasi fosse una fragilità psicologica del soggetto anziché il prodotto di un sistema che non funziona.

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